The Cure: Killing an Arab (1978) – di Francesco Picca

La lettura del romanzo “Lo straniero” (L’Étranger 1947) di Albert Camus ha sicuramente attraversato come un fendente deciso e profondo la formazione scolastica di Robert Smith. A metà degli anni 70 il giovane Smith componeva, scriveva e strimpellava sulle assi malferme di un piccolo palco allestito nella palestra del liceo, nella città di Crawley, nel West Sussex. Nel dicembre del 1978 le impressioni letterarie di Smith si tradussero nel testo di Killing an Arab e si fecero musica nella stampa del primo singolo dei The Cure. Nel maggio del 1979 la voce e la chitarra di Smith, il basso di Michael Dempsey e la batteria di Lol Tolhurst presero corpo nel vinile del long playing Three Imaginary Boys (Fiction Records). Il testo e le sonorità esotiche e moresche di Killing an Arab, tuttavia, trovarono spazio nell’album soltanto l’anno seguente, nel febbraio del 1980, all’interno della ristampa intitolata Boys Don’t Cry(Fiction Records) rivolta al mercato statunitense. La vita scenica della canzone è stata alquanto turbolenta e segnata da pericolosi malintesi, da numerose mediazioni e da altrettante rinunce. La genesi del brano annovera, ad esempio, l’iniziale dietrofront della casa discografica tedesca Hansa, spaventata dalle possibili ripercussioni politiche del testo.
La rescissione del contratto riportò la band nel Regno Unito sotto le cure del produttore Chris Parry, transfugo dalla Polydor e fondatore della Fiction Records. Il brano, all’esordio, fu erroneamente adottato dagli skinhead del National Front. I fraintendimenti attorno alla lirica di Smith però non cessarono: nel 1979 alcuni studenti di sinistra posero il veto all’esecuzione del pezzo; nel 1986, negli Stati Uniti, la copertina della splendida raccolta di singoli Standing on a Beach – The Singles 1978-1985 (Standing on a Beach) (Fiction Records) fu dotata di un adesivo che si premuniva di negare l’intento razzista del brano; altre stucchevoli polemiche si sollevarono in seguito degli attentati del 2001 e la canzone fu esclusa sia dalla ristampa rimasterizzata di “Three Imaginary Boys” e sia dal cofanetto “Join the Dots(Rhino/Universal), entrambi del 2004; ancora nel 2005, durante il tour europeo, Robert Smith adottò un’operazione di maquillage del testo intonando “Kissing an Arab”; nei live del 2006 l’escamotage fu “Killing another”. Mi domando se Camus avesse previsto tutto ciò e se le vicende tragiche dell’impiegato Mersault, protette dalla gabbia di una condotta di vita conformista, avessero in serbo l’intima speranza di smuovere rigidi schemi e di rimuovere ancestrali paure.
Tra le righe del racconto la miseria umana e l’ingiustizia esplodono fragorose come un colpo di pistola. Arrivano allo stomaco già con l’attacco del romanzo, scarno e brutale, “Oggi mia madre è morta”. Le ritroviamo poi nel ritornello scritto da Smith, “Sono vivo / sono morto / sono lo straniero / che uccide un arabo”, nell’esercizio linguistico di un giovane studente che sembra una chiave d’ingresso in quell’esistenzialismo da cui Camus ha sempre preso le distanze. Camus può essere, si, considerato un esistenzialista radicale; tuttavia le sue mille domande sono mortificate dall’assenza di risposte e la vita del suo Mersault resta in balia del destino; della vita e del destino cucito ad essa non rimane che l’accettazione o, al più, una strenua resistenza rispetto ai fatti e agli accadimenti. Mersault, accanto alla bara della madre, fuma e beve caffè, protetto da un una campana trasparente di indifferenza. La stessa gelida indifferenza rende non distinguibile l’interesse di Mersault a sposare la collega Maria. Intervallati da spazi di indifferenza sono anche i cinque colpi di pistola all’indirizzo dell’arabo riverso sulla sabbia, vittima di una apparente e inspiegabile casualità. L’intero processo a Mersault, piuttosto che indagare movente e modalità dell’omicidio, diventa un’analisi morale all’assenza di rimorso nella condotta e nelle dichiarazioni dell’imputato.
Mersault non si difende e il suo avvocato d’ufficio, ugualmente inerte, non lo salva dalla condanna a morte. La penna di Camus conduce il protagonista al cospetto di Dio, ultima posta di un rapido cammino distruttivo; ma Mersault considera il perdono di Dio un passaggio inutile, una perdita di tempo, rifiuta le parole redimenti del prete e arriva persino a picchiarlo, sfogando tutta la rabbia e la frustrazione di una condizione che prescinde dagli eventi più recenti ed appare più ampiamente umana. L’angoscia per la detenzione e per la privazione della libertà annulla ogni analisi sulle proprie responsabilità e lo sottrae a qualunque giudizio, sia esso quello degli uomini o quello di Dio.
L’indifferenza, verso tutto e tutti, è il ventre caldo in cui Mersault si rannicchia e trova conforto. La chiave interpretativa laconica e nichilista, apatica, comoda e rassicurante, è sicuramente quella che ha mosso la penna di Smith. Lapidari sono i versi “Qualsiasi cosa scelga / avrebbe lo stesso valore”. In essi si coagulano il pensiero e la filosofia post punk, così come tutte quelle sfumature e quelle commistioni della subcultura dark e gothic proprie di una generazione che, investita del compito di traghettare la società verso il nuovo millennio, in realtà si è consegnata alla corrente fatalistica del proprio vuoto emotivo e si è lasciata condurre da un destino cinico e beffardo, “non luogo” di liberazione da ogni responsabilità. Esattamente come l’anti-eroe Mersault che, in punto di morte, non ha nulla da dire o da aggiungere a ciò che è stato già detto da qualcun altro: l’uomo accetta la morte come un fatto, come un evento, come qualcosa di autonomo rispetto alla volontà e alla coscienza, al pari della nascita. Resta, come un macigno, l’insegnamento illuminante e quanto mai attuale di Camus: siamo noi “lo straniero”.

Standing on the beach / With a gun in my hand / Staring at the sea / Staring at the sand
Staring down the barrel / At the Arab on the ground / I can see his open mouth
But I hear no sound / I’m alive / I’m dead / I’m the stranger / Killing an Arab
I can turn / And walk away / Or I can fire the gun / Staring at the sky
Staring at the sun / Whichever I chose / It amounts to the same / Absolutely nothing
I’m alive / I’m dead / I’m the stranger / Killing an Arab / I feel the steel butt jump
Smooth in my hand / Staring at the sea / Staring at the sand / Staring at myself
Reflected in the eyes / Of the dead man on the beach / The dead man on the beach
I’m alive / I’m dead / I’m the stranger / Killing an Arab.

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