The Pop Group: live at Spazio211 Torino – di Massimiliano Speri

Torino è un posto strano, con cui ho un rapporto particolare. La associo ad alcuni ricordi decisamente tridimensionali e, ogni volta che ci torno, la faccenda assume i contorni del rito. In questo caso i pretesti per il pellegrinaggio sono due, e piuttosto significativi: far esplorare la città alla mia ragazza, e vedere dal vivo uno mio gruppo-feticcioPer la leggendaria formazione di Bristol nutro, a dire il vero, un sentimento bifronte.
Se da un lato rimangono la mia band post-punk britannica preferita, dall’altro non ho potuto non storcere il naso di fronte a questo inatteso ritorno in pista, con due album non tanto brutti quanto superflui, che nulla aggiungono al mito di un gruppo che decise di sciogliersi dopo soli tre anni e due dischi di attività pur di non assecondare le perverse dinamiche dell’industria culturale: non il tipo di gruppo da cui ti aspetteresti una reunion sospettosamente mossa da ragioni che hanno poco di artistico, dopo oltre 30 anni di coerente, incorruttibile silenzio. 
Ma ciò che conta, d’altro canto, è la Storia, e i Pop Group le appartengono a pieno titolo: “Y”, l’esordio del 1979, vibra ancora come uno dei più laceranti assalti teorici mai tentati da un musicista, un travolgente crossover tra impeto nero & iconoclastia bianca a base di ritmi indemoniati, chitarre affilate come rasoi e rigurgiti improvvisativi su cui si ergono le esagitate arringhe di Mark Stewart, un lucidissimo delirio che fa a pezzi qualsiasi convenzione musicale con la stessa ferocia con cui mette all’indice i mali delle società occidentali, sobillando sollevazioni terzomondiste con la tribalità percussiva che fu voce primordiale di tutti gli oppressi (elementi esasperati nel secondo e quasi altrettanto ispirato lavoro, “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?”, datato 1980). Scheggia impazzita del post-punk inglese e raro esempio di etica militante applicata al rock, eredi di quei Deviants che per primi tentarono in Gran Bretagna una fusione tra impegno & follia, i Pop Group sono stati innanzitutto degli accaniti destrutturatori di forme di beefheartiana memoria e da questo punto di vista sono più prossimi alla No Wave newyorchese (Contortions in testa) che ai compatrioti Gang Of Four (a cui spesso vengono paragonati) dai quali li distingue un approccio artistico-politico meno intellettuale e più selvaggio. Ed è proprio alla luce di tutto ciò che i due nuovi album (“Citizen Zombie” del 2015 e Honeymoon On Mars” dell’anno seguente) suonano vuoti nei contenuti quanto ridondanti nella confezione e a poco servono i proclami con cui Stewart tenta ancora di infiammare delle masse sempre più anestetizzate e remissive. Non resta che sperare che stasera ignorino le ultime sortite e si concentrino sulle meraviglie del passato… ad aprire la serata, interrompendo il graditissimo dj set che manda a ruota Good dei Morphine, è un combo di cui non ricordo il nome, dedito ad un ambient-dub dagli accenti industrial, abbastanza anonimo e sonnolento. Per fortuna poco dopo ecco sfilare sul palco i quattro fieri guerriglieri per cui ho percorso tanti chilometri: oltre a Stewart, adorabile gigante dal look autenticamente proletario, ci sono il chitarrista-polistrumentista Gareth Sager e il batterista Bruce Smith, vecchi compagni di brigata, più un nuovo giovane bassista (che in realtà suona una chitarra baritona) mentre dietro al mixer siede nulla meno che Dennis Bovell, mago del dub nonché produttore del primissimo “Y” e dell’ultimissimo Honeymoon On Mars”Se è vero che la traccia di apertura delinea il più delle volte il mood di tutto il concerto, imploro il Dio delle scalette di non deludermi e vengo spudoratamente accontentato: Thief Of Fire viene dritta dritta dal 1979 ed è tra le mie preferite; un folgorante compendio della loro grammatica, scarica elettrica tutta sincopi & singhiozzi che si frammenta all’infinito senza spaccarsi mai. Stewart è un prometeo in forma smagliante, mastodontico istrione che pare incombere sul pubblico come un temporale, graffiando l’aria con la sua ugola di carta vetrata. L’affresco sarcastico di Citizen Zombie inaugura un ponte con il repertorio più recente, che con il funky mutante di Little Town e Shadow Child riesce quasi a far ballare. A ricatapultarci all’inferno provvede la spigolosissima Words Disobey Me, un tornado epilettico che mano a mano si sfalda come le ultime visioni di un moribondo. Stewart di volta in volta si fa commediante, oratore, stregone, senza un filo di boria, rimanendo saldamente tra anziché davanti il pubblico. Se Pure Ones e Days Like These sono torve marce industriali che asfaltano ogni residua speranza di rinascita, l’anti-inno We’re All Prostitutes sembra volerci schiaffeggiare uno per uno, con Sager a sgolarsi dentro a un sax e Stewart che scaglia occhiate luciferine per colpevolizzare la nostra ipocrisia (a proposito di questa canzone, Nick Cave in un’intervista parlò di “violent paranoid music for violent paranoid times”: definizione quantomai calzante). Si torna al presente con la drammaturgia robotica di Zipperface che occhieggia al Bowie di metà anni 90, cui fa seguito l’ethno-funk Mad Truth che non sfigurerebbe in un disco dei tardi Talking Heads.
St. Outrageous picchia duro e prepara il terreno ad uno dei momenti più attesi: She Is Beyond Good And Evil è il brano che rivelò al mondo la carica eversiva dei bristoliani, un detournement schizzato che trasforma un riff da disco music in una raffica di scudisciate, in cui non è più importante distinguere i buoni dai cattivi.
Nel finale tutto il pubblico intona compatto l’invocazione nietzscheiana del titolo, accompagnando l’uscita di scena di Stewart e dei i suoi fedeli gendarmi. 
Richiamati a gran voce sul palco, ci gratificano con due bis. Where There’s A Will There’s a Way; singolo ultra-black del 1980, è una golosa chicca per fan, ma l’attenzione è tutta per il finale, reclamato a più riprese nel corso della serata: We Are Time è una delle icone assolute della new wave oltranzista, con il suo capriccioso giocare a nascondino tra riconoscibilità e inafferrabilità, e i quattro ce la sputano addosso con tutta la cattiveria dadaista di cui sono capaci che nel finale si traduce in una bolgia da giorno del giudizio. Una chiusura più ineccepibile non si poteva immaginare. La compagine si ritira e io ne approfitto per l’immancabile furto della scaletta a bordo palco. Sono KO. Mi aspettavo grandi cose, ma questa mitragliata di vetri scheggiati è andata oltre le mie più scatenate aspettative. Se è vero che lo stacco tra il vecchio & il nuovo è tangibile, le due maree si sono vicendevolmente corroborate: i nuovi suoni hanno tonificato le vecchie canzoni che a loro volta hanno dato spessore alle nuove composizioni. Ci avviamo all’uscita del locale mentre nella direzione opposta arriva Stewart diretto al cortile. “Thank you, Mark”, sibilo con un’amichevole pacca sulla spalla; “Thank you, man”, replica lui sorridendo: quasi un saluto complice tra compagni di lotta, un regalo nel regalo, la migliore conclusione possibile per una serata speciale; e se l’operaista Torino che mi è sempre piaciuta immaginare come l’equivalente mediterraneo di Detroit o Birmingham (ex-pistone industriale negli anni decaduto, e quindi inevitabile covo di pericolosissimi punk) è stata la culla di tanti movimenti, politici e non, questo incontro non poteva avvenire in un teatro più appropriato.

Setlist: 1.Thief Of Fire2.Citizen Zombie3.Little Town4.Shadow Child5.Words Disobey Me.
6.Pure Ones7.Days Like These8.We’re All Prostitutes9.Zipperface10.Mad Truth.
11.St. Otrageous12.She Is Beyond Good And Evil.
Encores: 13.Where There’s A Will There’s A Way14.We Are Time.

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