The Police: “Walking on the moon” (1979) – di Matilde Marcuzzo

Essere innamorati è come essere ubriachi. Essere presi da un qualcosa di invisibile, non identificabile, un dolore assurdo che ti morde le ossa, un vuoto nello stomaco come un giro sulle montagne russe, come un fantasma a forma di missile che ti spedisce dritto sulla lunaFilippo era di turno da circa sei ore, a breve avrebbe lasciato il servizio per recarsi alle prove con la sua band ma, mentre osservava le macchine salire e scendere per la superstrada rimuginava i suoi pensieri, alternandoli proprio come quelle vetture in movimento. Era un inverno triste e gelido e anche il suo cuore era triste e gelido, nonostante indossasse la cerata. Nella veglia notturna dei giorni precedenti aveva cercato con tutte le sue forze di non far apparire l’immagine di lei dappertutto: nello specchio, sul rasoio, fra le sigarette, di fianco a lui, sul cuscino. Ci era riuscito male, molto male. Lei non andava via facilmente, persino quando era assente. A pensarci bene, lei era come l’amore, faceva male pur non essendo a portata di mano. Cos’è dopotutto, l’amore? Di cosa si nutre l’innamoramento? Filippo aveva una sola risposta: May! Aveva vissuto per quarant’anni e donne ne aveva incontrate non poche ma, quella donna, quella “bella addormentata” tra i suoi sogni cupi, quella ninfa dolce e beffarda del suo soffrire teneva svegli tutti.
Chiunque la incontrasse rimaneva come un discepolo al seguito del suo signore, ovunque passasse, lei lanciava sgomenti nell’animo come fiori pieni di lusinghe tra i campi aperti degli anni. Anni difficili per Filippo, per la sua coscienza ballerina, giornate piene di ombre e cieli offuscati che erano diventati momenti brevi e soleggiati, accarezzati dal profumo di May. Lui l’amava e, tutte le volte che si allontanava dal suo raggio d’azione, lampi squarciavano i suoi poveri occhi e l’atmosfera, ronzii suonavano nelle orecchie e la pelle iniziava a stargli stretta: spingeva quasi come a voler distaccarsi da se stesso per cercare, come una disperata, di raggiungere le mani di May. L’aveva conosciuta nella desolazione di chi, fatti i conti con le debolezze e le insoddisfazioni, aveva tanta voglia di trasgredire alla regola assurda del malessere quotidiano al quale ogni uomo è condannato… allorché il dubbio diveniva parte integrante dell’esistenza. Tutto può capitare quando si fanno scelte sbagliate. Filippo lo sapeva, un errore lo aveva commesso. Agli errori non si poteva rimediare, ma alle casualità e alle eccezioni con le sembianze di una vestale si poteva quasi cedere.
Non era lei l’errore, però. Non avrebbe mai potuto considerare errore May. La donna dalle sembianze aliene era al mondo. Non era una colpa, esisteva e non pronunciava una sola parola, non chiedeva organi in cambio, lei non li pretendeva. Forse May suscitava tanto amore perché era ella stessa l’amore. Tanto sentire aveva in sé, donava benessere e nemmeno se ne accorgeva. May era una Onlus dei sentimenti. Il suo sorriso, le sue frasi dilettevoli e stoiche erano allo stesso tempo, velate di malinconia e semplici. Si stava bene con May, il tempo passava e lasciava carezze nell’aria. Non avrebbe mai saputo se lei lo avesse mai ricambiato, non glielo aveva mai detto. May non diceva molto con la bocca ma teneva simposi interi con gli occhi. Sguardo da iena, traiettoria assassina e colori misti all’arcobaleno autunnale delle foglie lungo i viali dei borghi antichi. May era storia, un borgo datato e pregiato, un castello pieno di fatti e gente vestita da gran signori difficile da espugnare. May non abbassava mai la guardia, né il ponte levatoio dell’anima. Eppure, l’anima di Filippo era genuflessa su di lei, sull’immagine di una mora assurda che non soddisfaceva mai i suoi perché. Un tuono spaccò il silenzio dei suoi ricordi riportandolo al corrente che il mondo continuava girare, che le vetture continuavano a passare, che lui era lì, sotto le prime gocce di pioggia che, al rallenty, iniziavano a morire scoppiando sui suoi indumenti, una dietro l’altra, ancora e ancora più forte. Suonò il cellulare e corse a ripararsi nella volante. Era suo figlio.
