The Doors: “Morrison Hotel” (1970) – di Claudio Trezzani

cinquant’anni che sembrano ieri, ecco la sensazione che mi dona ascoltare questo disco. Febbraio 1970: i Doors avevano bisogno di una sterzata, di nuova linfa vitale, di scacciare le voci di una crisi che, secondo i critici, era inevitabile. Eccessi, arresti, alcol e droghe di sicuro non avevano aiutato e nemmeno l’uscita del quarto album nel 1969The Soft Parade“. Il disco era coraggioso, pieno zeppo di arrangiamenti orchestrali a volte esagerati ed esasperati, forse il fatto che Jim Morrison era stato folgorato da Sgt. Pepper’s dei Beatles non aveva aiutato. Dicono che anche lui volesse stravolgere il mondo con un disco così. Ecco non ci riuscì, non perché il disco fosse brutto (onestamente in alcuni passaggi delude parecchio a dire il vero) ma soprattutto perché mise d’accordo critica e la maggior parte dei fans: bocciatura. Ci voleva qualcosa di nuovo devono aver pensato Morrison, Manzarek, Densmore e Krieger: ecco allora, come si usava in quegli anni folli ma artisticamente inarrivabili, pochi mesi di scrittura intensa ed eccoli sfornare questo “Morrison Hotel” (1970) che con il suo sound molto ispirato al blues rock, a quel rock sporco dei bar del sud che poco aveva a che spartire con la psichedelia che finora aveva popolato la musica dei quattro californiani.
Non che fosse del tutto sparita quell’anima sciamanica e lisergica, basta ascoltare Waiting for the Sun, certo proveniente dalle registrazioni dell’album omonimo quindi non nuova, ma il feeling psichedelico sia nell’acidissimo suono, sia nel testo è davvero forte. Tuttavia sono attimi perché il lavoro composto da undici pezzi è un bellissimo manifesto di rock blues che negli anni Settanta appena cominciati sarebbe stato il vero protagonista (
ma questa è un’altra storia). Il disco cattura l’attenzione già a partire dalla copertina del vinile, con una fotografia della band all’ingresso del Morrison Hotel di Los Angeles, mentre le foto dell’interno/retro del disco furono scattate in un locale chiamato Hard Rock Cafè, che si trovava lì vicino. Il disco è diviso in due parti: lato A chiamato Hard Rock Cafè, il lato B appunto Morrison Hotel. Da questo poi ebbe origine anche un’altra storia di successo e cioè proprio la catena di ristoranti a tema musicale partita da Londra, perché i due fondatori Morton e Tigrett si dice fossero grandi fans dei Doors e, dovendo dare un nome alla loro creazione, chiesero il permesso alla band di usarlo, dando origine a un brand di successo planetario. Uno dei riff più celebri della storia della musica rock apre il lavoro: Roadhouse Blues invade i nostri speaker con il suono sporco di chitarra, tastiera, armonica e la voce di Morrison da consumato rocker.
Forse la loro canzone più amata, coverizzata e ascoltata. Da rimarcare lo stupendo lavoro alla chitarra di Krieger ma tutta la band è un monolite rockeggiante. Pochi lo sanno ma il favoloso lavoro dell’armonica era stato opera di John Sebastian dei Lovin’ Spoonful che, non volendo comparire nei crediti dell’album scelse il nome d’arte di G. Pugliese. Un inizio che pareva una vera e propria dichiarazione ai delatori: “il rock scorre in noi e la crisi è alle spalle (se mai crisi fu)“. Dopo la citata parentesi di Waiting for the Sun il disco ritorna sui binari rock-blues e lo fa con You Make Me Real, dove Manzarek ricama note scatenate con la tastiera, ma tutta la parte ritmica è sugli scudi in tutto il brano che si chiude con un altro assolo stupendo di Robbie Krieger. Le liriche non saranno le poesie che ispireranno milioni di ragazzi ma la voce di Morrison in questo disco è la vera differenza, ispirata rude sporca e ammaliante come non lo era mai stata finora, forse la vera punta di diamante di “Morrison Hotel“. La spruzzata funk di Peace Frog tiene alta la tensione, al solito davvero mirabile il lavoro di tastiere e ritmica serrata. Tutti in splendida forma e l’andamento quasi jazz del brano non fa che accrescere la stima nei confronti di musicisti mai abbastanza apprezzati.
La velocità rallenta in maniera sensibile con la romantica e delicata Blue Sunday, una prova vocale davvero intensa che pare ispirata alle cose cantate dal grande Frank Sinatra e che il frontman dedica alla compagna Pamela Courson. Per stemperare il pathos raggiunto con il precedente pezzo, la band ci suona Ship of Fools, un bel rock sorretto da un lavoro magico alle tastiere da Ray Manzarek e dalla padronanza vocale del “Re Lucertola” davvero impressionante, un’evoluzione e una maturazione che lascia senza parole. Sempre rock, un po’ più leggero ma sempre convincente con Land Ho! Una vetrina per il talento dei musicisti, il riff di chitarra, i giri lisergici di tastiera. L’amore per le storie di spionaggio affiora nella blueseggiante The Spy, mentre il ritmo si fa serrato in Queen Of The Highway, un rock con quell’aria malinconica che tanto era cara al buon Jim. Indian Summer è la The End di questo disco, sognante, psichedelica decadente, un canto sotto le stelle del deserto dove l’anima (così raccontava Morrison) di uno sciamano indiano si fuse alla sua. L’estate dell’amore era finita da un pezzo ma il suo sapore aleggiava forte ancora. Il disco più rock e blues della loro discografia si chiude con Maggie M’Gill, riff sporco e voce cattiva, un brano acido che come un cerchio ci riporta alle atmosfere di Roadhouse Blues.
Un disco che personalmente reputo il più riuscito della loro discografia, dove l’anima da poeta maledetto di Jim Morrison si fuse mirabilmente con la splendida blues-rock band che erano i Doors, un lavoro pieno di pietre miliari e canzoni che segnarono un’epoca e una generazione. Una rinascita (breve) dopo le disavventure del frontman così poco incline alla normalità, che lo portarono poi a una morte strana e ancora avvolta nel mistero del celeberrimo Club 27, ma questa è un’altra macabra storia che non ha nulla a che fare con questo album, che resterà uno dei più bei dischi rock della storia. Se non lo conoscete (ma anche se lo conoscete) consiglio il cofanetto appena uscito per il 50esimo anniversario pieno di chicche inedite e dotato di una masterizzazione perfetta che rende omaggio alla produzione al solito magica di Paul A. Rothchild. Buon ascolto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

www.trexroads.altervista.org

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