The Flesh Eaters: Blood And Tears – di Bartolo Federico

Più me ne stavo disteso sul quel letto, più ero indifeso dai pensieri che mi assalivano e mi tormentavano.
Il registratore cigolava il sound rauco e sporco di un maleducato blues del Delta, cantato e suonato con una feroce intensità espressiva. La brezza si era mutata in un vento pigro e ostinato, che correva appreso ai miei pensieri, mentre l’aria era rigonfia di pioggia. Mi alzai,  mi osservai nello specchio della stanza da letto e, come succede quando invecchiamo, vidi riflessi i volti dei miei genitori. Me lo aveva detto anche lei che alla fine le cose che servono, sono quelle che lasciamo andare. Ma come uno sfigato bluesman, anch’io sono un ruvido lupo a cui piacciono le donne, la strada, e l’alcool. Appunto per questo quella sera dopo che lei se ne andò via in silenzio, ci diedi dentro. Lasciai terminare la musica e spensi il registratore, sguainai la mia chitarra dal suo loculo rigido e presi a suonarla nervosamente, cantando con la voce rotta una ballata rock dei Danzig che tenevo stretta da qualche parte dentro di me. Dopo, inerme come una batteria scarica, ricordai che era stata una passione travolgente a trascinarci entrambi… e sarei stato disposto a tutto per proteggerla e farla felice. Ripensai a quella sensazione che avevo provato all’inizio della storia, e al suo scemare; ma ora anche questo mi pareva un altro reperto del passato. Le cose alla fine non vanno mai meglio, finiscono solo per cambiare. Aveva mani magre e usava uno smalto rosso fuoco sulle unghie lunghe, non aveva bisogno di molto per essere seducente. Lo era di natura… ma era troppo perfetta per uno come me. Mai un pensiero controcorrente, o un gesto fuori luogo. Non avevo cosa darle, se non fare all’amore come non aveva mai fatto in vita sua, e questo me lo disse lei stessa girata di schiena. La danza dei fantasmi serviva agli indiani per resuscitare gli avi. Ecco un buon sistema per sopravvivere e rivivere… ed evitare anche di parlare delle cose che ci fanno del male. Appoggiai il disco sul tavolo rigirando la copertina. Chris Desjardins in arte Chris D, era stato il redattore capo della fanzine Slash, ed aveva conquistato una certa fama underground come cantante dei Flesh Eaters, ma anche come produttore. Le retrovie del rock gli devono molto. “Fire Of Love” dei Gun Club, “The Days Of Wine And Roses” dei Dream Syndicate, “Gravity Talks” dei Green On Red, e “Walk Among Us” dei Misfits sono dischi che hanno visto la luce grazie a lui; e siccome ognuno di questi titoli ha una parte preponderante nella mia vita, in cuor mio non smetterò mai di essergliene grato. In “A minute To Pray, A Second To Die” un disco dei Flesh Eaters del 1981… ci suonano Dave Alvin, John Doe, Bill Bateman, Steve Berlin e DJ Bonebrake. A definire questo disco punk-rock si commetterebbe una scempiaggine, e non gli si renderebbe giustizia; è questa davvero l’antitesi del vecchio cliché del rock, un disco che come allora oggi suona rivoluzionario e combattivo, visionario e precursore dei tempi, tanto che, quando uscì non tutti capirono quello che avveniva in quei solchi. Canzoni che brillano di luce propria, in perfetto equilibrio e senza paura, canzoni che guardano avanti, e che sono come un viaggio mentale tradotto in sensazioni partendo dalle radici del rock (termine che nessuno usava in quei giorni) per arrivare con il sax di uno strepitoso Steve Berlin in stato di grazia, a lambire territori sonori inusuali per una band di rock’n’roll. La forza di questo disco è anche quella di avere dalla sua parte, musicisti che, oltre a segnare una delle pagine più belle della storia dell’american music, erano pure persone coinvolte nella voglia di combattere le ingiustizie del mondo, con la musica e le parole. Il rock è dei giovani che dovrebbero tornare a riprenderselo, per continuare ad inquinare il mondo con la sua forza; è come avere un profondo graffio nel cuore, ma noi adesso possiamo solo tenergli la fiamma accesa. La depressione che mi aveva colpito a più riprese, per come mi aveva ridotto l’ultima volta, mi aveva costretto ad un ricovero in una clinica psichiatrica. Gli attacchi di panico erano troppo frequenti per non prendere seri provvedimenti. Mi misero un pigiama a righe, e dato una stanza dalle pareti bianco latte. Non c’era nulla oltre al letto e al comodino. La finestra era sprangata, e avevano da subito, incominciato ad iniettarmi sedativi. Avevo portato con me solo “Viaggio Al Termine Della Notte” il libro di Louis-Ferdinand Cèline. Niente musica. Si può combattere attraverso molte cose, ma io stavo lottando semplicemente con il collo di una bottiglia. Durante quel party dove lei mi aveva trascinato controvoglia, ero circondato da gente imbalsamata, stretta nei suoi vestiti firmati, che sorseggiava un Martini e si scambiava falsi sorrisi di circostanza. I camerieri vestiti come dei pinguini servivano tartine, e ti riempivano il bicchiere non appena lo vedevano mezzo vuoto. Avevo finito per perdermi nella contemplazione mentale. A furia di starsene da soli, ci facciamo un sacco di pregiudizi su tutto e tutti. Anche su di noi. Il mattino si era trascinato portando ancora con sé pioggia e vento. Faceva freddo e l’umido della notte mi aveva accartocciato e intorpidito. Avrei voluto dirle che il tempo passato insieme era stato un bel tempo. Che a letto si andava d’accordo e per questo ci saremmo anche potuti adattare nella vita di tutti i giorni. C’era forse tanto altro da dirle ma non lo feci. Da una radiolina accesa mi parve di riconoscere le note di Gimme Shelter, nella versione oscura e demoniaca di The Sisters Of Mercy” ma non ne ero sicuro, intontito com’ero dai sedativi. Forse era solo un vago ricordo del mio passato. Avevo la bocca impastata come se avessi mangiato colla, e mi era ritornato il mal di testa. Sdraiato su quel letto vidi il mio corpo fluttuare e andarsene alla deriva, per poi imboccare una strada buia. Nessuna cosa è davvero così malevola come lo sono gli uomini. Dopo mi sono messo a tremare dalla testa ai piedi. Fino a quando non mi è sopraggiunta una grande stanchezza, e una qualche forma di rimorso. Non sembrava una puttana. Come io non sembravo un coglione. Non ho chiamato nessuno. Ho smesso da solo di tremare. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria” (Vladimir Majakovskij). Majakovskij era un poeta anarchico, con una faccia triste come la mia. La prima rock’n’roll star russa, uno che si scagliava contro tutti, e che credeva nella rivoluzione. Una mattina dopo essersi guardato intorno, si sparò un colpo dritto al cuore. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici lasciò scritto. Dovevo ricominciare tutto da capo e risalire la china ma non avevo paura. Strana cosa la paura, ti blocca e ti tiene fermo. Alle volte si perde tutto per niente, anche per quello che non hai fatto. La cicatrice aveva ripreso a bruciarmi… è dura quando ti ritrovi a secco e non hai nulla a cui aggrapparti. Allora ho tirato un respiro profondo, ho preso la chitarra, e suonato un blues

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.