The Dear Hunter: “Act V: Hymns with the Devil in Confessional” (2016) – di Nicholas Patrono

Prima o poi tutte le storie arrivano a una fine. Nel caso di “Act V: Hymns with the Devil in Confessional” (2016) della band americana The Dear Hunter, interessante e curioso progetto tra l’indie rock e il progressive rock costellato di derive sperimentali di vario tipo, non si tratta del vero e proprio capitolo finale ma della penultima parte di una storia in sei atti iniziata ormai 14 anni fa (10 all’uscita di “Act V”) con il primo concept-album di cinque,Act I: The Lake South, the River North, esordio breve (38 minuti) ma intenso e che metteva in mostra grandi potenzialità, proseguita nel 2007 con Act II: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading, un’opera di quasi 80 minuti in cui la band ha portato a compimento quanto promesso e ben oltre, poi l’oscuro Act III: Life and Death nel 2009 e, dopo un periodo di distacco dalla storia principale utilizzato per dedicarsi ad altre idee musicali (la ciclopica opera “The Color Spectrum”, 2011, e il meno entusiasmante ma sempre valido “Migrant”, 2013), Act IV: Rebirth in Reprise (2015), più orchestrale e solare dei primi tre ma, allo stesso tempo, più intimo e malinconico.
Ed è da qui che “Act V” riparte, assieme alle avventure del protagonista degli Atti, il Cacciatore (the Hunter) o il Ragazzo (the Boy), anche se ormai qui è un uomo formato. Dimenticate le atmosfere allegre di brani dal tocco quasi disco come King of Swords (Reversed) di “Act IV”; qui la malinconia domina ogni cosa, la tragedia è nell’aria fin dalla sconsolata intro Regress, così come nel primo brano The Moon / Awake, riflessivo nella prima parte e disperato nel finale. Si transita attraverso un momento in apparenza più allegro in chiusura di pezzo per andare ad aprire Cascade, malinconico brano di facile presa dalle melodie memorabili. In questi primi brani prevale il senso di sconfitta che il Cacciatore, seppure eletto a sindaco della città, prova nei confronti dell’antagonista di sempre, il Prete / Magnaccia, The Pimp and the Priest, riapparso più cattivo che mai in “Act IV”. È proprio l’antagonista a narrare una parabola al Cacciatore nel pezzo successivo, The Most Cursed of Hands / Who Am I, forse uno dei momenti più grigi e cupi. Qui la band sceglie di puntare più in alto come complessità di composizione e articola il brano più lungo del lotto, quasi 7 minuti in cui c’è tempo per esplorare sonorità disparate, crescendo e diminuendo, e una variazione nel finale che riprende il tema dell’ultimo brano di “Act IV”, Ouroboros; è solo uno dei tanti reprise lirici e / o musicali dell’album: per elencarli tutti servirebbe un libro intero.
L’eccellente The Revival alza il ritmo e ci riporta al bordello The Dime, sfondo di buona parte di “Act II” nella storia tra il protagonista e la prostituta Ms. Leading, ora ingrandito e teatro del peggior tipo di immoralità; c’è da dire che i Dear Hunter hanno il talento di creare i brani come se fossero la perfetta colonna sonora di ciò che narrano. Melpomene, che prende il nome dalla musa greca della tragedia, permette di rifiatare con le sue melodie delicate, cullandoci con dolce tristezza e preparando il terreno al capolavoro Mr. Usher (On His Way to Town), brano che dimostra ancora una volta che quando i Dear Hunter decidono di giocarsi la carta jazz non sbagliano un colpo (ricordiamo la splendida The Oracles on the Delphi Express da “Act II”, o altri brani con sfumature simili, come Smiling Swine o The Bitter Suite IV & V: The Congregation / The Sermon in the Silt). Il pezzo introduce a suon di fiati e cori jazz da secolo scorso un altro antagonista, Mr. Usher (nome forse ripreso dal racconto “La Caduta della Casa degli Usher” di Edgar Allan Poe), una sorta di mafioso dall’aspetto luciferino che si dirige alla Città per mettersi in affare con The Pimp and the Priest. In The Haves Have Naught il signor Usher incontra il protagonista, il brano è infatti costruito come un duetto: non solo la voce del cantante Casey Crescenzo ma anche quella del tastierista Gavin Castleton, qui non relegato alle seconde voci ma co-protagonista. Il brano ci avvicina al finale sfociando in Light, episodio più dolce del disco.
