The dark side of the… cover: un capolavoro di Hipgnosis – di Maurizio Pupi Bracali

Il primo impatto con un album (Lp o CD) è di natura visiva. Il senso della vista è il primo a prendere posto di fronte all’oggetto. Lasciando perdere il gusto e l’olfatto (però certi LP avevano un certo profumo) dopo la vista viene il tatto e infine buon ultimo, l’udito, il senso principale a cui il disco viene indirizzato. “The Dark Side of the Moon” (1973) dei Pink Floyd non smentisce tutto questo presentandosi con una cover tra le più famose e riconoscibili nel mondo del rock. Quello nero col triangolo”, era il modo di dire di quelli che masticando poco l’inglese identificavano l’album sostituendone il titolo con quella locuzione. Titolo che non compare mai in nessun punto di questa copertina come accaduto precedentemente soltanto poche volte (vengono in mente “Blind Faith” (1969) e il secondo e omonimo dei Traffic del 1968) realizzata dal prestigioso studio grafico Hipgnosis. Fondato nel 1968 da due studenti di cinema e fotografia: Storm Thorgerson e Aubrey Powell lo studio Hipgnosis, dal nome rubato ad una anonima scritta sulla porta del gabinetto di un pub, è la contrazione di “Hip” (nuovo, modaiolo), e “Gnosis” (conoscenza).
Dopo un inizio faticoso e rocambolesco (la loro prima camera oscura era il bagno di Powell), lo studio esordisce creando la copertina di “A saucerful of secrets” dei Pink Floyd e saranno ancora i Floyd dopo le cover di “Ummagumma” e “Atom heart moter”
 a consacrare il duo a una fama planetaria commissionandogli la copertina di “The dark side of the moon” dove, su uno sfondo nero pece campeggia il famoso triangolo, un prisma che ricevendo al suo interno un raggio bianco e obliquo proveniente da sinistra lo rifrange, trasformandolo nello spettro dei colori dell’iride che, partendo dal retro del prisma, si dirige verso destra tuffandosi all’interno della copertina apribile del disco (gatefold) percorrendo orizzontalmente le due facciate interne e dividendole in due esatte metà di cui quella superiore riporta scritti in bianco su nero i titolo dei brani e i crediti, mentre quella inferiore riproduce i testi. Attraversando le due facciate interne l’arcobaleno compatto si scompone per quattro volte: il colore verde si impenna in un ritmo sinusoidale da diagramma medico che riproduce visivamente il battito del cuore con il quale inizia l’album, per poi ricompattarsi nella quarta facciata della cover, dove l’iride, nuovamente unita, entra obliquamente in un altro prisma questa volta rovesciato dal cui retro riparte il raggio bianco che entra nel triangolo della prima facciata formando un unicum, un circolo vizioso senza uscita.
La cover fu scelta dai quattro musicisti (per una volta d’accordo?) tra una serie proposta da Hipgnosis e pare che contenga due errori non si sa quanto voluti: l’iride ha solo sei colori (manca il viola) e la fisica ci insegna che un prisma rovesciato non può raccogliere lo spettro arcobalenico trasformandolo in un unico raggioLo studio Hipgnosis realizzò in seguito centina e centinaia di copertine di album tra le più famose al mondo. avendo la curiosa caratteristica di non avere un prezzo fisso, chiedendo semplicemente che gli si pagasse quello che il committente ritenesse giusto. Dopo l’exploit di “The dark side of the moon” il lavoro aumentò a dismisura, il nucleo originale si arricchì ancora di nuovi collaboratori e poi, proprio come è capitato a una grande quantità di gruppi rock, anche Hipgnosis, ensemble creativo che ha sempre gravitato intorno a quella musica, si sciolse nel 1983 a causa di dissidi interni e dissapori e se di Aubrey Powell non se ne sa più niente, Thorgerson ha proseguito una “carriera solista” che lo ha portato anche a diventare apprezzato e rinomato scenografo sempre in ambito rock fino alla sua morte, avvenuta nel 2013 all’età di sessantanove anni. Ah, dimenticavo! Dentro quella copertina nera, con l’iride e il triangolo, c’è un disco piuttosto famoso con dieci canzoni suonate dai Pink Floyd.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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