“The Crossing” in tour: intervista con Antonio Gramentieri – di Ignazio Gulotta

A poco più di un mese dall’uscita di “The Crossing”, il disco di Alejandro Escovedo e Don Antonio (la band di Antonio Gramentieri), abbiamo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande a quest’ultimo, proprio mentre è in giro in Europa, dopo una serie di concerti in USA, a presentare “The Crossing”.
Ciao Antonio, partiamo con una domanda d’obbligo, stai facendo un lungo tour fra USA ed Europa con la tua band Don Antonio e con Alejandro Escovedo; come sta andando, che impressioni ne hai ricevuto, quanto è faticoso stare in giro così a lungo?
La musica sta andando molto bene, il nuovo materiale interessa e incuriosisce. Ed è esattamente quello che ogni volta speri succeda con un disco nuovo, specie quando lavori con un artista che ha già una carriera molto lunga e consolidata. Ho iniziato a fare questo tipo di tour già abbastanza avanti con l’età e, a ogni passaggio, ci sono aspetti che rimangono molto eccitanti, altri che per forza di cose cominciano ad avere il sapore della routine. L’impressione umana, da dentro, è che ogni tour sia comunque un’avventura diversa, specie per musiche come queste a cui è chiesto di essere vive e in movimento ogni sera. Suonare negli studi televisivi o nelle radio americane è stata una novità, ad esempio, molto stimolante. Poi c’è una cosa che ti torna in mente solo quando sei in ballo, ogni volta, ed è quanto faticoso sia stare per strada e quanto finisca per dissociarti dalla vita vera, qualunque cosa sia la “vita vera”. In cambio c’è il fatto di incontrare gente che ha preso un’auto, pagato un biglietto, investito una sera della propria vita per ascoltare quello che fai… e non è una cosa che si possa mai e poi mai dare per scontata.
Secondo te che importanza ha oggi la dimensione live, anche da un punto di vista economico, vista la crisi di vendite?
È cruciale dal punto di vista di sostenibilità, ma per quanto mi riguarda lo è anche da quello artistico. Nell’epoca in cui ogni cosa è gratis e riproducibile gratuitamente infinite volte, il concerto resta il pezzo unico. Per questo, e per tutelare il suo essere l’unico momento rimasto del “qui-ed-ora”, paradossalmente credo non andrebbe né registrato né condiviso. Vedere un concerto a biglietto, o comprare un supporto fisico, oggi è poi di fatto l’unico gesto verso una band con un riscontro immediato e palpabile. Possedere un supporto fisico, magari comprandolo ai concerti o in uno dei negozi di dischi rimasti, oggi ha il peso di essere diventati parte di un’opera, di averla sostenuta in maniera organica, di avere alimentato tutti gli elementi della filiera che la creano e la mettono in circolo. A questo punto credo di dover dire, anche se nessuno me lo ha chiesto, che sono invece completamente contrario al crowdfunding. E’ uno strumento che parte coi migliori propositi (specie da parte dei sostenitori) ma che – salvo rari casi – altera la distinzione di ruolo fra artista e pubblico, che per me è il senso stesso del fare un disco e di andare sul palco.
Al disco di Escovedo hai collaborato anche alla scrittura, come si è svolto il lavoro con Alejandro e con gli altri, ottimi, musicisti coinvolti? Come è stato incontrare e lavorare con gente come Wayne Kramer, Peter Perrett o Joe Ely?
