The Long Ryders: “Psychedelic Country Soul” (2019) – di Pietro Previti

Probabile che la parabola artistica dei Long Ryders, a lungo andare, non potesse prescindere dall’appellativo che Sid Griffin e soci avevano deciso di darsi. Il riferimento è noto, un omaggio al cinema western di Walter Hill (“The Long Riders” 1980) ed al country-rock dei Byrds e dei Flying Burrito Brothers. Arrivano così, nei primissimi anni Ottanta e dureranno appena un lustro, giusto il tempo di incidere una manciata di album seminali per poi separarsi, interrompendo una carriera artistica sul più bello, ritenendo forse di avere cantato e suonato tutto ciò che avevano da dire. Eppure i Long Ryders rimarranno indimenticati fautori di un sottogenere della new psichedelia, il Paisley Underground, che li vedrà protagonisti assoluti assieme ai Dream Syndicate ed ai Green on Red. Dopo un primissimo EP del 1984“10-5-60”, con attitudini country-punk losangeline, i tre successivi album appaiono già indispensabili.  “Native Sons” (1983), LP di debutto già maturo, “State of Our Union” (1985) ulteriore balzo in avanti ed il successivo, purtroppo finale, “Two-Fisted Tales” (1987). Trentadue anni dopo, ad un anno appena di distanza dal celebrato ritorno del “Sindacato del sogno” con il pregevole “How Did I Find Myself Here?”, i “Cavalieri dalle lunghe ombre” rilanciano e danno alle stampe “Psychedelic Country Soul”. Lo sticker apposto sulla versione in vinile doppio a dodici pollici annuncia che si tratta del nuovo album in studio dal 1987 dei fondatori del movimento Alt-Country. Pubblicato dalla Omnivore Recordings e distribuito dalla Cherry Red a partire da metà febbraio 2019, “Psychedelic Country Soul” vede nuovamente insieme i quattro membri originali della band Greg Sowders (batteria), Tom Stevens (basso e chitarre, voce), Stephen McCarthy (chitarre, pedal steel, mellotron, voce) e Sid Griffin (chitarra, banjo, armonica e voce). La ricomposizione della line-up originale a distanza di oltre trent’anni è già cosa stupefacente di per sé, ma l’aspetto non scontato è che la reunion dei quattro musicisti funziona e convince realmente come se il tempo non fosse passato dall’ultimo “Two-Fisted Tales”. Vero che già tra il 2014 ed il 2016 i “Cavalieri” erano tornati a calcare i palchi per qualche concerto, ritagliandosi un po’ di spazio tra progetti collaterali e solisti, non essendo mai fuoriusciti del tutto dal music-business. Determinante, mai ingombrante, il ruolo del ritrovato Ed Stasium, storico collaboratore dei Ramones e dei Talking Heads, presente nel progetto non solo dietro ad ogni tipo di tastiera, ma anche come produttore e tecnico del suono. La qualità di scrittura dell’album è decisamente buona e presenta diverse canzoni che possono ambire a diventare i nuovi classici del gruppo. Come sempre le armonie vocali fanno la differenza, gli intrecci delle voci di Sid, Tom e Stephen sono il marchio di fabbrica della premiata ditta. L’abilità strumentale dei quattro appare accresciuta così come la consapevolezza del ruolo di band di riferimento in ambito Alt-Country ed Americana. Un lavoro ricco, intenso, profondamente onesto, soprattutto non nostalgico, che si lascia ascoltare d’un fiato per tutti i cinquanta minuti di durata, spalmati su dodici brani in totale. Difficile indicare i pezzi migliori in una scaletta che non presenta cedimenti. Segnatevi questi titoli, ad ogni modo. Il brano d’apertura Greenville, che si pone già come singolo d’elezione ed annuncia la festa a seguire, affidata alla countreggiante Let It Fly, arricchita dalla presenza ai cori di Debbi e Vicki Peterson delle Bangles. Il soft-rock di Molly Somebody e l’acustica, sognante, ballata di If You Want To See Me To Cry. La classica Gonna Make It Real, forse il brano più bello dell’intero lotto. Il sincero omaggio a Tom Petty con Walls California State Line, che sembra uscire da un long-playing di Graham Parsons, grazie anche alla presenza degli ospiti David Pearlman alla pedal steel guitar e Kerenza Peacock al violino. Il traditional Bells of August che potrebbe essere un’outtake di “Music from the Big Pink” della Band e la chiusura di  Psychedelic Country Soul, suite orientaleggiante e psichedelica che da sola rappresenta un bignamino di cosa sia il Paisley Underground. Al momento sorpresa di questo primissimo scorcio d’anno.

Tracklist: 1. Greenville (by Stephen McCarthy).
2. Let It Fly (by Tom Stevens, Debbi Peterson, Vicki Peterson, Kerenza Peacock).
3. Molly Somebody (by Sid Griffin & Steve Barton)
4. All Aboard (by Sid Griffin, Tom Stevens, Stephen McCarthy, Tom Stevens).
5. Gonna Make It Real (by Stephen McCarthy).
6. If You Want To See Me To Cry (by Sid Griffin, Kerenza Peacock).
7. What The Eagle Sees (by Sid Griffin, Tom Stevens, Tom Stevens).
8. California State Line (by Stephen McCarthy, David Pearlman, Kerenza Peacock).
9. The Sound (by Ed Stasium, Greg Sowders, Sid Griffin).
10. Walls (by Tom Petty, Debbi Peterson, Miss Julia Wild, Vicki Peterson, Charles Arthur).
11. Bells Of August (by Tom Stevens, Stephen McCarthy, Tom Stevens).
12. Psychedelic Country Soul (by Sid Griffin, Stephen McCarthy, Hoppy Nipkins).

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