The Cure: “The Top” (1984) – di Francesco Picca

Devo dare per scontato che l’estate del 1985 sia stata torrida al limite della sopportazione umana, così come si conveniva nel tacco d’Italia prima degli sconvolgimenti climatici attuali. Estate di quindicenne la mia, imperniata sul mio compleanno e sui soliti regali. Quell’anno, però, tra le mani di mia cugina prese forma un incarto che parlava di vinile in dimensione long playing. La luce di luglio esaltò le declinazioni cromatiche del blu e del rosso nell’esperimento pittorico della copertina. Tra gli sbuffi acidi campeggiava il titolo “The Top” (1984). Ascoltavo i Cure da un po’, dall’estate precedente. Li schitarravo con i compagni di liceo, scimmiottando il look e le movenze di Smith e soci sulla base dei racconti di chi li aveva ascoltati dal vivo, oltremanica, a margine di improbabili peripezie da autostoppista. Nel silenzio post-pranzo, nell’atmosfera rarefatta e sonnolente del pomeriggio, osservai il traslare del braccio automatico del giradischi Lesa di mio padre, un semi-reperto di tecnologia audio acquistato in Germania a metà degli anni 60. La puntina approcciò un po’ ruvidamente il primo solco: Shake dog shake. La rullata introduttiva di Andy Anderson e la risata beffarda di Robert Smith furono come una scarica di lancinanti dubbi a danno delle poche certezze musicali che avevo maturato sino ad allora. Una sassaiola persino più devastante degli occhi sorridenti e azzurri di mia cugina. Ancora oggi, le mie orecchie, rincorrono gli accordi e gli arpeggi saturi di effetti che portano in processione la lirica di un testo affilato, visionario e rarefatto, al pari di quelli delle tracce successive. L’intero album poggia sulle macerie del dark ed ha l’odore pungente di quelle tossine wave che, qualche anno dopo, segneranno marcatamente la musica dei Cure… ma le parole di Shake dog shake, nel riverbero del calore assassino di luglio, cinsero di abbracci suadenti l’irrequietezza anagrafica della mia anima e mi tennero in piedi, immobile ed estatico, davanti al piatto che roteava e dipanava gli assoli distorti del sax di Thompson. Non poteva essere altrimenti. Quella traccia, come l’intero disco, benché più volte stroncato dallo stesso Smith, era segnante, era irrimediabilmente segnante. Molti si sono affrettati a sottolineare il diffuso nonsense dell’album, ma il mio essere quindicenne si è nutrito avidamente di quel nonsense; la mia stessa fase di definizione musicale ha avuto bisogno di lavorare in un rumoroso e polveroso cantiere visionario, con la sua bella e vistosa recinzione arancione di nonsense, i lampeggianti gialli e tutte le sfumature psichedeliche del caso. Quelle stesse sfumature, colorazioni ed elaborazioni grafiche che rendono la custodia del vinile una piccola opera di grande impatto stilistico e cromatico, centrato sull’effetto arabeggiante del carattere di testo, con un contorno speziato e misterico di raffigurazioni di matrice esoterica… e se proprio devo giocarmi tutto sulla difesa qualitativa di “The top”, chiamo a deporre il live del tour a seguire, “The Concert”, integrato e impreziosito dalla chitarra di Porl Thompson e dal basso di Phil Thornelly; un live in cui la spazialità dei suoni diluisce le atmosfere sature delle registrazioni in studio e regala un’ariosità che avvicina all’ascolto anche i più scettici.  Nel computo finale i testi di “The top” non fanno realmente la differenza, se non nella rincorsa delle visioni psichedeliche, come nel caso di Give me it, o di veri e propri smarrimenti psicotici, come accade col percorso testuale di Bananafishbones, ispirato da un enigmatico racconto breve di J.D.Salinger pubblicato sul New Yorker nel 1948. Tuttavia le atmosfere di “The Top” e, nello specifico, le progressioni sonore ricamate dalle performances poli-strumentali di Smith (che in The caterpillar arpiona persino un violino), hanno un valore che aggira e supera la mera critica musicale… è necessario, nel suo ascolto, un approccio artistico, multidisciplinare. Forse, potendo ingannare il tempo, e le stagioni, e gli occhi di una ragazzina bionda, sarebbe sufficiente recuperare giusto una manciata di libero trasporto, una piccola spinta ribelle, un istante di giovane e intatta illusione.

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