The Doors: “Break on Through (to the Other Side)” (1967) – di Scala & Servilii

“Si sieda e mi racconti cosa è successo ai suoi genitori”. L’ansia comincia a scemare, mi siedo, faccio un respiro profondo e inizio a raccontare, per la prima volta, la storia inconsueta di mio padre e mia madre. Sono consapevole del fatto che la comprensione umana possa vacillare, di fronte a una storia così… peculiare. Quindi, per dare l’opportunità al commissario di comprendere, devo fare una panoramica delle personalità che mi hanno messo al mondo, dovrò considerarli prima di tutto come due individui, non come una coppia. Racconto al commissario di Stella, una donna anaffettiva, incapace di provare emozioni, annoiata dall’arte, dall’amore e da sé stessa. Nessuna gioia, nessuna depressione, nessuna soddisfazione. Una donna che ha provato a scuotersi con ogni sorta di peccatuccio veniale, la droga, il sesso sadomaso, persino gli sport estremi. Niente. Uno spettro emotivo riassumibile con una linea piatta. Stella, mia madre, dico al commissario, era una zombie reale, tangibile essere organico e morto in un mondo d’emozioni.
Mio padre Libero, invece, tutt’altra storia. Lui al contrario era vittima di una maledizione antitetica a quella di mia madre. Lui sentiva troppo. Non riusciva a schermarsi dalle emozioni degli altri. Un raro disturbo cutaneo, in pratica la sua pelle assorbiva involontariamente da ogni poro le emozioni di chiunque gli passasse ad almeno un metro di distanza. Questo lo costringeva a lunghi periodi di isolamento. Un giorno, camminando per strada, passò accanto a mia madre e non percepì nulla, nessuna emozione. Questo evento lo fece innamorare all’istante. Si conobbero e scattò una molla, vennero risucchiati in un turbine di eccessi. A queste parole, il commissario alza le sopracciglia dando segno di interesse, i suoi occhi si illuminano di curiosità: “Che tipo di eccessi?” Così racconto del modo particolare in cui Stella e Libero facevano l’amore.
Tagliandosi a vicenda, ustionandosi, mordendosi. L’unico modo condiviso e consapevole di instaurare una connessione. Stella riusciva finalmente a provare qualcosa, mentre Libero riusciva a isolarsi dal mondo sublimando le emozioni di lei. Un giorno, presi dall’estasi del sangue, hanno fatto l’amore in modo… classico, ed eccomi qua. Il commissario indossa un’espressione di beota incredulità, la sua smorfia sembra dire: ecco un’altra storia di pazzi fottuti. Concludo con un sorriso sornione, perché nonostante io stesso abbia sempre trovato i miei genitori fuori dal comune, quest’ultimo elemento ha sempre donato loro un’aura di romanticismo crepuscolare. Quando Stella e Libero si torturavano amorevolmente, erano soliti mettere sempre la stessa canzone… Break on Through (to the Other Side) 
dei Doors, che recita: “Qui abbiamo rincorso il nostro piacere, là abbiamo disseppellito i nostri tesori, ma tu puoi ancora ricordare il tempo in cui piangevamo”.
Il commissario scatta improvvisamente in piedi:
“Ok questi dettagli non mi interessano, andiamo al sodo, raccontami quello che sai, come si è arrivati a un finale del genere?” Legittima domanda, mi dico. Eppure mi rendo conto di non saper rispondere, nonostante io sia perfettamente a conoscenza di chi fossero davvero Libero e Stella. Quando parlo di loro e del modo in cui mi hanno lasciato entrare nel loro mondo, riesco solo a chiamarli per nome, è sempre stato estremamente riduttivo per me chiamarli mamma e papà. Li ho conosciuti attraverso i loro diari, regalo di compleanno dei miei 18 anni. In fondo, chi non riceve in regalo un bel trauma come primo passo verso l’età adulta? Sono nato di nuovo quel giorno, leggendo come le loro esistenze fossero talmente incastrate da non capire io stesso dove finiva l’uno e iniziava l’altra. Ecco perché avevano continuamente bisogno di aprire varchi. Che lo facessero attraverso ferite era per me una semplice aggravante.
Mentre mi tornano alla mente vecchie immagini di me ancora ingenuo, cerco le parole giuste per far comprendere l’incomprensibile ad un uomo in divisa e, le uniche che continuano a girarmi in testa sono quelle della loro canzone:
Break on through to the other side. Break on through. Break on through. Break on throughDevo aprire quel varco, perché era questa la loro filosofia di vita. Spero che non sia anche quella di morte. Non so dove siano ormai da giorni, e le uniche cose che possano aiutarmi sono i coltelli di mio padre, quelli che usava su mia madre e i suoi vuoti. Sono tutti sul pavimento della loro stanza e sono tutti sporchi, inutile dire di cosa. Allontano da me il pensiero che possano essersi spinti troppo oltre, cercando ancora una volta di entrare l’uno nell’altra, nell’impossibilità di trovare un terreno comune in cui ognuno avrebbe potuto respirare da solo. Una volta, quel terreno ero io. Il commissario cerca di ridimensionare l’impossibile ad uno scenario quantomeno credibile, rivolgendomi domande che, per una volta, avrebbero potuto farmi pensare ai miei genitori in una dimensione più terrena. Avevano un posto tutto loro dove rifugiarsi?”, mi chiede.
