The Moody Blues: “To Our Children’s Children’s Chindren” (1969) – La Firma Cangiante

Siamo sul finire dei ’60 in quella che è considerata l’epoca d’oro del progressive rock alla quale diedero lustro molte band inglesi tra le quali i The Moody Blues che, nel 1969, pubblicano il loro quinto album.
“To our children’s children’s children”, arriva dopo incisioni probabilmente più note e apprezzate dai seguaci del prog-rock dell’epoca; ciò nonostante, anche questo è un lavoro degno di attenzione, che lascia spazio a diverse interpretazioni sul suo significato e che, pur entrando a pieno diritto nel filone del prog-rock, non abusa delle caratteristiche del genere, proponendosi invece come un’opera coesa, non esageratamente cervellotica e scevra di eccessivi virtuosismi e sperimentazioni fini a se stesse.
Sono assenti lunghe suite e brani dalla durata smodata, e l’unico pezzo strumentale si incastra perfettamente in quello che risulta essere un concept dedicato al viaggio spaziale. L’album, infatti, uscì nell’ottobre del 1969, a soli tre mesi dal giorno in cui ArmstrongAldrin e Collins contribuirono a fare la storia delle missioni spaziali conquistando la Luna. Però, come accennato sopra, ci sono almeno un paio di altre interpretazioni possibili per i testi di alcuni brani, forse anche qualcuna in più. Nonostante l’apertura dell’album e della prima traccia, Higher and higher, simuli il suono di un razzo spaziale in partenza, l’ascensione verso l’alto suggerita dal titolo potrebbe essere intesa in senso fisico ma anche spirituale e, in ultima istanza, potrebbe essere legata al processo evolutivo della razza umana giunta finanche a conquistare i cieli. Tesi, questa, supportata dall’artwork del vinile che propone pitture rupestri contaminate da chiari elementi di modernità (armi primitive e contemporanee, un aereo, un oggetto non ben identificato in rotta verso il sole, ecc.). Nella seconda traccia, Eyes Of The Child, emerge un’altra delle tematiche che emergono lungo tutto il corso dell’album: la speranza e il ruolo dell’uomo come parte di un qualcosa di più grande e meraviglioso, un inno di positività visto sul piano fisico come un viaggio verso qualcosa di nuovo, in questo caso la Luna. Le atmosfere sono delicate, tra arpeggi di chitarra acustica e suoni d’arpa in apertura di brano. Su una melodia orecchiabilissima si apre un’altra possibile chiave di lettura. In Floating, infatti, la descrizione di quelle che potrebbero essere sensazioni provate in assenza di gravità sono facilmente travisabili e riconducibili alla cara vecchia LSD e, quindi, al viaggio mentale; argomenti, questi, non rari nella musica di quegli anni. Personalmente al primo ascolto, ancora a digiuno di nozioni sulla genesi dell’album e sulle intenzioni della band, il mio primo pensiero posso assicurarvi che non è andato al viaggio spaziale. Tutto ciò assume, musicalmente parlando, toni ora più vivaci, ora più riflessivi, in un alternarsi armonico che rende l’ascolto sempre gradevole, senza tuttavia tralasciare cambi di tempo ed elementi sonori ricorrenti, come si conviene a un’opera prog. Il tutto proposto in un equilibrio vicino alla perfezione. Alle varie descrizioni, reali o mentali che siano, si uniscono riflessioni e peripezie di un misterioso personaggio, il Gipsy che ha l’onore di aprire il lato B del vinile, accelerandone il ritmo. Metafora o semplice narrazione?
Passaggi malinconici, momenti very peaceful adatti a quegli anni (So love everybody / And make them your friends / So love everybody / And make them your friends), ritmi orientaleggianti, accenni lisergici, pezzi acustici, contribuiscono tutti all’amalgama che rende “To our children’s children’s children” un lavoro davvero stimolante e ben riuscito.

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