The Cure: “Pictures Of You” (1989) – di Lorenzo Scala

I contorni dell’uomo anziano si intravedono a malapena, emerge dal buio seduto su una sedia, al centro della stanza. Il suo vestito non è un vestito, è una sorta di tela sopra la quale si alternano immagini oniriche, come se ci fosse un proiettore nascosto che le riversa sul suo corpo, ma il proiettore non c’è (o almeno, non è visibile). Non sapendo cosa fare o pensare porgo questa semplice domanda: “Dove mi trovo? E tu chi sei?” La sua risposta non si fa attendere: “sei nel posto in cui si recano quelli che hanno perso qualcuno e devono capire se lo vogliono ritrovare oppure no. Io sono colui che ti aiuterà a capirlo”.  Forse devo smetterla di ordinare la cena al ristorante cinese, penso. E poi aggiungo al mio pensiero quest’altra intuizione: questo sogno non è come tutti gli altri, forse non lo capirò mai del tutto ma tanto vale godersi il viaggio e vedere dove porta. Sul vestito dell’uomo anziano le immagini sembrano comporre galassie, buchi neri e corpi stellari, sembra di assistere all’album fotografico dell’universo. Lo vedo alzarsi e indicare un angolo della stanza. Nell’angolo, poggiato su un trespolo di vimini, un grammofono coperto di ragnatele. Lo raggiungo e, mentre osservo quell’oggetto di un’altra epoca, il vecchio sussurra: “rimani tranquillo, niente panico straniero, osserva i segni”.
Dal grammofono comincia a fluire la melodia di una canzone anni ottanta e l’oscurità svanisce insieme al vecchio. Mi ritrovo in un’altra stanza, stavolta luminosa, palesemente la stanza di una ragazza. Sulla parete laterale, quella su cui si appoggia la testa di un letto a una piazza e mezza, il poster di Robert Smith dona un certo stile all’ambiente. Sparpagliati sul pavimento alcuni vestiti accartocciati come fiori freschi appena estirpati, i pantaloni di un pigiama rosa, delle mutandine ricamate e una t-shirt viola. Sul comodino accanto al letto, racchiusa in una cornice di legno sbeccata, la foto di una ragazza. Avrà sedici anni, le gote paffute e un candore latteo, lo sguardo immortale e ingenuo di chi non conosce le regole del tempo, un sorriso tenero come un abbraccio. Cosa mi ha detto quel vecchio col vestito psichedelico? “Sei nel posto in cui si recano quelli che hanno perso qualcuno e devono capire se lo vogliono ritrovare oppure no”
Io però non conosco questa ragazza, perché dovrei volerla ritrovare?
Spinto dalla curiosità tipica di un uomo nella stanza di una ragazza, apro il cassetto del comodino e tiro fuori un diario, lo apro e provo a decifrare l’unica breve frase scritta con una pessima calligrafia: “osserva i segni”. Alcune fievoli luci cominciano a balbettarmi nel cervello. Improvvisamente mi sembra tutto familiare, l’odore di giovane donna che mi smuove l’inguine, il poster, la foto. Da ragazzo amavo passare pomeriggi interi ad ascoltare i The Cure e a immaginarmi profumi femminili. Le luci fievoli della meta-cognizione si trasformano in un falò di consapevolezza, tutto diventa lampante e ovvio: mi trovo nella stanza dell’amore adolescente corrisposto che non ho mai avuto. Questa ragazza non esiste e proprio per questo l’ho voluta dimenticare. Perché è l’incarnazione di un sogno che fa male. Adesso però mi trovo qui. In questa stanza. Forse quel vecchio rachitico con il vestito simile allo schermo di un cinema in cui proiettano la puntata speciale di Superquark ai confini dello spazio, altro non è che una sorta di subconscio. Afferro la fotografia di un fantasma ridente e la stringo al petto. Vorrei portarla con me dall’altra parte, nella luce del giorno. Decido invece di lasciarla su quel comodino. La stanza svanisce e mi ritrovo nel semi buio della stanza precedente.
Il frusciare del grammofono si interrompe sulle note finali di Pictures of you dei The Cure. Osservo il vecchio, di nuovo seduto sulla sedia, al centro della stanza. Non riesco a distinguere la sua bocca e non sento alcun suono, ma so che sta ridendo. Lo percepisco. “Ora puoi andare, buon giorno e buon viaggio”. Sul suo vestito le immagini che scorrono non sono più a tema spaziale, sono le immagini di fuochi artificiali, esplosioni frammentarie di luci ed effetti pirotecnici. Mi sento leggero, guardando ipnotizzato quei fuochi non posso fare a meno di pensare: “non si bada a spese nei sogni del sottoscritto”… e poi mi sveglio. Mi trascino rincoglionito e caccoloso in cucina. Un lampo di nostalgia appare nel mio spettro emotivo e svanisce. Mentre il caffè sale fischietto la melodia di Pictures of you e una lacrima mi scappa profuga e precipita nella moka. Partorisco la mia prima, stupida riflessione della giornata: chissà perché alcuni sogni svaniscono senza neanche salutarci. Non ricordo niente del sogno ma pazienza, sbircio fuori dalla finestra e c’è una piacevole, strana luce. Una luce che somiglia a un invito.

I’ve been looking so long at these pictures of you / That I almost believe that they’re real
I’ve been living so long with my pictures of you / That I almost believe that the pictures
Are all I can feel / Remembering you standing quiet in the rain
As I ran to your heart to be near / And we kissed as the sky fell in
Holding you close / How I always held close in your fear
Remembering you running soft through the night
You were bigger and brighter and wider than snow
And screamed at the make-believe / Screamed at the sky
And you finally found all your courage / To let it all go
Remembering you fallen into my arms / Crying for the death of your heart
You were stone white / So delicate / Lost in the cold
You were always so lost in the dark / Remembering you how you used to be
Slow drowned / You were angels / So much more than everything
Hold for the last time then slip away quietly / Open my eyes
But I never see anything / If only I’d thought of the right words
I could have held on to your heart  / If only I’d thought of the right words
I wouldn’t be breaking apart  / All my pictures of you
Looking so long at these pictures of you / But I never hold on to your heart
Looking so long for the words to be true / But always just breaking apart
My pictures of you / There was nothing in the world
That I ever wanted more / Than to feel you deep in my heart
There was nothing in the world / That I ever wanted more
Than to never feel the breaking apart / All my pictures of you.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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