The Hollies: le prime stelle di Manchester – di Fabrizio Medori

A tutt’oggi, Manchester, per gli appassionati di musica, è puramente e semplicemente sinonimo di “brit-pop”, la moda musicale inglese che ha fatto diventare ricchi e famosi alcuni giovani musicisti, capaci, al massimo, di dare una rinfrescatina alle idee musicali che negli anni 60 avevano creato un mito planetario: la “british invasion”. Al movimento originale, il beat inglese, avevano preso parte, da protagonisti, gli Hollies. Il gruppo di Manchester, sebbene semisconosciuto in Italia (dove peraltro aveva partecipato al Festival di Sanremo del 1967), in Inghilterra collezionò, fra il 1963 ed il 1970, ben 21 apparizioni fra i top 20, nei singoli. Il loro unico rammarico, semmai, è sempre stato quello di non riuscire a sfondare nel mercato dei 33 giri, più desiderabile, dal punto di vista della maturità artistica e del riconoscimento da parte della critica. Gli Hollies si formarono attorno ai due indiscussi leaders: il cantante Allan Clarke, ed il chitarrista e cantante Graham Nash. A loro si unirono, all’inizio del 1963, il chitarrista Tony Hicks, il bassista Eric Haydock ed il batterista Don Rathbone, subito sostituito da Bobby Elliott. I ragazzi si fecero le ossa suonando in un club di nome Oasis (quando il caso dice la combinazione!). I due cantanti formavano una coppia d’attacco imbattibile, ma gli altri tre non erano sicuramente da meno… il successo, infatti, non si fece attendere a lungo. Come per i loro più famosi compagni di scuderia, i Beatles, gli Hollies iniziarono la loro carriera musicale in veste di interpreti di brani scritti da altri, andando a pescare a piene mani in quel vastissimo serbatoio che era rappresentato dall’immenso repertorio rhythm’n’blues americano. Fra i loro primissimi successi compare, ad esempio, una splendida versione di Stay, degli Zodiacs, tradotta in italiano per l’Equipe 84 (Stai), e tornata al grande successo internazionale, una quindicina di anni dopo, ad opera di Jackson Browne. Altri memorabili singoli del gruppo di Manchester furono: Searchin’, Yes i will, I’m alive (molto bella la cover eseguita dai Rokes con il titolo Grazie a te), I can’t let go, Bus stop e Stop stop stop. Naturalmente l’elenco dei brani degli Hollies degni di essere riascoltati è molto più lungo, ed abbiamo citato solo quelli più rappresentativi. Uno però, fra i singoli del gruppo, andrebbe ascoltato con una particolare attenzione, ed è King Midas in Reverse, scritto da Nash, e non sufficientemente supportato dai compagni e dalla Parlophone. Il gruppo, a quel punto, visto lo scarso successo di King Midas, rifiutò categoricamente di assecondare ancora Nash, opponendosi fermamente alla registrazione di Marrakesh Express, canzone scritta da Graham ispirandosi ad un viaggio compiuto in Marocco. Fu poi la decisione di incidere un disco contenente solo brani scritti da Bob Dylan (“Hollies sing Dylan”), a far abbandonare il gruppo da Nash, il quale, stabilitosi negli stati uniti, diventò una stella di primissima grandezza, unendosi a Crosby, Stills, ed in seguito a Neil Young. Nella parte iniziale della sua bellissima autobiografia “Wild Tales”, è lo stesso Nash a raccontare le tantissime sensazioni provate nel momento in cui un aereo lo stava portando dall’Inghilterra, dove aveva abbandonato il gruppo, agli Stati Uniti, dove lo attendeva un successo molto maggiore. Il mercato americano, che gli Hollies non sono mai riusciti a conquistare davvero, pian piano si era trasformato in un macigno che pesava enormemente sui rapporti interni al gruppo, così Nash decise di fare il “grande salto”. Negli Hollies fu degnamente sostituito da Terry Sylvester, ex cantante degli Swinging Blue Jeans, di Liverpool, ed il gruppo non perse il suo buon feeling con le classifiche di vendita e con un livello qualitativo particolarmente elevato. Il disco che seguiva “Hollies sing Dylan”, significativamente intitolato “Hollies sing Hollies”, conteneva un altro grande successo: He ain’t heavy, he’s my brother, ultima hit del decennio che si chiudeva. Negli anni 70, la parabola artistica degli Hollies prese una tale piega negativa da costringere Clarke, il cantante, a dare le dimissioni. Successe però una cosa imprevedibile: un brano, Long cool woman in a black dress, ultimo singolo inciso da Clarke, passato pressoché inosservato in patria, andò improvvisamente al n°1 negli Stati Uniti, obbligando il vecchio leader a riprendere il suo posto nel gruppo, a scapito dello svedese Michael Rickfors, che lo aveva temporaneamente sostituito. Clarke, nel 1974, si prese un’ulteriore soddisfazione superando il milione di copie vendute con l’ultimo grande successo degli Hollies: The air that i breathe. Ad una analisi stilistica, il suono degli Hollies appare sempre molto fresco e brillante, aiutato da una produzione di una trasparenza cristallina. I musicisti, dotati di una tecnica e di una pulizia esecutiva rare da riscontrare fra i loro contemporanei, seppero imporsi anche come compositori, potendo oltretutto contare su grandi doti interpretative. Gli Hollies seppero crearsi uno stile molto personale, senza mai eccedere in stravaganze, e se gli si può rimproverare qualcosa, è solo di non essere stati capaci di sperimentare nuove soluzioni, nuovi suoni. Sicuramente, se non avessero dovuto percorrere la loro strada all’ombra del genio beatlesiano, sarebbero diventati ancora più famosi… ma rimane da lodare la loro coerenza, la loro incapacità a scendere a compromessi con le leggi del mercato, la loro purezza. Detto  tutto questo, consigliamo vivamente l’ascolto di tutto il repertorio del gruppo di Manchester, senza tralasciare nulla degli anni 60, e soffermandosi in particolare su brani quali I’m alive e I can’t let go, presenti in tutte le compilation dedicate al gruppo, canzoni nelle quali la solidità della ritmica sorregge perfettamente i dinamici intrecci fra chitarre e voci. Forse, se fossero nati a Liverpool o a Londra…

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