“The Crossing” e’ scritto completamente a quattro mani. E’ stato pensato e scritto passando molto tempo insieme, in gran parte in Texas, durante l’inverno scorso. E’ un lavoro fra Alejandro e me, allo stesso modo in cui il disco prima era fra Alejandro, Peter Buck e Scott Mc Caughey, e quello prima ancora con Chuck Prophet. Scrivere con un altro, e con un altro così bravo, sapendo che la voce e il volto del disco saranno prevalentemente i suoi è un lavoro molto profondo. Anche sul proprio ego. Gli ospiti hanno fatto… gli ospiti. Non sono ospiti casuali, certo, ma se dovessi dire che hanno inciso sulla scrittura direi una bugia. Detto questo, anche solo pensare che un riff che hai elaborato passi in mano al chitarrista degli MC5 o a quello degli Stooges fa, lo ammetto, un certo effetto. I testi di The Crossing mi pare abbiano diverse chiavi di lettura: la storia dei due protagonisti, gli immigrati Diego e Salvo, la rilettura del passato personale e musicale di Escovedo, ma anche l’attualità, l’idea che le barriere sono lì proprio per essere superate. Vuoi parlarne? Sono del parere che i testi delle canzoni debbano risuonare più che essere davvero “compresi”. Quello che hai detto è comunque tutto giusto: c’è un vissuto che si ripresenta spersonalizzato, in una chiave quasi onirica. E lì inevitabilmente si specchia nell’attualità, che come un prisma lo restituisce da mille angoli diversi… e allora ti accorgi che quelle possono essere le storie e le sensazioni di molti, e non solo del protagonista che avevi battezzato per la storia. Il tema delle migrazioni – prima ancora che i prefissi im ed le qualificassero in base ad una presunta proprietà della terra di qualcuno rispetto a qualcun altro – è vecchio come l’uomo. Va riportato pertanto sul piano di un discorso strettamente umano, prima che politico o propagandistico. Credo questo possa essere il compito dell’arte, di certo è uno dei tentativi di questo disco.
Hai registrato in luoghi diversi, Arizona, Sicilia, Romagna, in base a cosa scegli i luoghi e quanto questi, e le persone che ci vivono e incontri, influenzano poi il risultato artistico? E in particolare quanto i luoghi hanno contato nella realizzazione di “The Crossing”?
La scelta di registrare “The Crossing” in Italia non è stata mia, come non lo è stata quella di scriverlo in Texas. Dietro a un disco come questo ci sono molte teste, dai manager all’etichetta, a chi gestisce budget e altro. Credo tuttavia che Alejandro avesse bisogno di un luogo che quasi lo costringesse ad essere un “altro sé”, e credo che questo procedimento sia in effetti lo stesso che in passato ha sempre portato me a registrare e creare in luoghi diversi, stimolato a reagire ad altre geografie, altri simboli, altri riferimenti. Ci sono artisti che creano meglio circondati da cose familiari, altri che hanno bisogno che i luoghi in cui i dischi nascono siano determinanti, come elementi aggiunti della banda. Rispetto ai temi del disco, sentirsi “stranieri” mentre lo si realizzava credo abbia significato molto per Alejandro.
The Crossing” ha un forte impatto emotivo, oserei dire romantico, quanto conta per te questo aspetto nella riuscita di una canzone?
Per me la narrazione romantica conta moltissimo, specie in epoca post-post moderna. Il coraggio e la sfida di scrivere e raccontare storie (o melodie) con una partecipazione sul piano sentimentale e emozionale è la vera sfida del contemporaneo. Il tutto con la premessa che l’emotività e il romanticismo non hanno nulla a che vedere con l’enfasi o col calcare la mano sull’interpretazione, cose che ormai sono invece all’ordine del giorno in un certo modello televisivo del fare musica. Al contrario, per me, è molto romantico presentarsi sinceri e spogli, e raccontare una storia bella cercando di mettere in campo una narrazione sincera, non gonfiata a steroidi. Alejandro e’ molto nudo ed esposto in questo disco, ha spesso cantato un brano alla prima o alla seconda take, privilegiando l’emozione rispetto alla forma impeccabile. Questo per me è romantico.
Aldilà del rapporto artistico e professionale, mi sembra, avendoti ormai visto suonare con musicisti diversi, che il rapporto umano di amicizia sia fondamentale, sbaglio?
