The Glenn Marais Band: “The Mojo Train” (2017) – di Capitan Delirio

Ho accolto con molto piacere l’invito della Glenn Marais Band di salire a bordo del “The Mojo Train”, un treno che da il nome al disco, alla band di Glenn, e che è anche l’egida sotto la quale il disco è stato prodotto. Stiamo, quindi parlando di un disco autoprodotto e, come ogni disco del genere, “The Mojo Train” parte per il viaggio del destino, armato di belle speranze, senza sapere quale destinazione possa raggiungere. Di sicuro, il canadese Glenn Marais ha tutte le carte in regola perché il suo treno possa approdare alla stazione del successo. Ancora in giovane età, ha già alle spalle tanti anni di esperienza musicale fatta sul campo. Cresciuto artisticamente nell’amore profondo per il Blues e specializzatosi nel suono del Delta, insieme alla sua band è in grado però di declinare tutti i vari filoni del genere, come si può apprezzare ascoltando le dieci tracce dell’album. Per la registrazione del quale si è avvalso della collaborazione dell’ingegnere del suono Graham Shaw che è riuscito a riportare nel lavoro in studio il sound potente che la Band ha dal vivo. “The Mojo Train” parte alla grande, infatti, con Treat Me Right, un funky potente, a pieno ritmo, in cui Glenn esalta le sue capacità vocali e chitarristiche. Mostra una bella affinità con il suo strumento, si lancia in fraseggi complessi ad altissima velocità, tanto da scomodare paragoni con musicisti irraggiungibili. Ma le doti di Glenn, non finiscono qui: lui è anche un songwriter impegnato socialmente (in passato ha collaborato, e collabora tuttora, con le istituzioni canadesi in campagne didattiche per combattere il fenomeno del bullismo nelle scuole) e i suoi testi, come si può ascoltare in Wrong To Get It Right o in Give It Everything You Got, contengono un messaggio positivo, da cui traspare evidente la sua posizione contraria alle ingiustizie e all’ineguaglianza, con un approccio solare che invita alla speranza e alla riabilitazione attraverso la musica. Quando pensi che tutto il disco sia indirizzato sui generi del Blues, non dimenticando di passare dal jazz, improvvisamente si apre a sonorità reggae, come nel caso di Keep Your Head Down, che ha il pregio di fornire una sventagliata di aria fresca e di aprire le piste a Green Bug, a mio avviso il brano migliore dell’intera vagonata: un beat rock in cui grinta, tecnica e potenza viaggiano all’unisono e si avverte palpabile l’affiatamento con il resto della band, che vede Jesse Karwat alla tastiera, Manny DeGrandis al basso, Nick Bogoeff al sax e Jeff Saulnier alla batteria. Tutte le tracce sono ricche di pregevoli citazioni e di raffinati rimandi, particolare, questo che se da un lato irrobustisce il sound, dall’altro, cosa che succede in due o tre brani, denota una certa carenza di originalità. Manca, in definitiva, quello slancio personale che marchi le canzoni (ancorché suonate in maniera impeccabile) di uno stile ben riconoscibile. Un difetto che ho ritenuto di evidenziare perché una volta che ho deciso di salpare per il viaggio sul “The Mojo Train” e dopo aver provato brividi di piacere lungo la corsa, è dura accettare una velocità da crociera senza sussulti. Alla fine, però, dispiace scendere da questo treno e allora mi faccio cullare dalle note dalla tenera ballata Whatever. Per poi ripartire dall’inizio, di nuovo, con la sferzante Treat Me Right.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *