The Jimi Hendrix Experience: “Electric Ladyland” (1968) – di Benedetta Servilii

Me ne stavo seduta al centro del campo di grano in cui mi nascondevo da bambina inseguendo sogni e animali immaginari. Il rituale della mietitura era terminato il giorno precedente, sotto un sole così caldo da fiaccare le braccia e gli animi più forti. Il campo era nato nuovamente e io, stanca e purificata, potevo finalmente riposare rassicurata da un orizzonte lontano e dall’odore della terra. Al buio, in una tiepida notte di giugno. Di fronte a me un rogo di sterpaglie che mi ipnotizzava. Non sapevo da quanto tempo fossi lì a fissarlo e nemmeno mi importava. Ne ero affascinata, come lo ero sempre stata, sin da bambina. Mi apparteneva più di qualsiasi altro elemento e io appartenevo a lui, alla sua forza vitale e, allo stesso tempo, distruttiva. Le fiamme avanzavano sempre più verso il cielo, alimentate da un leggero vento che arrivava dal mare e mi rinfrescava la pelle. Il rogo cambiava continuamente forma e colore ed era bello pensare che qualcosa di così estremamente mutevole avrebbe potuto farmi riconoscere qualsiasi forma che si sarebbe avvicinata a me nel buio di quella notte.
All’improvviso apparvero uomini e donne che, completamente nudi, presero a danzare intorno al fuoco, innalzando le braccia al cielo e gettando terra tra le fiamme. Alcuni bambini correvano gioiosi tra gli adulti che li incitavano a seguirli nel rituale. Cantavano parole a me sconosciute, eppure sembravano risuonarmi dentro come musiche familiari. Sorridevamo, io e i miei ricordi sciamanici. Poi comparve una donna, la trascinavano in tre, urlava disperata e rassegnata al suo destino. Sentivo la mia pelle bruciare con la sua mentre, insieme alle fiamme, saliva al cielo anche il tanfo dell’ingiustizia. Ero una strega almeno quanto lei, da sempre libera nei pensieri e di vivere le mie passioni. Anche quelle scomode. Chiusi gli occhi mentre ascoltavo ancora il caos di canti e grida tra il sempre più forte scricchiolio delle fiamme. Quando li aprii ero nel mio salotto, sul mio divano di fronte al camino accesso. Il fuoco era cauto e rassicurante e il mio cuore rallentò i battiti. Presi il bicchiere di vino e feci un sorso. Anche un fuoco così labile mi sembrava un’ingiustizia. Mentre la guardavo, la fiamma divampò come se qualcuno vi avesse gettato della benzina, il suono di una chitarra inconfondibile mi distrasse dal pensiero di un possibile incontro col diavolo, finalmente. Io non avevo avuto mai bisogno di figure religiose perché era lui la mia religione, il mio diavolo: Jimi Hendrix, uno dei pochi uomini in grado di incendiarmi davvero. La musica si fece sempre più forte e vicina, non avevo più dubbi. Stavo ascoltando il suo capolavoro, “Electric Ladyland” (1968), il connubio perfetto tra ispirazione psichedelica, blues e hard rock. Have you ever been (have you ever been) to Electric Ladyland? / The magic carpet waits for you so don’t you be late / Oh, (I wanna show you) the different emotions / (I wanna run to) the sounds and motions / Electric woman waits for you and me / So it’s time we take a ride, we can cast all of your hang-ups over the seaside / While we fly right over the love filled sea / Look up ahead, I see the loveland, soon you’ll understand”.
Non potevo che essere io quella donna elettrica e quel posto di pace e fuoco non poteva che essere dentro di me. Lui era lì per me e, con la sua voce su un delicato blues tra voci in falsetto, preparava la strada all’incendio che sarebbe poi inevitabilmente divampato. Avevo lasciato qualsiasi pensiero all’aria e al mare e con l’arrivo della selvaggia Crosstown Traffic io e Jimi ci ritrovammo. Nei 15 minuti che seguirono ero già completamente sua e su Voodoo Chile ci promettemmo di rivederci nella prossima vita, perché questo rientrava nei suoi poteri e io gli credevo davvero. Hendrix era fuoco e io ero completamente rapita. Non mi interessava quanto potessi scottarmi, volevo solo bruciare e con lui era inevitabile. Aveva un potere su di me e sull’ambiente che mi circondava. Le mura delle stanze sparirono, l’incendio prese piede così velocemente accompagnato dal suo ritmo sempre crescente, ero completamente avvolta dalle fiamme e mi sentivo a casa: “No one knows where she comes from / Maybe she’s a devil in disguise / I can tell by looking in her eyes”. Forse aveva ragione, ero un diavolo anch’io, a proprio agio solo tra cose e persone che riescono davvero a bruciare. Lui lo sapeva che avrebbe mandato a fuoco la mia casa e avrebbe facilmente superato le mura che spesso mi proteggevano: “Look at the sky turn a hell fire red, somebody’s house is burnin’ down down“.
L’unico modo per superarle era semplicemente distruggerle, lui ci riusciva nel migliore dei modi. Avevo sempre pensato che l’intero album fosse un inno alla vita in ogni sua forma e in tutta la sua complessità, in quel momento ne ebbi la certezza. A Hendrix non servivano troppe parole, la sua musica riusciva ad arrivare a mondi sconosciuti e a risvegliare istinti antichi, a volte mai trasformati in emozioni. In quel momento, mentre le fiamme divampavano e l’album andava avanti, mi sentivo completamente in estasi e completamente me stessa, riuscendo a raggiungere ogni cellula del mio corpo e ogni sfumatura della mia anima. La sua voce e la sua chitarra sembravano dare perfettamente espressione ad ogni parte di me. Con le cover Come On (Let the Good Times Roll) di Earl King e All Along the Watchtower di Bob Dylan era persino riuscito a dare nuove forme alle mie certezze ed ero ancor più affascinata dalla bellezza degli inattesi cambiamenti. Sapevo che la sua visita stava per concludersi quando riconobbi l’inconfondibile attacco a base di energia pura di Voodoo Child (Slight Return), uscii fuori da quello che rimaneva della mia casa e, mentre mi accompagnava ipnoticamente con i suoi ultimi tre assoli, Jimi rinnovò la sua promessa: “If I’ll see you no more in this world / I’ll meet ya on the next one / Don’t be late”. Ero sicura che non avrei mai tardato.

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