In musica e nei dischi spesso l’amicizia è come nello sport: rapporti strettissimi e simbiotici quando sei in squadra insieme, grandi distanze quando si fanno cose diverse. Distanze che diventano periodi spesso lunghissimi, a volte definitivi. Ci sono le eccezioni ma in generale va cosi’. Ad esempio, soffro di non frequentare più Richard Buckner che per me è stato un incontro importante, e un tour fra i più belli della mia vita. Con altri ci si sente e ci si ritrova. Come regola, se ne dovessi dire una, si prova sempre ad avere rapporti veri, se possibile, nella vicinanza come nella distanza. Il cinismo dello scafato professionista, che entra ed esce dalla porta senza avere lasciato pezzi di cuore sul tavolo, non fa parte del mio bagaglio. Meglio così, guarda.
Hai collaborato con grandi “perdenti” del rock americano, Dan Stuart, Terry Lee Hale, ora Escovedo… e i risultati sono sempre stati eccellenti, secondo te cosa apprezzano di più nel modo di suonare tuo e degli altri musicisti italiani coinvolti? Qual è la chiave di volta per la riuscita di questi progetti?
Ti ringrazio molto, ma abbattiamo alcuni miti: se usiamo i soldi e il riscontro numerico come uniche variabili, la musica è uno sport per perdenti. Tutta. Chi ha una posizione economica o di successo di pubblico consolidata è una minoranza talmente esigua da scomparire rispetto alla massa di chi fa musica. Venendo alle collaborazioni a cui ti riferisci: le persone che hai nominato sono tutte vive e in piedi – dopo vite passate non esattamente alle terme – campano tutte della propria musica da decenni, e si ritrovano davanti persone che conoscono i loro brani e li apprezzano in due o tre continenti. Quindi hanno un successo clamoroso, rispetto al 98% del resto del sistema-musica. Non lo dico come provocazione: è esattamente così. Credo che usare lo stesso metro di “successo” per diversi tipi di fenomeni in ambito di spettacolo sia un errore che la comunicazione social amplifica. Io campo della mia musica e della mia chitarra: considerato che faccio sempre solo quello che voglio è un successo notevole. Sul perché certi artisti si siano trovati a lavorare con me, o con il nostro team: credo sia perché molti di loro sono saturati di un certo tipo di stile consolidato, “dritto-per-dritto”, proprio di certe scene, e riconoscano in noi una tensione melodica e ritmica diversa, che ha a che fare con la genetica prima ancora che con gli ascolti, complementare ma diversa da quella a cui sono abituati, che consente anche a loro di mescolare un po’ le carte ed entrare nei loro brani da angolazioni diverse. Questo e un certo senso dello spazio, della musica come paesaggio, che è una cosa che abbiamo sempre esplorato.
C’è un aspetto interessante nelle tue collaborazioni, quasi sempre si tratta di musicisti più anziani, è solo un caso?
È vero fino a un certo punto. Alcuni, come Pan del Diavolo, hanno quindici anni in meno, e ci ho lavorato in due dischi e suonato in tour. L’unico decisamente più anziano e’ Escovedo, che comunque ha più energia di me. Gli altri sono più o meno della nostra generazione, o qualche anno sopra. Non è una cosa che mi stupisce, se consideriamo che molta musica che ascoltiamo e suoniamo era già in principio la musica dei nostri fratelli maggiori, e in altre zone del mondo anche del corrispettivo dei nostri padri. Siamo stati forse l’ultima generazione di musicisti ad avere un rapporto di profondissima ammirazione, e anche didattico, prima ancora che imitativo e museale, con la classicità rock, roots, blues, jazz e altro. Le abbiamo ancora considerate materie vive. Non era tempo di Tribute Band, era tempo di imparare la lingua in uso e aggiungere il proprio accento. È un’Arte perduta, questa, nelle nuove generazioni e nel nuovo modo di scrivere e di suonare? Sì, un po’. Non sara’ né la prima né l’ultima arte perduta, comunque, nessuna tragedia. 
Il tuo sodale di tante battaglie, Hugo Race con i Dirtmusic, ha incontrato il Mài e la Turchia, immagini che nel tuo prossimo futuro ci possano essere esperienze di questo tipo? 
