The Easybeats: non solo surf dall’Australia – di Maurizio Garatti

Nel 1973, i miei padiglioni auricolari erano un pozzo senza fondo che ingoiava qualsiasi cosa capitasse a tiro. Come un avido buco nero, nulla di musicalmente intrigante sfuggiva all’ineluttabile forza di gravità che producevano. Era normale ovviamente. Tutti noi, cresciuti con il mito del sessantotto che alzava le barricate, e l’estate dell’amore che ci aveva ammantati per un breve periodo, eravamo costantemente alla ricerca del verbo e, in quel periodo, non c’era giorno che spuntasse senza annunciarne uno nuovo. Quando Bowie se ne esce con un album di cover, molti di noi gridano allo scandalo: ma come, l’uomo che vendette la terra, colui che cantava della vita su Marte, l’eroe di Starman e di Space Oddity, il geniale autore di “Aladdin Sane”… se ne esce con Pin Ups” (1973), un disco di cover. Inconcepibile! Almeno in quegli anni. Ma, tant’è, tutti lo comprammo. Tutti finimmo affascinati dal nuovo capitolo dell’ex leader degli Spiders from Mars. Fu una scoperta. Una manciata di canzoni incredibili, rese in modo stupefacente da un artista nello splendore di uno dei suoi periodi aurei. Dopo l’iniziale sorpresa, ecco scatenarsi l’inevitabile ridda di domande che un disco simile si porta appresso: da dove vengono questi brani? Chi li ha cantati? Alcuni quesiti hanno una risposta semplice, immediata. Ci sono i Pink Floyd, The Who, The Kinks… altri meno semplici, Pretty Things, Yardbirds e Them… e alcune davvero più complicate, come The Mojos, The McCoys e The EasyBeats. La febbrile ricerca di informazioni su questi gruppi produsse ben pochi risultati, vista la penuria di stampa specializzata presente all’epoca entro i nostri confini; alla fine comunque, tramite qualche pubblicazione reperita nelle scarse librerie internazionali, o attraverso qualche viaggio oltremanica, i brandelli di informazione costruiscono un quadro abbastanza completo. Tra le tante perle contenute in Pin Ups”, una in particolare aveva colpito la mia fantasia: Friday on My Mind degli Easybeats, gruppo Australiano lontanissimo dalle mie storie musicali del periodo. All’epoca non lo sapevo ancora, ma questi figli della “British Invasion” avrebbero rappresentato un passaggio importante del Beat Australiano dell’epoca. Al limite bazzicavo un po’ di Beach Boys, un po’ di Surfin’ Music, preso com’ero dall’ebrezza del Prog e dai ruggiti dell’Hard Rock. Sulle note di Friday on My Mind, mi appare un mondo: a mostrarmelo sono questi cinque ragazzi di Sidney, che si muovono in territorio Beat senza alcun timore reverenziale. Sono tutti di origine europea: Stevie WrightGordon Snoowy e Henry Fleet provengono dall’Inghilterra, George Young dalla Scozia (come i fratelli Malcom e Angus, degli AC/DC), mentre Harry Vanda e Dick Diamonde arrivano dai Paesi Bassi. Sono figli della “British Invasion”, il suono è tipicamente Beat, e i Beatles battono prepotentemente tra le pieghe del loro muscolo cardiaco. Il mondo che si svela è affascinante: per quelli come me è l’inizio della scoperta degli anni sessanta. Il Beat e la seguente scena psichedelica iniziano a prendere sostanza: gruppi sino ad allora sconosciuti prendono forma, acquisiscono sostanza e raggiungono il mio Thorens. È un susseguirsi di stupore condito da emozioni varie. L’Australia sta stretta agli Easybeats e Londra è dietro l’angolo (si fa per dire) e li aspetta. L’arrivo nella “Perfida Albione” è alquanto fruttifero, e la United Artist che con estrema lungimiranza li aveva messi sotto contratto, li promuove nella maniera adeguata.
Il gruppo registra “Friday on my Mind” agli IBC Studios di Londra a settembre e il singolo viene distribuito nel Regno Unito il 14 ottobre 1966. Raggiunge la posizione numero 6 nelle classifiche del Regno Unito, diventando il primo grande successo internazionale del gruppo, capace di vendere oltre un milione di copie in tutto il mondo. La mia ricerca prosegue incessantemente (tra le mille difficoltà che avevamo in quegli anni a reperire notizie), facendomi scoprire il loro splendido debut album del 1965 e i successivi lavori sempre intrisi di quel battito inconfondibile che marca in modo indelebile gli anni a cavallo della metà dei sixties. Col passare del tempo anche loro però finiscono per essere dimenticati, perlomeno dal pubblico che orienta il mercato ma, come a volte succede, basta un dettaglio, un gesto, per riportare prepotentemente alla luce un suono brillante e inconfondibile. Le ristampe, nel corso degli anni, del loro primo disco arriva a confermare che tornare a sentire il loro suono è possibile: nuovi fans possono così entrare in contatto con un disco che conta ben 54 anni, ma che sa essere una ventata di aria fresca che profuma di pulito. Il suono monofonico regala nitidezza e un timbro inconfondibile, e le note che la puntina estrae dai solchi del vinile sono profonde e magnificamente intrise di armonia. Il Beat ha segnato un epoca e, prima che la California con le sue note lisergiche, e Woodstock con la sua splendida follia cambiassero il volto della musica, è stato un passo importante nella vita di coloro che attraversavano quegli anni con l’irruenza di chi vuole tutto subito. La naturalezza di un suono semplice e diretto, comunque non facile da ottenere, privo di effetti di alcun genere e la forza della melodia, possono ancora piacere a un pubblico che sa guardare oltre il triste steccato fatto di rapper tatuati e spesso inutili. La musica è cambiata ovviamente; è cambiato il mondo e sono cambiati i giovani che lo affrontano, ma ciò che vogliono loro in fondo, è quello che volevamo anche noi… e ci piace credere che questo suono possa essere un punto di incontro.

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