Nel pezzo il protagonista si rivolge al figlio (“Son, your father’s not all good”) che ha avuto dalla moglie del fratellastro perduto in “Act III” (chi ha letto del terzo disco ricorderà come il Cacciatore si sia sostituito al fratello, scegliendo una vita di bugie). Ebbene, vista la situazione in città, dopo aver confessato la verità alla moglie, il Cacciatore la spinge a partire portando con sé il figlio, perché si rifugino in un posto sicuro. E quale miglior luogo della casa con il lago a sud e il fiume a nord, là dove tutto è cominciato in “Act I” con un evento simile, la fuga della madre del protagonista dalla malvagia città? Rimasto solo, in Gloria il protagonista si altera fumando allucinogeni e la band sfodera il primo e unico brano un po’ più allegro, francamente quasi “fuori posto” nell’atmosfera dell’album ma efficace nel ridestare l’attenzione. Si arriva alla coppia The Flame (Is Gone) e The Fire (Remains), due brani che riprendono il testo dell’overture di “Act I”, Battesimo del Fuoco: “The flame is gone, the fire remains” (la fiamma è perduta, il fuoco resta), ripetuto più e più volte in quel brano e non solo, spesso ripreso anche nei dischi successivi.
Ed ecco che questi due brani fungono da cardine e punto di svolta definitivo: in The Flame (is Gone) il nuovo antagonista, Mr. Usher, convince il prete a uccidere il grande amore mai dimenticato del protagonista, la prostituta Ms. Leading, in modo da trasformarlo nella pedina perfetta (“finally building up the perfect pawn, another shadow lost in the dark”). Ma il gesto ha un risvolto inaspettato: il Cacciatore impazzisce dal dolore e dà alle fiamme la chiesa e il bordello (The Church and the Dime, ricordiamo), i due grandi possedimenti del prete. Il piano di Mr. Usher si compie e i due eterni nemici si eliminano a vicenda: dapprima il prete aizza la folla contro il protagonista in The March, ottimo pezzo con talmente tanti reprise dai vecchi brani da essere praticamente costruito quasi esclusivamente su motivi dei primi quattro Atti, poi in Blood vi è il confronto finale tra i due, in cui il protagonista riesce finalmente a uccidere il prete ed estirpare almeno un po’ di male dalla città, vendicando Ms. Leading e tutte le angherie subite. A Beginning (un inizio), eppure è l’ultimo brano: il protagonista fugge e salta in mare, lasciandosi affondare. Nella spettacolare conclusione orchestrale il Cacciatore affonda riprendendo un tema di The Moon / Awake, vede la vita scorrergli davanti, tutto il male che ha causato, tutti coloro che ha perduto, e sereno chiude gli occhi sul buio.
Si conclude così il migliore dei cinque atti, il più desolante ma non solo: il più teatrale, il più emozionante, sia per la storia che per la qualità delle musiche composte per raccontarla. Qui sorgono le domande e non abbiamo risposta: il vincitore alla fine è dunque Mr. Usher, ora padrone della città? Ma soprattutto, se il Cacciatore è morto, come potrà esserci un sesto atto? Non ci resta che fare fede a quanto dichiarato da Casey Crescenzo, cantante, chitarrista e compositore della band, in un’intervista per substreammagazine.com: “Act VI sarà qualcosa di completamente diverso. Non penso sarà un album musicale di nessun tipo. So cosa sto cercando di fare e ho già iniziato, ma non voglio dire cos’è, perché se poi non riuscissi a realizzarlo non voglio conseguenze negative. È un progetto molto ambizioso e, vi dirò – e non è per farmi complimenti da solo – che forse è troppo ambizioso. Spero che funzioni ma no, non sarà un disco. (…) Ci sarà l’elemento musicale ma non credo che sarà l’unico focus”.
Non resta che continuare a seguire la band, sperando che Casey e compagni riescano a realizzare questo “progetto quasi troppo ambizioso”, chiedendoci che cosa bolla in pentola (un lungometraggio forse?) e aspettando nuova musica, anche scollegata dal percorso degli Acts, come l’EP del 2017All Is As All Should Be” scritto in collaborazione con i fan, o lo splendido “The Fox and the Hunt” (2020), una raccolta di versioni orchestrali estese dei temi degli atti quarto e quinto. Non resta che attendere fiduciosi. The flame is gone, the fire remains.

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One thought on “The Dear Hunter: “Act V: Hymns with the Devil in Confessional” (2016) – di Nicholas Patrono

  • Settembre 14, 2020 in 11:45 am
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    Ottima analisi. Grazie mille. Esatto, possa la fiamma rimanere, ma che le nostre anime vengano presto bruciate, con buone notizie.

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