Il rapporto col Mondo sonoro esotico è certamente molto più semplice di un tempo. La tavolozza dei folklori è tutta aperta e tutta a disposizione, in ogni momento, con la facilità di un click, di uno streaming gratuito, di un video su youtube. Sta ad ognuno – e all’esperienza di ognuno – il filtrare, lo scegliere gli elementi che risuonano in lui, da incorporare nella propria estetica, e da far conseguentemente risuonare nel proprio linguaggio. Aborro un approccio da turista della musica e dei folklori. Approccio che – per chiarezza – non è certo quello di Hugo o di Chris Eckman, che non a caso sono in primis
dei viaggiatori veri ed instancabili. Quanto a me: tutti gli incroci culturali sono stimolanti, tuttavia oggi mi interessa più esplorare come questo meticciato penetri nelle nostre città, nei nostri linguaggi, nei nostri suoni. Il Mondo ci sta arrivando in casa, e a breve il concetto stesso di folklore nostro andrà scardinato. La trovo una cosa estremamente interessante e stimolante.
Qual è il tuo rapporto con l’elettronica, ormai sempre più presente nella musica rock e nei concerti?
È una domanda scivolosa, poiché implica definire anche il ruolo dei musicisti con la mia formazione di fronte alla contemporaneità dei suoni e della produzione. Processi modificati drasticamente, e forse definitivamente, dalla democratizzazione dei software e della loro gestione. Ho ascoltato molta elettronica, poi mi sono un po’ bloccato. Ho comunque sentito DJ muovere suoni con una sensibilità e un senso estetico superiore a tanti musicisti, ho sentito suoni fenomenali uscire da strumenti che non conoscevo. Probabilmente pero’ molta nuova musica fatta coi computer patisce, al mio orecchio, il fatto di dipendere dalle library e dai preset. Quando prendi in mano una chitarra, sei solo di fronte a del legno e delle corde, c’è un terrificante silenzio da riempire. Quando prendi in mano Ableton puoi fare un groove a tempo dopo venti secondi anche se non sai nemmeno cosa sia il tempo. Questo cambia il rapporto col suono. Totalmente. E con la performance. Bene? Male? Dipende, come sempre. Di certo non ho un buon rapporto col definire “concerto” delle perfomances – magari interessantissime – dove le variabili in mano al musicista sul palco sono il 3% di quello che si ascolta… e non vale solo per l’elettronica. Non sono aggiornato sui software per creare musica, e non è il mio ambito di interesse. Diciamo che amo l’elettronica nella misura in cui c’è un uomo di fronte a una macchina, con dei rischi veri che non si limitino a fare on/off su dei groove presi da una library, oppure aprire e chiudere due filtri decisi a monte da un programmatore. So bene che è una definizione in cui nessun “musicista elettronico” si riconoscerà mai (anzi ne sarà offeso, e mi scuso da subito) resta il dato di fatto che purtroppo è quello che ho visto spessissimo fare, e sono stato il primo a dispiacermene. Detto anche tutto questo, non bisogna mai pensare di avere la verità in mano: un artista creativo creerà sempre cose interessanti, con qualsiasi medium. Sia con in mano Ableton che con un bastone e due sassi. Quindi sempre apertura e curiosità. Il gusto per il suono puro rimane, un valore intatto sia nella musica primitiva che, per dire, nei Radian, un gruppo che amo molto.
Ultima curiosità, quale sarebbe la tua colonna sonora ideale per una serata solitaria passata a bere whisky ripensando a quella volta che…?
Paolo Conte. Ieri, oggi, domani.
Un grazie ad Antonio Gramentieri per il tempo che ha voluto dedicarci e un arrivederci sui palchi del nostro Paese.

Foto Michele Faliani © tutti i diritti riservati 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.magazzininesistenti.it/alejandro-escovedo-don-antonio-the-crossing-2018-di-ignazio-gulotta/

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