The Housemartins – di Fabrizio Medori

Molti degli appassionati di rock anni 80 erano fermamente convinti che lo spettro delle proposte musicali non potesse esaurirsi nel dualismo tra la musica pop-dance, che ancora oggi viene presa come riferimento per quel periodo, dalle televisioni e dai media in generale; e l’ondata dark-wave, con i suoi suoni cupi e le immagini melodrammatiche dei videoclip del “rock del vero sentire”, quello che (soprattutto apparentemente) rifiutava l’utilizzo della tecnologia e dell’elettronica, esibendo muscoli, sudore e fasce di stoffa sulla fronte.
Molti erano convinti che doveva per forza esistere un approccio diverso, che il divertimento non doveva per forza essere frutto di un “edonismo” che non prevedeva nessun utilizzo del cervello, che il tormento interiore del post-punk doveva per forza avere un risvolto giocoso, che anche il mainstream rock doveva per forza avere un aspetto meno serio e imbronciato. Nel periodo a cavallo tra gli anni 70 e la decade successiva, alcuni nomi si erano fatti strada nel mondo musicale, a colpi di geniali intuizioni pop; e infatti Elvis Costello, Joe Jackson e gli XTC stavano raccogliendo quello che avevano seminato in precedenza.
Loro e quelli che si avvicinavano al loro approccio musicale, rimanevano però chiusi in un ghetto al quale potevano accedere solo pochi ascoltatori, prevalentemente frequentatori di un’elite intellettuale e a volte anche un po’ snob. L’alternativa più spontanea e meno commerciale a questi fenomeni, il punk, si stava ripiegando su se stesso e stava perdendo tutte le sue caratteristiche di ribellione e rifiuto del “sistema”.
Da Hull, in Inghilterra, arrivano quattro ragazziThe Housemartins, che per un periodo piuttosto breve
(tre anni, come avevano stabilito al momento di formare il gruppo), hanno sconvolto, con la loro spontaneità e freschezza, tutte le regole del music-business. Creando una singolare miscela di Pop, Rock, Soul, Punk e Gospel, hanno travolto il mercato con un mix di testi ironici, estremisti e religiosi.
La loro musica, semplice e diretta, non raccontava niente di nuovo, ma la freschezza e l’immediatezza ne erano la caratteristica principale. Nessuna sovrastruttura inutile, niente che non potesse essere riprodotto dal vivo dal quartetto, solo canzoni che si potessero reggere con il semplice ausilio di chitarra, basso e batteria.
Le voci, invece, hanno un peso incredibile: quella solista, appartenente a P. D. Heaton, capace di passare dal sussurro al grido disperato, mantenendo sempre una personalità e una riconoscibilità notevolissime, riuscendo ad utilizzare al meglio anche alcuni difetti, come ad esempio lo “sforzato” di gola, che rende inimitabile il suo timbro; quella più sottile, e perfetta per i controcanti, di Stan Cullimore, il chitarrista; quella cavernosa e consistente del bassista Norman Cook; e quelle dei batteristi… prima Hugh Whittaker, dal timbro spumeggiante e scanzonato, poi sostituito dal suo ex compagno di scuola Dave Hemingway, titolare di una voce dal timbro profondo e deciso. Tutti loro avrebbero potuto tranquillamente trovare spazio come cantanti solisti, e l’amalgama tra queste voci, così diverse eppure così magicamente complementari, li porta dritti nell’Olimpo dei migliori gruppi vocali di sempre. La migliore testimonianza delle loro capacità corali è sicuramente data, nel 1987, dal loro primo n.1 nelle classifiche inglesi, Caravan of Love, cover di un brano disco-soul degli Isley Brothers, eseguito
“a cappella”, cioè utilizzando le sole voci, senza l’aiuto di nessuno strumento.
Le voci degli Housemartins, insomma, sono state il loro marchio di fabbrica e punto di forza sin dai primi lavori, e sono il principale motivo dei loro successi. L’altro loro punto di forza erano la capacità di comunicazione e la genialità con cui riuscivano a gestire a proprio vantaggio anche situazioni non proprio favorevoli.
Non hanno mai nascosto le loro inclinazioni politiche e spesso lo hanno fatto in maniera sfrontata, come quando invitarono, in un’intervista a BBC Radio, il primo ministro inglese dell’epoca, la signora Thatcher, aoccuparsi della soddisfazione dei sensi del marito piuttosto che della feroce e dolorosa cura dei mali del paese attraverso la sua politica, troppo dura per i ceti inferiori”.
In un’altra occasione, non potendosi permettere le comodità di un tour da rockstar, lanciarono la campagna:
