The Faces: dal Mod al Punk – di Capitan Delirio

Ogni periodo storico ha i suoi sconvolgimenti che comportano cambiamenti epocali. Nel Regno Unito, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, questi cambiamenti furono veicolati da un subcultura che prese il nome di Mod (abbreviazione di Modernismo). Imposta prepotentemente dalle nuove generazioni di quel periodo che non riuscivano più a comunicare con i loro genitori, chiusi in una situazione di asfissiante e statico conservatorismo. Come ogni rivoluzione che si rispetti tutto doveva cambiare, così variò l’abbigliamento e il modo di spostarsi nella metropoli; orientandosi verso le novità provenienti dall’Italia che proprio allora iniziava a impartire regole di stile e moda. Così vennero assimilati l’eleganza casual della nostra alta sartoria e, soprattutto, la Vespa, anticipatrice dello scooter. Sopra ogni cosa variò la musica, il principale mezzo di comunicazione dei giovani, importando dagli Stati Uniti tutto il sound proveniente dalla Black Music: l’Electric Blues, il Rhythm and Blues, Il Boogie, Il Soul, lo Skiffle e, naturalmente, il Rock’n’Roll. Una delle formazioni che principalmente riuscì a cavalcare l’onda del Mod fu The Small Faces, la band formata nel 1965 da Steve Marriott e Ronnie Lane, con Ian McLagan e Kenney Jones. Alternavano singoli di successo dalla fruibilità decisamente Pop a composizioni molto più complesse. Siamo nell’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones, naturalmente le influenze principali venivano da lì, non si poteva fare tanto diversamente, anche nel look. Quando potevano però si lanciavano in potenti sferzate Rhythm and Blues e Soul. Il primo album “Small Faces” (1966), mostra tutta la loro passione per quelle radici musicali che ancora, però, non riescono a fare presa sul grande pubblico. I singoli proposti dalla band falliscono in classifica, così i produttori impongono un brano scritto da altri autori con venature molto più accattivanti. Sha-La-La-La-Lee, si rivela un successo, il loro primo successo… ma è un brano Pop in cui non si riconoscono totalmente. Le dinamiche si ripetono allo stesso modo anche con le altre pubblicazioni, mentre la loro sonorità si sposta verso la psichedelia che trova il suo migliore riscontro con l’album “Ogdens’ Nut Gone Flake”, del 1968. Un concept album che lungo le tracce del lato b, collegate come una suite, narra la storia di Happiness Stan e la sua ricerca dell’altro lato della luna. Steve Marriott è al massimo della forma, con il suo stile sancisce la rottura ufficiale con le generazioni precedenti. Il successo in classifica, però, questa volta non corrisponde a un trampolino di lancio anzi, forse è l’inizio della loro fine. Steve Marriott decide di lasciare la band per portare avanti un altro progetto insieme a Peter Frampton, mentre gli altri elementi della band cercano un sostituto. Nel 1969, di sostituti, ne arrivano ben due. Rod Stewart e Ron Wood, entrambi provenienti dall’esperienza appena chiusa con il Jeff Beck Group. L’apporto di Rod Stewart con la sua voce graffiata e profonda è notevole e le chitarre di Ron Wood poi permettono la svolta verso l’Hard Boogie e il Blues Rock più marcato, molto vicino ai Cream, ai Free, ai Ten years After. Quando esce il primo disco con la nuova formazione, “First Step”, nel 1970, il nome è ancora Small Faces, poi, però, non c’è bisogno di porre una particolare attenzione per notare che, il sound è diverso, la formazione è diversa, le tematiche sono diverse, l’atteggiamento è stravolto, il nome non può rimanere lo stesso, deve cambiare ma senza esagerare per accontentare i produttori… così nascono i Faces. L’anno seguente, a distanza di pochi mesi, pubblicano ben due album: “Long Player” (1971) e, soprattutto, quello che viene considerato il loro capolavoro, “A Nod Is As Good As a Wink… to a Blind Horse”, un album in cui sono ben bilanciate le ballate romantiche e i brani più aggressivi. La voce di Rod Stewart ormai è ben collaudata e decisamente più incisiva, la sintonia tra i musicisti è oliata al massimo e scorre con una certa fluidità. Contiene inoltre quello che è il loro maggiore successo commerciale, Stay Whit Me. Brano scritto da Stewart e Wood, e dedicato a una donna caratterizzata da una predilezione per il colore rosso distribuito su capelli, vestito, unghie, che si fa trovare stesa per terra, sul pavimento che conduce alla camera d’albergo del cantante, chiedendo di passare una notte con lui. Il cantante acconsente a patto che si tratti di una notte soltanto. Il successo di Rod Stewart è innegabile, come il suo apporto alla band. Tant’è che inizia ad avere successo anche come solista. I suoi album senza la band raggiungono posizioni sempre più alte in classifica e questo non è di buon gradimento agli altri membri della band che non vogliono sentirsi un gruppo di supporto per un leader non eletto da loro… soprattutto Ronnie Lane che recrimina più spazio nelle parti vocali. Nonostante i dissidi interiori, nel 1973 esce “Oh La La”, un altro interessante album i cui singoli estratti raggiungono ottime posizioni in classifica. Particolare la copertina che riporta un’immagine di Ettore Petrolini in una delle sue caratteristiche smorfie. Nel singolo omonimo Oh La La, Rod Stewart si fa da parte e lascia cantare Ronnie Lane ma non basta. Nonostante il tour di promozione mondiale vada abbastanza bene, ormai la frattura è insanabile e, anche se procede lentamente, inesorabilmente arrivano i segnali di stanchezza. Nel 1975 Ron Wood accetta di fare un provino per i Rolling Stones che va benissimo, il sound dei Faces si trasferisce in quello nuovo di Mike Jagger e compagnia fondendosi alla perfezione al loro. Rod Stewart può tranquillamente proseguire la sua ben avviata carriera solista. Anche gli altri membri della band si lanciano in altri progetti musicali. Arriva quindi la separazione definitiva di una band che, in quel periodo degli inizi degli anni settanta, ha tenuto alta la bandiera del Blues Rock, quando in Inghilterra incalzava il Progressive ed era dura tenere testa a band del calibro di Genesis, Pink Floyd, King Crimson… lasciando il testimone a quella che sarebbe stata la generazione Punk. John Lydon, alla nascita dei Sex Pistols, interpellato sulle sue fonti di ispirazione, dichiarò che gli unici del passato a cui fare riferimento erano The Small Faces e The Faces.  

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