The Mission: “Another Fall From Grace” (2016) – di Nick Blackswan

Avere tra le mani un nuovo disco dei The Mission evoca al sottoscritto inevitabili ricordi adolescenziali.
Le stesse suggestioni, più o meno, che proveranno quelli che per un certo periodo della loro vita hanno camminato in equilibrio sulla sottile linea nera tratteggiata dalle canzoni dei Joy Division, dei Bauhaus e dei Sister Of Mercy, da cui la Band capitanata da Wayne Hussey prese vita a metà degli anni 80.
Dischi come “God’s Own Medice e Children”, di cui conservo ancora i vinili originali, sono alcuni dei pezzi più pregiati della mia discografia, e non solo per l’intrinseco valore artistico dell’opera, quanto semmai per le implicazioni nostalgiche che il loro ascolto comporta. Se da un lato, dunque, questo nuovo “Another Fall From Grace” era atteso dal sottoscritto con trepidazione, dall’altro, il timore di un passo falso mi rimbalzava in testa, rischiando di realizzare un’esiziale strike di tutti i miei più dolci ricordi.
Le preoccupazioni, però, vengono fugate fin dal primo ascolto del disco: Wayne Hussey, in splendida forma e saldamente al timone del combo (ci sono proprio tutti, a parte il batterista Mick Brown) mantiene la rotta, evitando accuratamente i gorghi del mainstream e le secche compositive. Anzi, a dirla proprio tutta, fa meglio che nel precedente e discreto “The Brightest Light” (2013), recuperando anche parte di quell’evocativa inclinazione al gotico che, trent’anni fa circa, ci aveva fatto innamorare dei The Mission.
Il disco inizia con un uno-due degno della fama del gruppo: la title track e Met-Amor- Phosis (ospite Ville Valo degli Him) rappresentano una rivisitazione 2.0 del vecchio marchio di fabbrica, rigenerando con entusiasmo l’antica formula composta da chitarre rock, mood malinconico e atmosfere dark oriented.
Due brani che sviluppano ottime melodie e introducono a un disco che possiede molti punti di forza, come la potente Tyranny Of Secrets (alla lunga  la migliore del lotto) o Within The Deepest Dark e Blood On The Road (che riff Mr. Hussey!) nelle quali riecheggiano i fasti di un glorioso passato. Tuttavia è inevitabile che in una scaletta della durata di un’ora abbondante, l’ispirazione non sia sempre al massimo: Never’s Longer Than Forever, ad esempio, parte bene e perde colpi in un ritornello un po’ troppo furbetto, gli echi mediorientali di Bullets Bayonets sanno di imbellettamento per un fiacco riempitivo e, la conclusiva Phantom Pain, sviluppa una cacofonia di ottoni, di cui francamente non riesco a vedere la necessità. Tuttavia, a parte qualche episodio meno convincente, si può concludere affermando che “Another Fall From Grace”  è un disco riuscito, che Wayne Hussey non ha perso un briciolo del suo fascino vocale e che la Band appare più in palla che mai, soprattutto quando si tratta di evocare le tanto suggestive atmosfere crepuscolari. Inevitabile, a questo punto, una chiosa tanto banale quanto esplicativa: missione compiuta! 

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