The Fugs: “The Fugs First Album” (1966) – di Pietro Previti

Mica come oggi, per carità. Apri il computer, esegui la ricerca, fai un download o ascolti in streaming. No, per carità. Erano anni bui, di ricerche frenetiche. Di pizzini dimenticati nelle tasche dei jeans contenenti nomi di gruppi introvabili. Ricerche vagheggiate ma impossibili, insomma. Meglio affidarsi a qualche catalogo di vendita per corrispondenza e spulciare attentamente tra le offerte, tra i “forati” americani. Sì, mi riferisco a circa quaranta anni fa, una vita fa, quando un disco pubblicato appena dieci o quindici anni prima appariva appartenere ad un’altra era geologica e, quindi, naturalmente introvabile, manco uno cercasse il Sacro Graal. In quei primissimi Ottanta si distingueva la Base Records, un’etichetta di Bologna, specializzata in Dark e Wave ma soprattutto, per quanto mi riguardava, nella ristampe della ESP Disk, mitica label newyorchese che aveva fatto la storia dell’alternative e della musica sperimentale negli anni Sessanta. Con appena cinquemilaenovecento lirette (scarsi tre euro) ti portavi a casa un titolo che aveva il sapore della leggenda, lasciamo perdere se la ristampa (almeno così si diceva) era avvenuta all’insaputa di Bernard Stollman, il patron della ESP, e per ovvi motivi non recuperata dai masters originali. Chi se ne fregava se quegli lps suonavano un po’ così… Tra Free Jazz ed Acid-Folk emergevano i nomi di Albert Ayler e Paul Bley, Frank Lowe e Patti Waters, gli Holy Modal Rounders ed i Pearls Before Swine… e i Fugs, gli amati Fugs. C’è stato un periodo adolescenziale in cui me ne andavo in giro con un pennarello indelebile e scrivevo Fugs forever” all’interno degli ascensori o sui banchi di scuola. Inizialmente trovai “Virgin Fugs”, terzo lp a loro nome uscito nel 1967, in una vaschetta di dischi in offerta in un negozio al Vomero, il quartiere che a Napoli offriva le maggiori possibilità di ricerca. In seguito, da Nannucci di Bologna, acquistai per corrispondenza “The Fugs First Album” (1966). Una cover bellissima, un disegno che ritrae il Creatore in estasi hippycosmica, sul retro una foto del gruppo scattata da David Gahr, il fotografo che aveva già immortalato Woody Guthrie ed a cui si devono centinaia di copertine di albums. In realtà, sulla prima edizione apparsa ad inizio del 1965, compare soltanto lo scatto di Gahr mentre nome della band, titolo del long playing e casa discografica sono altri. E’, infatti, la Folkways Records di Harry Everett Smith, tramite la Broadside di Moses Asch, a pubblicare “The Village Fugs Sing Ballads of Contemporary Protest, Point of Views, and General Dissatisfaction”. Il disco è un attacco all’Establishment ed alle fondamenta della “Way of Life americana” operata dalla controcultura beat e underground al termine di una stagione culminata con l’assassinio del Presidente Kennedy in un clima da Guerra Fredda in cui la “New Frontier” tardava ad arrivare, anzi non sarebbe arrivata mai, annientata dalla imminente tragedia del VietnamEdward “Ed” Sanders (n.1939, voce) e Naphtali “Tuli” Kupferberg (n.1923, voce e percussioni) sono le menti e gli ideatori dei Fugs. Appartenenti entrambi al giro della Beat Generation, li separa soltanto una differenza anagrafica di sedici anni, essendo uniti da una comune passione politica, anarchica e pacifista, ed identica voglia di abbattere il perbenismo americano a colpi di corrosivo sarcasmo e dissacrante ironia. Non sono musicisti quanto piuttosto guastatori, sovversivi, poeti ribelli al servizio dei diritti civili che si muovono nell’ospitale Greenwich Village ed in tutti i localini off della zona, dopo avere elevato a quartier generale la libreria dello stesso Sanders, la Peace Eye Bookstore. Sul finire del 1964 Ed e Tuli hanno già scritto una sessantina di testi ed abbozzato qualche filastrocca, melodie infantili da cantare in coro, timidi accenni di note sbilenche. La Band inizia a prendere forma e consistenza con l’ingresso di un duo di musicisti folk, Peter Stampfel (violino, armonica e voce) e Steve Weber (chitarra e voce), che si fa appellare come The Holy Modal Rounders e che ha all’attivo una prima, omonima, pubblicazione. Non pochi riconosceranno in questi due bislacchi buskers gli ideatori dell’Acid-Folk. Ad ultimare la formazione arrivano l’ex pugile e poeta Ken Weaver (congas, batteria e voce), John Anderson (basso e voce), prossimo a partire militare, e Vinny Leary (basso, chitarra e voce). Il successivo passaggio alla Esp e la riedizione dell’album ad appena un anno di distanza, nel marzo del 1966, assemblato dopo nuove sessions di registrazione in versioni mono e stereo, comporterà poche ma significative modifiche alla scaletta ed alla durata dei brani, grazie alla direzione artistica di Jay Dillon (musicista dei Godz, altra band accasata con la ESP). La nuova edizione ed una migliore distribuzione del disco daranno maggiore visibilità e notorietà ai Fugs, elevandoli di fatto a indubbi progenitori di tutti quei gruppi a venire, aventi velleità underground o propensioni politiche, a cominciare dai Social Deviants e Pink Fairies in Terra d’Albione, mentre qualche frangia della critica musicale arriverà a sostenere anche oltre, coniando per loro il termine proto-punk. Brani come Slum Goddess (scritto da Weaver sulla “Dea dei Bassifondi”, l’eroina),  Boobs a lot (elogio alle tette in chiave yodel a firma Weber), Supergirl (di Tuli Kupferberg, dedicato ad un immaginario ideale di donna ad uso e consumo maschile) e, infine, il manifesto di  Nothing (ancora Kupferberg, che mette alla berlina politici, imprenditori, uomini di cultura e ministri di fede per la vacuità delle loro azioni quando non per l’inerzia, a danno delle persone comuni).Nothing nothing nothing nothing, Lots and lots and lots of nothing, Nothing nothing nothing nothing nothing. Lots of it. Nothing! Not a God damn thing”.

A1. Slum Goddess (Ken Weaver). 
A2. Ah! Sunflower, Weary Of Time (testo William Blake, musica Ed Sanders).
A3. Supergirl (Tuli Kupferberg).  A4. Swinburne Stomp (testo A.C. Swinburne, musica Ed Sanders).
A5. I Couldn’t Get High (Ken Weaver). 
B1. How Sweet I Roamed From Field To Field (testo William Blake, musica Ed Sanders). 
B2. Seize The Day (Tuli Kupferberg). B3. My Baby Done Left Me (Ed Sanders).

B4. Boobs A Lot (Steve Weber). B5. Nothing (Tuli Kupferberg).

Percussioni, Maracas: Ed Sanders, Tuli Kupferberg. Chitarre elettriche: Steve Weber e Vinny Leary.
Chitarra, violino ed armonica: Pete Stampfel. Basso elettrico: John Anderson. Batteria: Ken Weaver.
Voci, cori: The Fugs. Produttore e supervisore: Harry Smith. Direzione artistica: Jay Dillon.
Fotografia: David Gahr.

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