The Lounge Lizards: la “new wave” del Jazz – di Fabrizio Medori

Dopo gli sporadici e velleitari tentativi di contaminare la scena new wave americana con il Jazz d’avanguardia, tra la fine degli anni 70 e l’inizio della decade successiva, attraverso la cosiddetta no-wave, un solo gruppo di ispirazione “afroamericana” è riuscito a lasciare una traccia importante nella storia della musica. Nati intorno alla figura carismatica del sassofonista John Lurie, compositore, produttore, attore e pittore di grande talento, i Lounge Lizard hanno lasciato un segno profondo nella musica moderna, travalicando ogni confine stilistico e trovandosi a proprio agio sia nell’utilizzo del linguaggio Jazz, sia attraverso un suono più sperimentale, sia quando hanno provato ad avvicinarsi a sonorità più rock – spingendosi fino al punk – sia che lasciassero contaminare il loro suono da influenze etniche. Il leader, fin dagli inizi dell’avventura del gruppo ha percorso parallelamente alla carriera musicale quella di attore, interpretando il ruolo di protagonista nel film “Stranger than Paradise” (1983) diretto da Jim Jarmusch, e di coprotagonista, al fianco di Tom Waits e Roberto Benigni in “Daunbailò” (1986), sempre con la regia di Jarmusch. Ha partecipato anche ad altri film-culto degli anni 80, come “Paris, Texas, “Cercasi Susan Disperatamente”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Il Piccolo Diavolo”, “Cuore Selvaggio” e tantissimi altri. Oggi, ad ulteriore dimostrazione del suo multiforme talento artistico, è un quotatissimo pittore, potendo vantare partecipazioni a mostre in tutto il mondo e l’acquisizione di sue opere da parte di diversi musei tra i più importanti e conosciuti di tutto il pianeta. La sua assidua frequentazione del mondo cinematografico gli ha permesso di comporre diverse colonne sonore, settore nel quale è attivo pure il fratello Evan, pianista del Lounge Lizards. Il terzo componente della formazione originale è un altro fuoriclasse, Arto Lindsay, chitarrista molto conosciuto nell’area dell’avanguardia statunitense. La prima sezione ritmica della band newyorchese era composta dal contrabbassista Steve Piccolo e dal batterista Anton Fier. Questa formazione incise il primo lp del gruppo, nel 1981, dopo circa due anni di attività e, il disco in questione, da solo, è sufficiente a consegnarli alla storia della musica. Più che parlare dei molti piccoli capolavori inclusi nell’esordio eponimo è necessario tentare di descrivere le atmosfere sonore del disco, capace di trasportare l’ascoltatore in un mondo straniato e stralunato, pieno di novità e invenzioni, ma altrettanto pieno di riferimenti alla cultura e agli umori jazz tradizionali. Nell’esordio si possono ascoltare, fianco a fianco, i brani originali di John Lurie, pieni di nervosismo e spigolosità e due classici di Thelonius Monk, Well You Needn’t ed Epistrophy, senza che i due mondi diversi entrino in conflitto, anzi: gli arrangiamenti e la produzione rendono, attraverso un sound estremamente personale e riconoscibile, il disco particolarmente omogeneo, proprio nella continua serie di sorprese. In fondo, tutta la cifra stilistica dei Lounge Lizard risiede nella genialità del leader, che riesce a mantenere sempre desta l’attenzione dell’ascoltatore, bersagliato da continui e pirotecnici cambi d’umore, che si manifestano attraverso invenzioni melodiche difficilmente ascoltate in precedenza, variazioni armoniche che trasformano continuamente il paesaggio sonoro in cui è ambientato ogni brano, irregolarità ritmiche utilizzate per dare maggior respiro e leggerezza all’ascolto e una varietà timbrica che invoglia l’ascoltatore, una volta terminato il disco, a ricominciare da capo, per poter apprezzare ancora tutte le sfumature del capolavoro dei Lounge Lizards… e la cosa più entusiasmante è che, ad ogni ascolto, vengono fuori piccoli dettagli, frasi e suoni che precedentemente non erano arrivati alla superficie. Forti di un esordio così riuscito i cinque musicisti iniziarono a girare il mondo, sebbene avessero già fatto un’apparizione anche in Italia, al festival Electra 1 di Bologna, nel 1981. La lunga e intensa attività dal vivo li porta, due anni dopo la pubblicazione del primo, a pubblicare un nuovo disco, dal vivo, “Live From the Drunken Boat”, nel quale non inseriscono brani presenti sul disco di esordio. Continua l’alternanza tra brani originali e rivisitazioni di classici jazz – qui In A Sentimental Mood di Duke Ellington – ma l’atmosfera perde gran parte della sua originalità, probabilmente a causa della partenza del batterista e, soprattutto, del chitarrista originali. Altro innegabile motivo del calo di tensione all’interno della Band è sicuramente frutto dei molteplici impegni dei fratelli Lurie, spesso alle prese con il mondo cinematografico, in veste di attore, soprattutto John e di compositore di colonne sonore, in particolare Evan, il quale ha composto le musiche per ben tre film di Roberto Benigni: “Il Piccolo Diavolo”, “Johnny Stecchino” e “Il Mostro”. Un’ulteriore cambiamento avviene a metà degli anni 80, con una formazione completamente nuova, fatta eccezione per il leader e suo fratello, nella quale spiccano l’uscita di Steve Piccolo e l’ingresso di Marc Ribot, chitarrista di livello supremo e collaboratore storico di Tom Waits. La medesima formazione incide due nuovi album, “Big Heart Live In Tokio”, dal vivo, nel 1986 e “No Pain For Cakes”, lavoro in studio dell’anno seguente. Nessuno dei due dischi, sebbene siano entrambi tutt’altro che trascurabili, riesce tuttavia a rinnovare la formula stilistica delle “Lucertole da Salotto”, procedendo verso orizzonti Jazz, sempre apprezzabilissimi, ma mai innovativi quanto il disco che li ha fatti conoscere. Nel 1988, con l’esperimento di “Voice Of Chunk”, inizialmente distribuito solo attraverso ordine postale, si tenta di trasmettere un nuovo impulso attraverso una serie di brani inediti che, in qualche modo, recuperano lo smalto del primo lavoro. In questo, che può essere considerato il degnissimo capitolo finale di un discorso iniziato soltanto cinque anni prima, i brani sono scritti tutti dai Lounge Lizards, per la maggior parte dal solito John Lurie e, tra loro spiccano le due Bob The Bob, Sharks e la Tarantella scritta da Evan. Dieci anni più tardi, “Queen Of All Ears” non avrà la forza artistica dei suoi predecessori e sarà soltanto uno sbiadito ricordo del disco che, quindici anni prima, alla sua uscita, aveva fatto gridare al miracolo. Ovviamente consigliatissimo, sebbene di non facilissima reperibilità, l’ascolto del primo disco che, a distanza di così tanto tempo, mantiene una freschezza e un’attualità incredibili. Ancora una volta dedicato a tutti quelli che ritengono gli anni 80 un periodo da dimenticare.

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