The Kooks: “Konk” (2008) – di Flavia Giunta

Uno dei poteri più misteriosi della musica è quello di trascendere lo spazio e il tempo, riportarci in un attimo a periodi passati, felici o tristi che siano, con il semplice attacco di una canzone che adoravamo a sedici anni o che ascoltavamo in auto con la prima cotta. Un’impressione del genere è quella che si prova durante l’ascolto di “Konk” dei Kooks, che potrebbero essere definiti come i Dorian Gray dell’indie rock britannico. Infatti, i loro visetti adolescenziali (come le loro sonorità spensierate) danno l’impressione di mantenersi intatti tuttora, dopo tredici anni anni dal loro debutto… ma questa è un’altra storia. L’album in questione, uscito nel 2008è infatti appena il secondo della loro carriera. Un disco non molto apprezzato dalla critica per la semplicità delle sue linee melodiche ma che, proprio per questo, risultò subito digeribile e apprezzato dal pubblico che aveva divorato, due anni prima, il disco di esordio, “Inside In/Inside Out” (2006). Le tematiche e la musicalità non si allontanano molto da quelle dell’album del debutto; si nota sempre la vena britpop – soprattutto in senso vocale – che emerge dal suono tipico del pop-rock, scoppiettante e allegro come una caramella al seltz tra le labbraPerò, nonostante sia questo il “filo rosso” del disco, ogni singolo pezzo è capace di dare sensazioni differenti. Si passa dalla leggerezza di un amore sbocciato da poco come nella ballad Love It All, all’andamento più rock, allegro e movimentato di Always Where I Need To Be (primo singolo estratto), per arrivare poi a note di nostalgia come in Gap e, soprattutto, in One Last Time, sognante e remota. Anche See The Sun, la traccia iniziale, parte con un incipit lento e malinconico che poi sfocia però in un riff più cadenzato e sicuro. Il lato romantico e intimista (ma sempre senza prendersi troppo sul serio) emerge ancora di più dal secondo disco che costituisce l’album, denominato “RAK” come gli studios in cui è stato registrato. Qui troviamo i Kooks più acerbi ma anche più spontanei; Watching The Ships Roll In è triste e più intensa rispetto al resto dell’album, con la voce di Luke Pritchard che si spezza sul ritornello… situazione simile a quella che si coglie nel testo di Hateful Of Love. A mio parere Fa La La è una delle dichiarazioni d’amore più sincere che si possano ricevere (“… and I’ll do the things that remind me of you, and I’ll wash my hair in your shampoo, and I’ll buy your perfume and spray it ‘round my room, and I’ll smoke your cigarettes so that I’m dying too…”). Ci sono anche le bizzarre By My Side, con il suo motivetto alla tastiera, e Eaten By Your Lover, caratterizzata da un ironico falsetto al pianoforte.Si può dire, insomma, che non ci troviamo di fronte a chissà quale eclatante capolavoro dell’alternative rock, ma ogni tanto la leggerezza non è peccato. Noi tutti abbiamo bisogno di un ritornello allegro che ci torna in mente quando siamo distratti e che, puntualmente, non ricordiamo dove abbiamo sentito; oppure della freschezza di un tardo pomeriggio in riva al mare con chitarra, birre e falò… o ancora per la festa di fine anno del liceo, con i ragazzi nervosi e le ragazze malferme sui tacchi che aspettano di essere invitate a ballare. Sono queste le sensazioni che questo disco – e, in genere, lo stile dei Kooks – vogliono rievocare.

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