The Edgar Broughton Band: “Wasa Wasa” (1969) – di Pietro Previti

Warwick, Inghilterra, sul finire del 1965. Un manipolo di studenti prova a mettere su una blues band. Tre anni dopo ed un numero imprecisato di esibizioni nei punti più remoti del Regno Unito, quegli stessi ragazzi decidono di trasferirsi a Londra, nell’affollato quartiere multietnico di Notting Hill Gate. Ulteriori serate nella Capitale mettono in evidenza le loro capacità musicali ed uno spirito anarchico decisamente inconsueto a quei tempi. Edgar Broughton (voce e chitarra elettrica), Arthur Grant (basso elettrico e voce) e Steve Broughton (batteria), fratello minore di Edgar, vengono messi inizialmente sotto contratto dalla Blackhill Enterprises, etichetta in cui hanno interessi gli stessi Pink Floyd. Con il successivo affidamento  a Peter Jenner, socio dei Floyd e manager con capacità fuori dal comune, la band ottiene un contratto discografico con la cult label Harvest ed entra negli Studi della EMI di Abbey Road per registrare “Wasa Wasa”, che verrà pubblicato nel luglio del 1969. Il gruppo si presenta come un classico power trio particolarmente grintoso e dotato anche dal punto di vista compositivo, visto che tutti i brani e testi presenti nel 33 giri sono a loro firma, individualmente o collettivamente. L’album si apre con Death Of An Electric Citizen, il cui testo rievoca opprimenti immaginari orwelliani interrotti da spiragli di luce e speranza (la candela con cui i tre appaiono in copertina indica una via d’uscita?), la convinzione che in un futuro prossimo l’Uomo, abbandonando le costrizioni impostegli da un’identità di cittadino-automa, riuscirà ad evadere da città sempre più alienanti. Sei minuti di ruvidissimo psych-blues dominati da un’accesa chitarra fuzz e solidissima base ritmica a sostenere gli sguaiati vocalizzi di Edgar che rimandano apertamente a Capitan Beefheart. La voce diventa ancora più sgraziata nella successiva American Boy Soldier, con iniziale vaudeville condito da  sottofondo di esplosioni e mitragliate. A fronte di un’apparente diminuzione del volume della musica, si infiammano i toni caustici e polemici del testo. L’inciso ironico “D’you wanna go to war, boy? Ooh, yes please sir!” supportato da un innocuo rock’n’roll anni Cinquanta risulta particolarmente efficace e ricorda certi divertissement di Frank Zappa & The Mothers of Invention. La canzone si colloca tra gli inni antimilitaristi degli anni Sessanta e consente ai movimenti underground e di protesta inglese di affiancare, sebbene in ritardo dopo gli anni di sbornia della Swinging London, quelli coevi americani. La terza traccia è la potentissima Why Can’t Somebody Love Me, in cui si realizza un perfetto connubio tra suoni hard e psichedelici. La propensione acida della band rimane anche nella recitativa Neptune e nella seguente, allucinata, Evil. Quest’ultimo brano dovette apparire assai convincente, tanto da essere scelto dallo stesso Jenner, appena un mese prima,  sia come lato A del primo singolo del gruppo (sul lato B appare la citata Death of an Electric Citizen), sia in assoluto della stessa Harvest. Crying, dal canto suo, è robusto hard-blues che sposta ulteriormente in alto le capacità vocali di Edgar. La tempestosa Love in The Rain mantiene invariato il muro di suono del long-playing e fa da apripista a Dawn Crept Away. Il brano è lunghissimo (13:58) ed evidenzia l’interpretazione di Edgar che pare voler omaggiare Jim Morrison. Le stesse liriche, pur senza volere scomodare l’inarrivabile The End, rimandano ad un conflitto generazionale irrisolto in cui una madre avverte il figlio (lo stesso Edgar) che non ha possibilità di redenzione per le atrocità commesse dal padre. “SON! This is your father’s world. This is your father’s world. This is your Daddy’s world. This is your Daddy’s world. Daddy Built it. Daddy built it. Daddy Built it. Daddy fired it. Daddy tried to pull it back. Another string broke Who lives? Who dies? Who weeps? Who cries?” Non a caso, le note di copertina del disco sono affidate a John “Hoppy” Hopkins, giornalista, fotografo e, soprattutto, attivista politico. Da un punto di vista, il tutto già sarebbe sufficiente a legare indissolubilmente la EBB alla Storia della Musica Pop. La presenza di tre autentiche pietre miliari conferiscono a  “Wasa Wasa” lo status di capolavoro tra i più importanti e significativi di quella stagione. Paragonabile ad un uno-due dritto al petto dell’establishment economico e politico di quegli anni, il lavoro non passa inosservato agli alternativi e dropouts che, di fatto, eleggeranno da quel momento la EBB (insieme ai Pink Fairies) a loro paladini. Questi ricambieranno l’anno successivo con la pubblicazione su 45 giri di Out Demons Out, omaggiando gli americani Fugs, antesignani nell’applicare la satira politica al rock, i quali, appena un paio d’anni prima, avevano provato ad esorcizzare i demoni del Pentagono che incitavano alla Guerra in Vietnam. Il brano, registrato live ad Abbey Road e pubblicato nel 1970, divenne in breve l’inno tribale e liberatorio che si levava durante i tumultuosi concerti della band, divenuta attrazione principale nel circuito underground e dei free concerts”.

The Edgar Broughton Band: “Wasa Wasa” (Harvest – SHVL 7571969).

A1. Death Of An Electric Citizen. A2. American Boy Soldier.
A3. Why Can’t Somebody Love Me. A4. Neptune. A5. Evil.
B1. Crying. B2. Love In The Rain. B3. Dawn Crept Away.

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