“The Final Note” (2020): l’ultimo concerto di Duane Allman – di Maurizio Garatti

Nell’ottobre del 1971 viene ufficializzata la notizia che The Allman Brothers Band At Fillmore East è disco d’oro. La band è in studio e sta registrando “Eat A Peach” quando la cosa diventa di dominio pubblico, tutto sta andando a meraviglia. L’anno che sta per concludersi è l’anno della consacrazione definitiva di una delle band più importanti della Storia del Rock: a distanza di un anno dalla pubblicazione del loro secondo album (“Idlewild SouthCapricorn Records 1971) e a pochi mesi dall’uscita del loro primo live (“At Fillmore East” esce nel luglio di quell’anno, sempre per la Capricorn Records), che tra le altre cose è uno dei primi doppi live della storia, le cose sembrano proprio andare per il meglio. La band gira a mille, i concerti sono sempre più intensi e il suono ha ormai raggiunto quello che i fratelli Allman hanno in mente da tempo: la miscela di rock, blues e jazz non lascia nulla all’immaginazione e, come un torrente in piena, riempie le orecchie di chiunque lo ascolti.
Sulle ali dell’entusiasmo, “Eat A Peach” si sta formando da solo, come se tutto fosse già scritto, come se i musicisti non possano fare altro che lasciare che le cose accadano con naturalezza.
Forse il senso è proprio tutto qui, in quella fatalità che il rock conosce ormai fin troppo bene. Il 29 ottobre Skydog (il nomignolo con il quale gli amici chiamavano Duane) è in sella a “Melissa“, l’Harley Davidson che ama in modo viscerale: siamo a Maicon, Georgia, e il mese di ottobre è mite, piacevole. All’incrocio tra Hill Crest e Barlett Avenue un grosso camion Chevrolet con la gru nella parte posteriore impegna la strada proprio mentre Skydog sta arrivando a velocità sostenuta: Duane cerca di evitarlo ma lo spazio non è sufficiente. Nell’urto viene sbalzato in aria, perde il casco e cade a terra rovinosamente. Viene dichiarato morto tre ore dopo, all’ospedale di Maicon: avrebbe compiuto 25 anni il 20 novembre. Con lui se ne va una parte di storia che porta con se una serie infinita di rimpianti e congetture: “Se fosse, se non fosse… Niente sarà più come prima…“. La storia comunque ci racconta anche che le cose hanno continuato ad accadere: la musica ha continuato a scorrere fluida e una serie di grandi album ha costellato la carriera della band. Ma il suono della sua slide, quello no. Quello è rimasto solo tra i solchi dei pochi dischi che Skydog ha inciso.
E proprio in questo difficile 2020 ecco arrivare un gioiellino che, in qualche modo, prova a concludere una storia triste ma luminosa come poche. Torniamo a quegli anni, e più precisamente a domenica 17 ottobre 1971: la band suona alla Painters Mill Music Fair di Owing Mills, nel Maryland, e il diciottenne Sam Idas è sul posto per un’intervista. La cosa però non va in porto e il giovane giornalista si ritrova a registrare il concerto con il registratore a cassette che doveva utilizzare per mettere su nastro le domande e le risposte del gruppo. Quel nastro non è mai stato cancellato, arrivando fino a noi. Ovviamente la registrazione non è delle migliori, tutt’altro, ma ciò che esce dal CD che proprio in questi giorni viene pubblicato è sufficiente ad alimentare ulteriormente tutti i nostri rimpianti. La slide di Skydog suona in modo superlativo riportandoci indietro nel tempo. Le note della chitarra di Duane riempiono l’aria, consegnandoci uno scampolo di quella che deve essere stata una serata eccezionale: l’iniziale Stateboro Blues è un fulmine accecante in un tumultuoso temporale, mentre una bellissima versione di Trouble No More ribadisce la grande tecnica di Duane e la sua capacità di far fluire note in modo semplice e perfetto.
I brani si susseguono in modo coerente, con l’apice raggiunto da una versione di In Memory Of Elizabeth Reed che lascia attoniti e stupiti: purtroppo non è completa, ma quello che si sente è pura poesia. Poi c’è Whipping Post, che con i suoi 12 minuti ruggisce e quieta i nostri cuori ancora vibranti e palesemente innamorati di questo suono. Come abbiamo già avuto modo di dire, la qualità non è eccelsa ma l’operazione è ampiamente giustificata dalla valenza storica del prodotto: dodici giorni dopo l’avventura terrena di Skydog terminava sull’asfalto di quel maledetto incrocio. L’Allman Brothers Band da li in poi ha mutato pelle, restando forse la più importante rock band americana, e se le chitarre di Warren Haynes e Derek Trucks hanno dato nuovo lustro a un suono di per se eccezionale, gli intrecci creati dal duo Dickey Betts / Duane Allman restano insuperati. Sono una storia a sé, provengono da un altro mondo e sono destinati a tutti coloro che sanno camminare sul lato selvaggio della strada, quello che probabilmente non consigliereste ai vostri figli ma che comunque continua ad attirarvi in modo esplicito.
Disco consigliato ai fan più puri. Per tutti gli altri… rivolgersi altrove.

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