The James Cotton Blues Band: “35th Anniversary Jam” (2002) – di Maurizio Celloni

Indossa una salopette in tessuto jeans, il berretto in testa, a ridosso della parete di legno di un’abitazione a Tunica, nei pressi di MemphisMississippi, dove James Cotton è nato il 1° luglio 1935. Sorride Cotton, sorride della vita ben spesa a regalare magici suoni con la sua armonica e la voce rauca, che purtroppo nascondeva l’insidia di un tumore alla gola, operato nel 1994 con annesso seguito di radioterapia destabilizzante. Sorride, anche se non ha più cantato dopo quella malattia, perché ha continuato a fare ciò che gli riusciva meglio: soffiare nell’armonica la voce dell’anima, il blues che attanaglia la coscienza ma che elabora anche la redenzione. Sorride James per la fortuna avuta da bambino di sette anni nell’ascoltare alla radio KFFA il programma King Biscuit Time, condotto dalla star assoluta del blues Sonny Boy Williamson II (Rice Miller). Saperne riprodurre la sigla con l’armonica, regalatagli dalla madre, suonatrice lei stessa, impressionò Sonny Boy al punto di prendere il piccolo James Cotton sotto la sua protezione quando, appena compiuti i nove anni, rimase orfano di entrambi i genitori. Fu la sua seconda circostanza fortunata.
Ricorda bene, Cotton, quell’incontro destinato a cambiargli la vita di bimbo portatore d’acqua nei campi assolati ed umidi del Delta e poi, una volta cresciuto, da contadino: “Mi sono avvicinato (a Sonny Boy) e ho suonato la sigla per lui, l’ho suonata nota per nota. E lui mi guardò, doveva prestare attenzione”. Ancora ricorda il vecchio Cotton: “Ho solo ascoltato le cose che faceva, perché volevo essere proprio come lui. Qualunque cosa suonasse, io la suonavo”. Williamson lo voleva con sé, nelle sue numerose tournée; tuttavia la giovane età di James non permetteva di salire sui palchi dei Juke Joint in cui si esibiva, ed allora lo mise sugli scalini di accesso ad intrattenere gli spettatori in una sorta di opening act. Sorride James ricordando gli incontri dell’adolescente Cotton, alcuni casuali e altri cercati, come quella volta che il proprietario del Juke Joint The Top Hat di Black Fish in Arkansas chiuse un occhio sulla sua minore età e lo fece entrare per conoscere Howlin’ Wolf, iniziando così una collaborazione che lo portò anche a registrare i primi brani. E ancora ricorda di quella volta che, dopo il concerto tenuto con la sua Band, all’inizio di dicembre del 1954 al Dinette Lounge, locale di Memphis, fu avvicinato da un uomo grande e grosso che riconobbe solo dalla voce, per averlo ascoltato cantare alla radio, che si presentò laconico: “Ciao, sono Muddy Waters”.
C’era un concerto organizzato proprio a Memphis e l’armonicista di Waters, Junior Wells aveva improvvisamente abbandonato la Band. Chiese a Cotton di sostituirlo. Sorride James al dipanarsi nella sua mente dei dodici anni trascorsi con il grande Muddy Waters, a suonare la sua armonica, rifacendo pari pari i riff di Wells nei concerti live, e le note di Little Walter (altro grande armonicista) negli studi di registrazione della Chess Records, come richiesto dal band leader. “Ehi amico, non sarò mai il Little Walter che desideri. Devi solo darmi la possibilità di essere me stesso.” affermò con spavalderia il giovane Cotton al carismatico capo banda Muddy Waters, il quale, riconoscendogli la maestria, gli sciolse la ali. E continua a sorridere Cotton, ripercorrendo idealmente il concerto tenuto dalla Band di Waters al Newport Festival il 3 luglio 1960, davanti a 10.000 spettatori estasiati dal blues elettrico, intenso, tirato con la sua armonica a librarsi tra le note, a cesellare e sottolineare il suono delle chitarre di Muddy e Tat Harris, il pianoforte di Otis Spann e la voce baritonale del leader. Ed ancora riaffora alla mente la telefonata di Johnny Winter nel 1977, per invitarlo a portare il soffio straordinario della sua armonica alla registrazione di “Hard Again” (Blue Sky Records) del vecchio Waters. Non esitò un secondo: l’amico Muddy andava onorato e volentieri accettò. Ne uscì un album intenso e autentico, prodotto da un Winter a suo agio anche in questa veste, al pari di quella di chitarrista eccelso.
Nel 1967 James Cotton avverte che è l’ora di mettersi in proprio, e così forma la sua Blues Band. Sorride a ripensare a tutti i musicisti incontrati durante la sua lunga esperienza artistica, ai Grammy vinti sia in qualità di solista che per gli album pubblicati. Siamo nel 2002 e l’etichetta Telarc di Cleveland chiama alcuni dei più significativi artisti della scena blues per festeggiare i trentacinque anni di attività della The James Cotton Blues Band. Esce “35th Anniversary Jam Of The James Cotton Blues Band”, con il quale James Cotton accantona il funky blues che ha contraddistinto la sua musica nel decennio precedente per tornare ad un blues più tradizionale, di scuola Chicagoana, confezionando un notevole album contenente dodici brani condivisi con altrettanti cari amici. I brani sono originali di Cotton, ad eccezione di due standard: Don’t Start Me Talking, non a caso il primo pezzo del disco, in omaggio al suo maestro e autore Sonny Boy Williamson, e River’s Invitation composto da Percy Mayfield. Ma andiamo con ordine: un ruggito di armonica introduce il primo brano, Don’t Start Me Talking, celebre composizione di Williamson, cantata con trasporto dall’ospite, Kenny Neal. La tradizione è rispettata: chitarre tirate, piano in versione ritmica con basso a batteria pulsanti al punto giusto, la voce di Neal, rauca e potente, e l’armonica che ricorda il suo lontano primo Maestro.