“Adopt an Housemartin”, attraverso una catena di radio. Gli ascoltatori che chiamavano per primi si aggiudicavano il piacere di ospitare un membro del gruppo per la notte dopo il concerto, e la Band avrebbe accettato qualsiasi sistemazione… “dal sacco a pelo al Grand Hotel”.
La carriera musicale vera e propria iniziò con un singolo edito a fine 1985 dalla Go! Discs
Flag Day, un meraviglioso esempio di canzoncina pop, dall’involucro semplice e delicato e dai contenuti marcatamente anti-sistema. Il brano non ebbe il successo meritato, ma fu sufficiente per  far conoscere gli Housemartins al pubblico inglese. La strana Band proveniente dallo Yorkshire, era stata già notata dal più importante e influente dj inglese, John Peel, che l’aveva invitata in studio per partecipare al suo fortunato programma radiofonico alla BBC, e li aveva registrati.
Il risultato degli sforzi promozionali e il contratto con l’etichetta discografica, aveva sortito scarsi effetti sia per il primo che per il secondo singolo, Sheep, una canzone che spronava gli inglesi a non comportarsi come un gregge, di fronte all’atteggiamento noncurante della classe politica dominante.
Fu invece il terzo tentativo, Happy Hour, a raggiungere il cuore del pubblico inglese, e a far conoscere gli Housemartins nel resto d’Europa.
A questo punto il Gruppo è pronto per un’opera più consistente, e fa uscire sul mercato il primo Lp, intitolato sarcasticamente “London:0 Hull:4” (1986) utilizzando la forma di un risultato calcistico per prendere calcisticamente in giro la città che li ospita. Dopo l’enorme successo dell’album gli Housemartins iniziano a girare l’Europa con il loro sorprendente tour, fatto di semplicità, raccoglimento e grandissima musica.
Dopo la fortunata stagione estiva decidono di produrre “Caravan of love”, un ep contenente 5 brani eseguiti esclusivamente dalle loro voci, senza nessun apporto strumentale… e quello che sembra un giochetto dovuto solo alla bizzarria dei quattro ragazzi, si trasforma, come già detto, nel loro primo n.1 nelle classifiche di vendita.
Un altro divertentissimo video li aiuta nell’ascesa al vertice della Top Ten, così come era capitato per i singoli precedenti, dimostrando la capacità del Gruppo e del suo entourage di saper utilizzare tutti gli strumenti adatti a favorire la loro corsa verso il successo.
All’inizio del 1987 tutto è pronto per il secondo Lp: il gruppo ha cambiato batterista (visto che Whittaker non se la sente più di continuare la frenetica vita da rockstar) e ha sondato il terreno con i singoli Five get over excited, Me and the farmer e la delicata Build e, finalmente, dà alle stampe l’album “The people who grinned themselves to death”, altro grandissimo successo per i quattro di Hull. Arrivano, a questo punto, un’altra lunghissima tournée e una popolarità in costante crescita, accompagnate però da qualche piccola tensione all’interno del Gruppo e, dopo l’ennesimo fortunato singolo, There is always something there to remind me, gli Housemartins annunciano che, come previsto alla costituzione del gruppo, la loro avventura insieme è giunta al termine. A rendere un po’ più digeribile la decisione ai fan ci penserà la loro ultima fatica discografica…
“Now that’s what I call quite good”, un doppio contenente “vecchi” successi, inediti e un paio di belle cover: You’ve got a friend di Carole King e He ain’t heavy, he’s my brother degli Hollies.
Dopo lo scioglimento Paul Heaton e Dave Hemingway continueranno l’avventura con i Beautiful South;
Norman Cook, con lo pseudonimo Fatboy Slim, avrà un grandissimo successo internazionale, utilizzando una geniale miscela di House e pop; Stan Cullimore si dedicherà a libri e musiche per l’infanzia.
Resta il rammarico per aver perduto, e quasi dimenticato, una Band capace di rivoluzionare il mondo dello show business senza inventare niente di nuovo, creando però un suono e uno stile inimitabili.

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Housemartins Medori

Un pensiero riguardo “The Housemartins – di Fabrizio Medori

  • Febbraio 15, 2016 in 2:07 pm
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    Bel pezzo. Il brit-pop dei Novanta, oltre che agli Smiths in primis, deve tantissimo anche agli Housemartins.

    Risposta

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