Sì, ce l’avevano, ma quel porto sicuro era limitato ai loro corpi, dove mio padre si liberava delle zavorre riempiendo i vuoti di mia madre e lei poteva, finalmente, sentirne il peso. Ecco perché, anche stavolta, devo attingere alla visione romantica con cui li ho sempre guardati per non impazzire. La scogliera, rispondo. Ho l’immagine nitida di ricordi d’infanzia, il mare dall’alto di quelle rocce sembrava sconfinato, il rumore delle onde trasportate dai venti diventava musica. Libero e Stella mi avevano insegnato a giocare con l’immaginazione e a comprendere quanto, con la mia fantasia, avrei potuto viaggiare lontano. Passavamo ore a raccontarci e a descrivere la terra e la vita dall’altra parte del mare. Capisco, mentre lo racconto, quanto mia madre e mio padre riuscissero solo in quei momenti a separarsi e, allo stesso tempo, a condividere e a connettersi con una sensazione comune, la pace. Senza doversi necessariamente ferire, senza quel gioco assurdo di vasi comunicanti in cui bisognava per forza svuotarsi o riempirsi.
Rimango fermo tra queste quatto mura, nell’attesa che qualcuno torni a darmi notizie a cui, immaginandole, non riesco a dare comunque un’accezione di positività o negatività. Non sento niente, almeno credo, o forse sto sognando. La porta si apre dopo due interminabili ore: è mio padre. Lo abbraccio come non ho mai fatto e, ovviamente, lui viene invaso da tutto il turbinio delle mie paure e ansie di quei giorni e anche da tutta la gioia di rivederlo sano e salvo. Ha bisogno di sdraiarsi e respirare senza che io lo stringa troppo. Non ho il coraggio di chiedergli dov’è mia madre, cerco di anestetizzare tutte le emozioni che sto provando per dargli modo di calmarsi e parlarmi.
“Sta raggiungendo la terra dall’altra parte del mare”, mi dice a bassa voce lasciandomi tra le mani un foglio stropicciato e bruciato. Riconoscerei quelle parole tra mille altre: “I found an island in your arms, a country in your eyes, arms that chain, eyes that lie…” Mai, come oggi, acquistano un senso. Libero e Stella avevano trovato per una vita rifugio l’uno nell’altra, avevano vissuto i loro abbracci come una cura, avevano visto isole e paesi l’uno con gli occhi dell’altra, senza comprendere quali fossero i mondi che avrebbero davvero voluto vedere.
I loro occhi, in fondo, mentivano. Lo avevano capito quella mattina di inizio estate, quando l’inquietudine di entrambi aveva nuovamente raggiunto l’apice. Avevano provato con il fuoco, con le lame e di nuovo con il fuoco. Nulla li aveva tranquillizzati, perciò avevano raggiunto la scogliera. Dopo due giorni di silenzio, di albe e tramonti, avevano compreso che l’unico varco ancora da aprire era semplicemente l’orizzonte. Avevano deciso che fosse mia madre a farlo, perché non avrebbe sentito fatica e paura in quella traversata e, di certo, non si sarebbe arresa. Mio padre l’aveva lasciata libera di andare, sicuro che quella scelta fosse l’atto d’amore più grande per entrambi. Mentre la guardava tuffarsi e nuotare tra le onde, sorrideva. Sentiva una pace che non aveva mai provato in vita sua. Mi accarezza il viso mentre piango, mi dice di non farlo. Mio padre Libero, nel caos di mille emozioni, ha un’unica certezza: ci sono infiniti mondi, basta raggiungerli. Se e quando vorremo, sarà facile. Ci ritroveremo semplicemente
to the other side e io gli credo.

You know the day destroys the night / Night divides the day / Tried to run
Tried to hide / 
Break on through to the other side / Break on through to the other side
Break on through to the other side, yeah / 
We chased our pleasures here
Dug our treasures there / But can you still recall / The time we cried

Break on through to the other side / Break on through to the other side
Yeah / C’mon, yeah / 
Everybody loves my baby / Everybody loves my baby
She get high / She get high / She get high / She get high, yeah
I found an island in your arms / Country in your eyes / Arms that chain us
Eyes that lie / 
Break on through to the other side / Break on through to the other side
Break on through, oww / 
Oh, yeah / Made the scene / Week to week
Day to day / Hour to hour / The gate is straight / Deep and wide

Break on through to the other side / Break on through to the other side
Break on through / Break on through / Break on through / Break on through
Yeah, yeah, yeah, yeah / Yeah, yeah, yeah, yeah, yeah.

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