The Last Internationale: “We Will Reign” (2014) – di Alessandro Gasparini

ll mio primo approccio al rock è stato alquanto canonico. Come spesso accade a un adolescente di sesso maschile, la combo fenomenale che porta ad avvicinarsi a questo genere è composta dal testosterone e dalla voglia di spaccare il mondo. Facile in tal senso intuire un’escalation di ascolti che, partendo da Elvis Presley e Jerry Lee Lewis, attraversa gli anni 60 e il loro tramonto nel segno di Jimi Hendrix e dei Doors, per poi scendere sulla via dei sogni infranti nei 70 che vanno dritti alla disillusione hardcore punk. Quella compresa trai 16 e i 18 anni è un’età nella quale anche il solo rispondere maleducatamente in famiglia ha un inequivocabile profumo di rivoluzione. Può sembrare banale e patetico, ma per chi non appartiene alla generazione che ha perso di Giorgio Gaber anche queste piccolezze assumono un certo significato. Ritengo dunque lecito lasciarsi andare ad una piacevole illusione di rivoluzione che scaldi anima e corpo. Almeno prima che questi, volenti o nolenti, vengano assorbiti dai dogmi dell’unico modo di vivere ammesso oggigiorno. Nell’inverno del 2015, quando vivevo a Birmingham preoccupato per il futuro e impegnato fisicamente e mentalmente come mai prima, un amico mi suggerì una band che non avevo mai sentito, i The Last Internationale.
Fu un piacere immenso conoscere artisti contemporanei con un approccio così impegnato da sembrare quasi un ossimoro vivente. Inoltre, musicalmente parlando mi sembrarono quanto di più familiare i miei timpani consumati potessero accogliere. Fin troppo chiaro che il loro nome riporti alla memoria
Internazionale Dei Lavoratori, canzone simbolo della Sinistra. Il nucleo fondante è composto dai newyorkesi Delila Paz (voce) e Edgey Pires (chitarra), attivi dal 2008 come duo dedito alle canzoni di protesta e ispirati al folk e al blues. Focalizzati su temi quali guerra, povertà della classe operaia, abusi di potere e ambientalismo, vengono scoperti dal chitarrista Tom Morello dei Rage Against the Machine dopo la pubblicazione del primo EP New York, I Do Mind Dying del 2013. Proprio Morello sarà artefice delle nozze tra il duo e il batterista Brad Wilk, suo compagno nei RATM e già in forza agli Audioslave tra il 2001 e il 2007, nonché dell’incontro con i produttori Brendan OʼBrien (Pearl Jam, Bruce Springsteen, Neil Young) e Brendan Benson (Raconteurs) in vista della pubblicazione di un LP d’esordio. Debutto che arriva nel 2014 con We Will Reign, targato Epic Records. Registrato negli Henson Studios di Hollywood, è un long playing forte del connubio tra la sfrontatezza dei musicisti e una produzione decisamente all’altezza.
La
prima facciata è aperta da Life, Liberty, And The Pursuit Of Indian Blood ed è subito cristallino l’intento di rendere omaggio alla causa dei Nativi Americani. Un canzone rock con la quale i Nostri cavalcano il filo rosso che collega le folle oceaniche di Woodstock e dell’Isola di Wight al revival blues rock nella prima decade 2000 (White Stripes, Black Keys), dando in pasto all’ascoltatore la voglia di andare sulle barricate per costruire un mondo nuovo bruciando le strade, facendo rinascere le foreste e rubando ai ricchi per dare ai poveri. Un mondo preannunciato in toni più sognanti, pacati e fatalisti in We Will Reign. Una Terra Promessa che in qualche modo e in qualche dove arriverà. La voce poetica e aggressiva allo stesso tempo di Delila Paz, ma anche la sua fisionomia, fa immediatamente tornare in mente due mostri sacri del rock al femminile come Grace Slick e Chrissie Hynde. Voce che si fa contemplare in tutto il suo pathos in Wanted Man. Si tratta del primo singolo estratto dall’album e per il quale è stato realizzato un imponente e cinematografico videoclip in stile western, peraltro molto affine all’estetica che Quentin Tarantino e Robert Rodriguez hanno utilizzato rispettivamente nei film Django Unchained (2012) e C’era una volta in Messico (2003). Il brano è un crescendo regolare e inesorabile dove la voce magnifica di Paz, accompagnata dalla chitarra acustica e dalla batteria metronomica, è protagonista assoluta. La protesta torna roboante in Killing Fields, un vigoroso hard rock inneggiante alla rivolta contro i potenti del pianeta che non risparmia stoccate alle generazioni passate (“pensi che il potere dei fiori li fermerà?”).
Ultima traccia del
lato A il pregevole e orecchiabile pop di Battleground, che prepara idealmente l’orecchio al primo brano del lato B. I Nostri si cimentano dunque nella cover di Baby It’s You, in origine composta da Burt Bacharach per le Shirelles e già reinterpretata con successo dai Beatles e dai Carpenters. Ancora una volta si ha l’occasione per sentire la frontwoman nel pieno delle forze, la quale con i suoi acuti e la sua genuinità non sfigura al cospetto dei predecessori sopra menzionati. Ma non è finita qui, perché due canzoni acustiche in successione danno modo di apprezzarla ulteriormente. Devil’s Dust è, a parere di chi scrive, il secondo punto più alto dell’intero album. Una ballad struggente e commovente senza tempo, che per tre minuti e mezzo fa dimenticare di essere nel XXI secolo anche se ascoltata con le cuffie da uno smartphone. Se I’ll Be Alright è un altro brano per scaldare i cuori, verso la conclusione del disco c’è modo di riaccendere la miccia dei rocker più imperterriti con Fire, nella quale riecheggia il Neil Young di Cowgirl In The Sand.
Il gran finale sorprende per la capacità di riallacciarsi, in musica e parole, alle radici della controcultura americana.
1968 è l’inno che dichiara l’amore che sarà e la rivoluzione che verrà. Un viaggio che partendo dalla Summer of Love ripercorre le note infuocate e i sentimenti iconoclasti degli MC5 e degli Stooges, per colpire dritto il cuore di chi si è sciolto nella furia del punk. Alla fine dei conti We Will Reign è album fatto di solido e sanguigno rock, modernizzato sì ma immune da elettronica e campionamenti. Per chi si definisce una folk band radicale, l’essere stati sotto contratto con una etichetta major (Epic è una sussidiaria della Sony) ha dato senza dubbio visibilità e ha permesso loro di diffondere il proprio messaggio in un ambito mainstream. Tuttavia, la voglia di restare autentici li ha spinti a fuggire da quel mondo e a tornare a produrre musica in modo indipendente.
Questa scelta ha comportato per entrambi diverse difficoltà dal punto di vista umano e professionale ma, in definitiva, tali intenzioni non possono che essere lodate. Nel 2016 pubblicheranno la raccolta di brani in acustico
This Bootleg Kills… Vol 1, l’anno successivo il live Live At Doghouse Studios, mentre il 2019 vedrà l’uscita del secondo LP Soul on Fire. Ho avuto la fortuna di assistere alla loro perfomance a Milano prima dei Pearl Jam nell’estate del 2018, constatando in prima persona la sincerità e l’entusiasmo di chi calca un palco per coinvolgere il pubblico in qualcosa che va oltre il semplice intrattenimento. Il mondo che cantano resterà probabilmente un’utopia, ma in fondo Delila e Edgey hanno già realizzato la loro piccola rivoluzione.

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