Minuziosamente, il bambino gli descrisse il suo pomeriggio a judo ma Filippo capii soltanto le ultime parole: “ho preso un pugno, papy!” Anche lui aveva preso un pugno, pensò. Se lo era dato bello forte, da solo e dappertutto. Che May avesse avuto paura di infrangere le regole dell’esistenza e del perbenismo e fosse scappata via da lui per questo motivo bislacco? E invece, era stato Filippo ad aggredirla, a dirle che non era possibile tra loro. Si, era stato un pazzo, un vigliacco, un attentatore al suo stesso karma psicofisico. Era stato gravemente ammalato. Una febbre non gialla ma di tutti i colori. Voleva, sperava lei si rifiutasse, cedesse, lo pregasse. Insomma, lui non voleva seriamente lasciarla andar via ma lo fece per alleggerire un peso troppo schiacciante. Lo aveva ceduto a lei quel peso. Lei lo aveva sollevato, trasportato oltre le coscienze, oltre lo spazio. Forse, sulla luna. Sulla gigante sfera fluorescente di notte tutto è leggero, si fanno passi da gigante“Giant steps are what you take”. Come non averci pensato prima. Era una canzone dei Police quella che gli nominò May una delle prime volte che parlarono. Lui la suonò per lei, quasi in sintonia, in telepatia.
Unica nel suo genere, unica come l’aliena in terra. Un pezzo spaziale, perfetto e assurdo che fondeva il rock puro al reggae, in un misto di suoni e vibrazioni che creavano attimi di estasi, di innovazione e sogno impossibile dell’inafferrabile, dell’inarrivabile. La genialità del suono trasportava l’ascoltatore in un luogo lontano, non terreno, i riff di chitarra e basso erano così precisi, flessuosi e leggeri che incantavano. Il sesto brano dell’album “Reggatta de blanc” del 1979 nasceva con tripudio d’orgoglio di Sting, compositore estroso e versatile di un testo che emanava poesia e trascriveva una lezione di vita per chiunque si fosse innamorato una volta nella vita. Cosi come Sting stesso la scrisse, ubriaco in una camera d’albergo per una sua prima fiamma, evidenziando bene la perdita di reale contatto con la terra e la forza di gravità, come causa effect dell’amore… cosi May aveva lanciato a Filippo un messaggio e lui lo stava riavvolgendo solo adesso. Gli sembrò di vederla mentre cantava… “We could walk forever / Walking on the moon”… agitando i capelli al vento che parevano proprio fluttuare sulla luna e, … “We could live together”… avrebbe dovuto canticchiare lui, milioni e milioni di volte ora che ci pensava bene, tutte le volte che andava via da casa sua… “Walking back from your house/Walking on the moon”… e i suoi piedi erano in aria, talmente era inebriato da lei… ”Feet they hardly touch the ground”… i suoi passi non facevano nessun rumore“My feet don’t hardly make no sound/Walking on the moon”… solo i suoi battiti si spaccavano sul cemento ma, il rumore brusco della realtà tornò a interrompere il suo viaggio lunare.
Una Honda custom VT 750 shadow gli rombò vicino. Osservò il motociclista sparire oltre la curva. Era un modello particolare. May era particolare come quella moto, elegante e flessuosa, aggraziata, talmente veloce da sentirsi sul tragitto per la luna e di una bellezza ricercata. Quanto l’aveva ricercata! May se l’era presa l’universo. Filippo gli aveva detto le sue verità e lei aveva fissato a lungo la sua cravatta. Che avesse voluto immaginare di strozzarlo? Se lo meritava, in fondo era giusto. Qualcuno potrebbe dire che se lo sia meritato, che la sparizione di May sia stata il prezzo da pagare”Some may say (…) / And if it’s the price I pay… Si sentì quasi morire. Chissà se anche Sting morì in quell’albergo, passeggiando su e giù per la stanza della luna. Per consolazione qualcuno avrebbe potuto bussare al suo finestrino e qualcun altro avrebbe potuto bussare alla porta di Sting e dir loro che domani è un altro giorno… “Some say (…) / (…) Tomorrow’s another day…. La consolazione stessa avrebbe potuto materializzarsi sotto forma di donna e chiedere di restare e giocare o “suonare” così bene per lei… “You stay (…) / (…) I may as well play”…. Mise in moto. Suonò Walking on the moon di nuovo quella notte e gli sembrò quasi di vederla oltre le vetrate del garage, fluttuare tra gli alberi impazziti e i rami funesti, con una veste trasparente, colorita di un candore proibito dai raggi della luna.

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