“The Desert Sessions” at Rancho de la Luna – di Giulia Giannoni

A Joshua Tree, nella Contea di San Bernardino, nel sudest della California, c’è un luogo (o sarebbe meglio dire un non-luogo?) di perdizione artistica e spirituale, i cui frequentatori, per la massima parte musicisti di alta levatura, si dedicano periodicamente alla creazione e alla registrazione di vere e proprie psichedelizie musicali. Questo luogo in cui sacro e profano si mescolano senza dissidio alcuno si chiama Rancho de la Luna, ed è una vecchia casa, nonché studio di registrazione a partire dal 1993, di proprietà di due figure importanti per la nascita e l’evoluzione delle sonorità desertiche del rock psichedelico: Fred Drake (passato a miglior vita nel 2002 proprio nel Rancho, con pochi amici stretti al suo fianco, dopo una lotta contro il cancro) e Dave Catching, entrambi membri, tra le altre cose, degli Earthlings?. Tra i più assidui avventori del Rancho c’è senza ombra di dubbio Josh Homme, conosciuto ormai da chiunque come frontleader dei Queens Of The Stone Age, i quali proprio due mesi fa hanno pubblicato “Villains”, loro settimo lavoro che segna un netto cambio di rotta dalle atmosfere desert rock e a tratti dissonanti di quasi tutti gli album precedenti, verso ritmi più orecchiabili e, volenti o nolenti, anche più patinati e ammiccanti (non è un caso che la scelta del produttore sia ricaduta su Mark Ronson, che ha lavorato per macchine da guerra commerciali come Amy Winehouse, Lady Gaga e Adele). Non propriamente tutti invece sanno che, tra la fine degli anni 80 e per quasi tutti i 90, Joshua Michael Homme è stato il giovane e fulvo chitarrista dei Kyuss, gruppo pioniere, insieme agli altri della cosiddetta Palm Desert Scene e agli imprescindibili Sleep, di quel genere fortunato, anche se di nicchia, generalmente chiamato stoner rock, o desert rock, per l’appunto. A seguito dei sanguinosi fatti del Bataclan di Parigi del 13 novembre 2015, inoltre, molti sono venuti a conoscenza del fatto che Josh Homme è anche fondatore degli Eagles Of Death Metal (nonostante non fosse presente sul palco durante il live della notte dell’attentato terroristico, a differenza di Dave Catching) e amico d’infanzia del bizzarro e un po’ controverso cantante Jesse Hughes. Poche persone infine, sanno che tra i molteplici progetti del nostro istrionico musicista c’è stato anche quello di un imperdibile album del 2009 dal titolo omonimo a quello del suo gruppo creatore, i Them Crooked Vultures, formati dall’autorevole trio Josh Homme/John Paul Jones/Dave Grohl. Star qui a elencare tutte le altre sue magistrali collaborazioni porterebbe via troppo tempo sia a me che a voi (per chi fosse curioso, comunque, un’occhiata alla sua pagina su Wikipedia basta a risolvere ogni dilemma). Ciò su cui invece vale la pena soffermarsi, sia perché si tratta probabilmente del progetto passato più in sordina e quasi tra le righe rispetto a tutti gli altri, nonostante sia uno tra i più interessanti e abbia gettato le fondamenta per alcune delle migliori tracce dei QOTSA, è l’ideazione delle Desert Sessions, che la mente geniale di Josh Homme ha partorito nell’estate del 1997, ovvero qualche mese prima dello scioglimento dei Kyuss, avvenuto per volontà condivisa dei membri di portare avanti i rispettivi progetti individuali. Immaginate di trovarvi nel Rancho de la Luna, immersi nel bel pieno del deserto californiano del Mojave, isolati da qualsiasi traccia di traffico umano e lontani dalla fumosa frenesia cittadina; immaginate di chiudervi per una settimana intera in questo grosso spazio (stipato di alcolici, sostanze di vario tipo e tutta la strumentazione possibile) in cui la cucina e il mixer si trovano nella stessa stanza, così che mentre si registra ci si può anche riempire lo stomaco e prendere dal freezer il ghiaccio per il whiskey; immaginate di ritrovarvi in mezzo a un manipolo di amici musicisti che passano le giornate a fare ciò che amano di più, ovvero dare spazio, voce e piena libertà ai loro animi e ai loro umori, alla loro creatività e alle loro capacità compositive, circondati da un paesaggio mozzafiato che alimenta, insieme agli immancabili venti del Mojave, la loro ispirazione. Immaginate infine che la lava sonora ancora vergine