Il secondo brano è uno standard di Cotton, con il quale spesso gli armonicisti misurano la loro bravura: The Creeper è un manifesto della tecnica del Maestro, l’armonica disegna ardite trame con uno stile che la fa assomigliare ad un organo. Il pianoforte di David Maxwell raccorda le stanze dipinte da Cotton con leggerezza di tocco. Nella traccia seguente, una grande amica di Cotton, Koko Taylor, si diverte a stupire chi ascolta con la potenza impertinente della sua grande voce, prestandola al pezzo I’ve Got A Feeling. E certo il feeling non manca tra i due artisti assoluti, trascinando i nostri sensi con un turbinio di note. Cotton Crop Blues vede la partecipazione di Lucky Peterson alla voce e chitarra e Derek O’Brien alla chitarra ritmica. Si tratta di un classico blues call and respond, nel quale Cotton fa urlare l’armonica con veemenza e la Fender di Peterson svisa con passione, utilizzando i canoni tipici della scuola di Chicago. Nel quinto pezzo, Fatuation, si respirano le atmosfere serene che riportano a visioni da tranquilla giornata familiare di festa. I toni dell’orchestrazione sono morbidi, Cotton si lascia sedurre dal momento concedendo tregua alle note tirate e acute della sua armonica per affidarsi all’armonia del soffio dolce.
La voce di Bobby Rush è quasi narrante, favorendo una piacevole pausa all’ascoltatore. Shemekia Copeland presta l’ugola al pezzo successivo, How Long Can A Fool Go Wrong?. Il gioco tra le note acute dell’armonica di Cotton e il tono quasi grave di Shemekia rendono il brano un gustoso saggio della bravura di entrambi. Come non sottolineare il ritmo frenetico del settimo brano, Rocket 88, quasi un rock & roll che ricorda le atmosfere anni 60 dei locali da ballo. Alla chitarra in questo effervescente pezzo troviamo Jimmie Vaughan e Syl Johnson alla voce. Brillantina e pantaloni gessati… e ci lanciamo in un ballo frenetico, scaccia pensieri. Blues In My Sleep, vede la partecipazione di G.E. Smith alla chitarra. In questo pezzo si torna al classico blues con la chitarra e l’armonica in gran spolvero. Nella nona traccia, River’s Invitation, scritta da Percy Mayfield, si incontra l’inconfondibile voce e armonica di Kim Wilson, il frontman dei Fabulous Thunderbirds. In questo brano si apprezza lo spettacolare duetto tra Cotton e Wilson. Non è frequente che due armonicisti suonino assieme, solo i grandi se lo possono permettere: ricordo i duetti tra PaulButterfield e Charlie Musselwhite, per rimanere in ambito blues.
All Walks Of Life è la decima traccia del disco, dove spicca la voce vissuta di Maria Muldair e la chitarra di Tab Benoit. E’ un bellissimo boogie cantato e suonato con molta energia. L’armonica di James Cotton accompagna gli amici musicisti sottolineando il canto e il solo, breve ma efficace, di chitarra. Con l’undicesimo brano, Hold Me Baby, le atmosfere si avvicinano al country blues, deliziosamente cantato da Ronnie Hawkins e accompagnato alla chitarra da Jimmie Vaughan, perfettamente a suo agio in questo stile. Pregevole il lavoro al basso di Noel Neal, incessante nel mantenere il ritmico tessuto sonoro. E siamo arrivati all’ultimo pezzo di questo notevole album, Blues For Hook, composto e dedicato da James Cotton all’amico John Lee Hooker, scomparso il 21 giugno del 2001. Jimmie Vaughan accompagna alla chitarra l’armonica di Cotton che sorride ancora mentre suona il suo “salmo agli Dei del blues“, rivolgendolo idealmente al vecchio compagno di avventura. Lascia senza fiato il brano, di una intensità forte e adamantina bellezza. Non poteva che concludersi così il disco dei trentacinque anni di attività della Band di James Cotton, ritornando all’origine del blues, alla terra umida del Delta, calpestata da quel popolo in schiavitù: donne e uomini che hanno preservato le note antiche suonate dai loro padri nel continente africano. Il bel sorriso di James Cotton si è spento sulla terra il 16 marzo 2017 ad Austin, ma illumina ancora il cielo sconfinato del blues. Ascoltare per credere, ve lo consiglio caldamente.

James Cotton: armonica; Mike Williams: chitarra ritmica;
David Maxwell: pianoforte; Noel Neal: basso; Per Hanson: batteria.

Opera a seppia: Bruno Polacci©tutti i diritti riservati
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