The Devil’s Kitchen: una storia della Bay Area – di Lino Gregari

“Devil’s Kitchen” (1969). Quando la testina si abbassa su questo vinile, quando la puntina inizia a leggere i solchi, e le note di City Three Fifty-Two riempiono lo studio, ho sempre un tuffo al cuore: la chitarra di Robbie Stokes è davvero capace di portarmi oltre. I Devil’s Kitchen sono una Band di culto e l’omonimo album del 1969 è una delle innumerevoli gemme di quel periodo, forse non la più sconosciuta, ma sicuramente tra quelle che hanno raccolto molto meno di quello che meritavano. Hanno attirato la mia attenzione da subito quando, leggendo tra le poche notizie che si riuscivano a trovare prima dell’avvento di internet, scoprii che erano House Band” alla famosa Family Dog Ballroom on the Great Highway di Chet Helm: wow… lì suonavano solo i grandi, quindi dovevano per forza essere una Grande Band… e così, ecco scattare la frenetica ricerca del loro album. Una cosa assai complicata: erano già gli anni settanta, e la Band si era sciolta proprio nel 1970, lasciandosi dietro una memorabile serie di esibizioni Live – che probabilmente qualcuno registrò – e un unico strepitoso disco. Con il passare del tempo la cosa finì per perdere interesse, il disco era davvero introvabile e le cose da scoprire proprio tante… ma l’arrivo della tecnologia digitale e il rinnovato interesse delle case discografiche per quel periodo storico, hanno portato in dono una serie di ristampe davvero appropriate. Ecco quindi i Devil’s Kitchen, finalmente sul mio piatto.
Certo che una band con un nome così, può sicuramente dar luogo a qualche malinteso: ci si può aspettare un suono metal, vicino a gruppi tipo Black Sabbath, e invece ciò che esce dai diffusori è il classico suono della Bay Area, anche se con una decisa personalità che ne fa qualcosa di unico. Il fatto è che i quattro ragazzi (Robbie Stokes, chitarra e voce. Brett Champlin, chitarra e voce. Bob Laughton, basso e voce. Steve Sweigart, Batteria.) avevano optato per un nome decisamente più in sintonia con il loro suono e, sopratutto con il periodo culturale che stavano vivendo: la scelta era caduta su “Om” (la parola che esprime uno dei più significativi concetti Indù) ma, arrivati a San Francisco, si resero conto che già alcuni gruppi avevano adottato quel nome, e che serviva qualcosa di molto personale: qualcosa che fosse solo loro. Fu il caso a venire in loro aiuto, come spesso succede: quell’estate avevano provato per un mese intero nella cabina che la famiglia di Rolf Olmsted, loro buon amico e “roadie” del gruppo, aveva nei pressi del Devil’s Kitchen Lake, un lago di 810 acri a circa 8 miglia da Carbondale (sede della Southern Illinois University), e a tutti parve logico prendere quel nome. I ragazzi vantavano estrazioni musicali alquanto differenti tra loro e, questo, sicuramente contribuì in modo essenziale alla creazione di un suono così personale: Bob era stato la forza trainante come bassista in una rock band blues locale chiamata Nite Owls (anche nota come Nickel Bag) e suonava anche altri strumenti in vari gruppi della Folk Arts SocietySteve era stato il batterista di un gruppo rock psichedelico chiamato Hearts of Darkness; Robbie aveva acquisito notorietà come giovane chitarrista e leader in una serie di band locali delle scuole superiori, la più nota delle quali si chiamava Viscounts; e Brett aveva suonato in vari gruppi folk nella Folk Arts Society. Si fanno le ossa suonando alle feste nei campus dei college, proponendo sostanzialmente cover di folk-rock, blues, brit-rock e rock and roll americano. I brani che riempiono i loro set sono Purple Haze, Sunshine of Your Love, Rock Me Baby, Mr. Fantasy, I Can See For Miles, Johnny B. Good e altri brani del genere, ai quali vanno aggiunti brani originali del gruppo. Poi arriva il momento che ti fa capire quale sia la strada da intraprendere: hai in repertorio sufficiente materiale per riempire un set tutto tuo e San Francisco non è poi così lontana. Un vecchio garage nel Mission District di fronte a una fabbrica di torte diventa la loro casa e, in tre mesi, i Devil’s sono pronti a spiccare il volo. Diventano noti e abbracciano lo stile di vita classico di Frisco: sesso, droga e rock&roll, e un appartamento di 12 stanze infestato da scarafaggi al secondo piano dell’edificio al NE, angolo di Haight e Ashbury. Janis Joplin viveva dietro l’angolo e poco distante c’era Golden Gate Park. Li nota anche Bill Graham che li aiuta a fare più concerti e li porta dritti in uno studio di registrazione: poi arriva Chet Helms. Il Family Dog Ballroom diventa una realtà, e i Devil’s Kitchen suonano con Jefferson Airplane e Amazing Charlatans, prima di spiccare un ulteriore balzo che li porta a Los Angeles e a un concerto con i Savoy Brown
…nel frattempo lo splendido blues intitolato Farm Bust Blues riempie ogni centimetro dello spazio del mio studio, spingendomi a continuare a raccontare di questi ragazzi: sono 10 minuti di pura estasi che aumentano ulteriormente il rimpianto lasciato da una storia che avrebbe dovuto essere diversa….

I Devil’s Kitchen continuano a suonare nella California del Nord e nella Bay Area, in posti come Matrix, Keystone Korner, San Francisco Art Institute, Stinson Beach, Berkeley, Santa Cruz, Palo Alto, San Jose, Boulder Creek, Monterrey e altre splendide località: una vita “on the road”, vissuta premendo sempre sull’accelleratore, fino all’inevitabile capolinea. Durante l’estate del 1970, nel bel mezzo di un tour nel Midwest, la band andò in pezzi quando una serie di concerti nei college e nelle università furono cancellati, in risposta ai drammatici fatti della Kent State University (il 4 maggio 1970, la Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America aprì il fuoco sugli studenti che protestavano da quattro giorni contro l’invasione statunitense della Cambogia, uccidendo quattro studenti e ferendone nove). La parola fine cade pesantemente sui Devil’s Kitchen e su un mondo immaginato a colori. Nonostante vari tentativi di rimettere insieme il gruppo, la realtà prende il sopravvento, e l’utopia viene lasciata alle spalle, assieme a una gioventù comunque vissuta alla grande… i nove minuti di Earthfields hanno un effetto taumaturgico, leniscono la malinconia che spesso i ricordi si portano dietro. Il disco è davvero splendido: continuo a sentirlo e a ricordare…

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