The Dear Hunter: “Act IV: Rebirth in Reprise” (2015) – di Nicholas Patrono

Dopo Act III: Life and Death (Triple Crown 2009), terzo capitolo di una storia narrativa e musicale iniziata nel 2006 con Act I: The Lake South, the River North e proseguita con Act II: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading (2007), per gli americani The Dear Hunter segue un periodo di pausa dalla narrazione principale, la band si concentra su progetti alternativi e, dopo un EP intitolato “The Branches” (2010), deviano dal percorso finora tracciato, dapprima con il magistrale e imponente progetto “The Color Spectrum” (Triple Crown 2011), una raccolta di ben nove EP (“Black”, “Red”, “Orange”, “Yellow”, “Green”, “Blue”, “Indigo” “Violet” e “White”), ciascuno composto da quattro brani e concentrato sull’esplorare sonorità differenti e sperimentali mai toccate prima dalla band, poi con un “normale” album in studio nel 2013, “Migrant”: normale per modo di dire dato che nell’edizione estesa contiene comunque ben 18 tracce, di livello forse inferiore agli altri lavori ma comunque molto solide. “Migrant” marca anche il primo cambio di etichetta per la band, i Dear Hunter passano sotto l’ala della Equal Vision Records, per la quale pubblicano gli atti quarto (2015) e quinto (2016) della storia iniziata con “Act I”. Ben sei anni sono trascorsi da quando “Act III” vedeva la luce nel 2009, la band ha vissuto qualche cambio di formazione ma il cuore fondatore, ossia i fratelli Casey Crescenzo (chitarrista, vocalist e compositore principale) e Nick Crescenzo (batterista e percussionista), è rimasto solido.
E così “Act IV: Rebirth in Reprise” (2015), pur differenziandosi notevolmente dal disco precedente, mantiene un filo conduttore di sonorità tra i dischi perché, grazie a coese scelte compositive, liriche e di tonalità, i brani dei Dear Hunter sono insieme originali e riconoscibili. La storia riprende dove si era conclusa con il terzo capitolo, il più oscuro e aggressivo degli Atti, sporcato dallo spettro mostruoso della guerra, pregno di morte e sofferenza. “Act IV” cambia molto le carte in tavola, è infatti il più orchestrale e luminoso dei cinque capitoli, aspetto evidente già dalla copertina dai toni caldi, fioriti, quasi speranzosi. Già a partire dall’intro, Rebirth, si percepisce di essere ben lontani dai momenti più bui del precedente disco, come Mustard Gas o In Cauda Venenum. Tocca a The Old Haunt gettarci nuovamente nella Città teatro di “Act II” perché il protagonista, il Cacciatore, vi fa ritorno dopo gli eventi di “Act III”, assumendo identità e vita del fratello morto in guerra. Inizio grintoso seppur non entusiasmante, seguono tre brani in cui il Cacciatore finisce travolto da ricordi e rimpianti, dalla malinconica Waves, insieme triste e luminosa, alla bellissima e struggente At the End of the Earth, caratterizzata da un centellinato crescendo e una splendida sezione centrale, un reprise emozionante da His Hands Matched His Tongue  di “Act I” con voci che cantano l’iconica frase: “Some day she’ll be gone” (“Un giorno morirà”, pensiero angoscioso del protagonista che in “Act I” era spaventato dall’idea che la madre potesse un giorno lasciarlo solo) e, infine, Remembered la quale, malgrado il nome, rischia forse di essere meno “ricordata” dagli ascoltatori per via della costruzione meno immediata.
Fortissimo il richiamo lirico in Remembered con Casey che canta “The flame might be gone but the fire remains”, citando l’overture del primo disco, Battesimo del Fuoco: “The flame is gone, the fire remains”, frase focale e perno intorno a cui tutto il concept ruota. Brusco cambio di atmosfera con l’esplosiva A Night at the Town, ben nove minuti di brano dove i Dear Hunter si lanciano articolando un pezzo complesso e di gran valore, fondendo atmosfere diverse tra sezioni festaiole e intermezzi tristi. Anche qui un enorme richiamo lirico-musicale, precisamente a The Bitter Suite I & II – Metting Ms. Leading / Through the Dime, da “Act II”, brano che narrava l’incontro tra il protagonista e la prostituta di cui si era innamorato, Ms. Leading, e forte richiamo anche a un motivetto sentito in Mustard Gas di “Act III”. Segue la tormentata Is There Anybody Here?, desolante dopo l’agitazione del brano precedente in un sapiente gioco di opposti, che va a concludersi su un assolo di chitarra accompagnato da incursioni di cori femminili. Segue l’allegra The Squeaky Wheel, che svolge bene il compito di mantenere desta l’attenzione, visto quanto va a contrapporsi al pezzo precedente ma che resta un gradino sotto a tutti gli altri pezzi come impatto e qualità.
Terminata la digressione i Dear Hunter riprendono e proseguono la Bitter Suite iniziata in “Act II” con un pezzo che va a sfidare A Night at the Town per il titolo di miglior brano del disco, The Bitter Suite IV & V: The Congregation / The Sermon in the Silt, in cui il protagonista incontra l’antagonista, il prete/magnaccia, The Pimp and the Priest, il cui caratteristico tema viene infatti ripreso a fine canzone. Il brano non lascia scampo, ritmo e melodia trascinano su un pianoforte che cade in levare sulle terzine fino a sfumare nella più tranquilla The Bitter Suite V: Abandon, momento introspettivo e di riposo. Il protagonista decide di candidarsi sindaco sfruttando le conoscenze del padre della fidanzata del fratello perduto e da qui ecco King of Swords (Reversed), inaspettato episodio quasi disco anni 80 che non solo non sfigura ma, anzi, dimostra un notevole groove. Interessante il titolo, il Re di Spade è infatti il simbolo del potere nei Tarocchi ma il fatto che sia rovesciato (reversed) preannuncia ciò che subirà di lì a poco il Cacciatore, ossia un ricatto da parte dell’eterno nemico.
Sorvolando la più insipida If All Goes Well, che sembra una versione meno riuscita di King of Swords, si arriva alla malinconica e acustica The Line, momento in cui il ricatto si concretizza. Chiudono il disco due pezzi eccezionali, la disperata Wait in cui il Cacciatore si interroga su vita, morte e aldilà con l’emblematica frase: “I keep my eyes from looking too far up. I fear that there is a Heaven above. I hope there’s not a Heaven above”. (“Evito di guardare troppo in alto. Ho paura che lassù ci sia un Paradiso. Spero che lassù non ci sia alcun Paradiso”) e, infine, Ouroboros, brano che forse pecca di momenti memorabili nei primi minuti ma rimedia alla grande nel finale, sfoderando un momento intimo tra voce e orchestra dall’enorme potere emotivo. Si conclude così, disperato e senza speranza, quello che era iniziato come il più speranzoso degli Atti, introducendo la tristezza devastante che percorrerà tutto “Act V”. Per parlare nei dettagli di ogni tema lirico e musicale e di come tutto sia collegato servirebbe un breve libro, non un articolo. Non possiamo che consigliare caldamente ai lettori che non conosco quest’eccezionale band di farne la conoscenza con l’approccio meticoloso che meritano opere tanto curate.

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