che fuoriesce dai loro cuori, nervi e mani venga impressa nella cera dei registratori, e levigata una volta raffreddatasi (ma senza che la sua rozzezza granitica venga meno), prima di superare le mura in cui ha visto la luce. Senza contare tutti quelli che hanno registrato lì almeno un album (tanto per ricordarne uno non proprio a caso, “Post Pop Depression” di Iggy Pop, in cui il contributo di Homme, oltre che di Matt Helder, batterista degli Arctic Monkeys, si sente forte e chiaro), tanti e rispettabilissimi sono i vulcanici artisti che Joshua Homme ha invitato nel Rancho a partecipare alle sessioni desertiche: al di là di Dave Grohl e Nick Olivieri (due pezzi cardine delle “Regine”), come non citare Mark Lanegan e la sua voce cavernosa, l’inglese PJ Harvey (di cui un suo vecchio amante, Sir Nick Cave, ebbe a dire la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde che abbia mai conosciuto) e, ancora, Brant Bjork (Kyuss, Fu Manchu, Fatso Jetson, Mondo Generator), Jeordie White (Marylin Manson, A Perfect Circle, Nine Inch Nails), Chris Goss (Masters Of Reality), John McBain (Monster Magnet), Dean Ween (Ween)… e molti altri personaggi più o meno coinvolti nei vari progetti hommiani. Da questi incontri pazzeschi sono scaturiti dieci volumi, pubblicati tra il 1997 e il 2003, quasi tutti singolarmente in formato vinile EP, e in coppia in formato CD, in cui stoner, punk, psichedelia, rock sperimentale e quant’altro s’intersecano e convivono. I primi due volumi rappresentano non solo cronologicamente, ma anche ontologicamente, potremmo dire, il picco massimo, la desert session madre, l’iniziazione ieratica di un nuovo microcosmo musicale, tanto che la prima traccia, Preaching, e l’ultima, Man’s Ruin Preach, costituiscono proprio due preghiere. In perfetto stile qotsiano è invece Johnny The Boy, mentre la maestosa Screamin’ Eagle sembra fatta apposta per calarsi nei panni di un’aquila reale che con estrema rapidità sorvola, contempla e domina dall’alto il canyon sotto i suoi occhi. Nei volumi 3 e 4 troviamo due tracce identiche per quanto riguarda la parte strumentale, ma una, Nova, è cantata da Pete Stahl (Earthlings?), mentre Avon è cantata da Josh Homme, il quale ha dichiarato che questo esperimento è volto a mostrare quanto due voci diverse per timbro e linea melodica possano modificare uno stesso pezzo. Avon è inoltre presente nel primo album omonimo dei QOTSA, mentre Monster in the Parasol si trova nel loro terzo “Rated R”. Anche il volume 5/6 inizia con la straordinaria You Think I Ain’t Worth a Dollar, But I Feel Like a Millionaire, che apre altresì il loro indiscusso album capolavoro, “Songs For The Deaf”. Una menzione d’obbligo è poi per la splendida ballata tarantiniana Like a Drug, che ricorre due volte, prima cantata da Homme, e proprio alla fine in versione strumentale. I volumi 7/8, forse i più eccentrici, vedono inoltre la presenza di Hanging Tree, anch’essa contenuta in “Songs For The Deaf”, in cui è la voce di Mark Lanegan, direttamente proveniente dalle tenebre, a fare da padrona. I conclusivi volumi 9 e 10 raggiungono nuovamente una qualità altissima, soprattutto in alcuni picchi stilistici, come I Wanna Make It wit Chu, uno dei pezzi più conosciuti dei QOTSA e incluso in “Era Vulgaris” col titolo Make It wit Chu, o In My Head… Or Something, riadattato col titolo In My Head nel quarto album “Lullabies to Paralyze”; ma forse ancor di più nelle tracce cantate dall’ospite d’eccezione, in veste di sensualissima musa ispiratrice, PJ Harvey: si tratta di There Will Never Be a Better Time, Crawl Home, Powered Wig Machine e A Girl Like Me. Forse non è troppo azzardato dire che, soprattutto nel primo e terzo brano citati, la sua voce sfrontata e sfacciata, irruente e irriverente, urlata e sospirata, gelida e caldissima, perviene a dei livelli di intensità emotiva e di visceralità espressiva che nemmeno nei suoi lavori da solista è riuscita ad ottenere. A quanto pare, il Rancho De La Luna, questo luogo a suo modo impregnato di energie mistiche ed esoteriche (sarà forse l’influenza dei nativi Mojave?), è stata e continua a essere una fonte d’ispirazione per tutti coloro che hanno la fortuna di passare da quelle parti.

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