The Cranberries: “In The End” (2019) – di Lorenzo Scala

Lo scrivo subito, sono consapevole che può sembrare un’introduzione superflua ma sento il bisogno di liberare alcuni piccoli fantasmi. Questo è l’articolo più difficile che ho mai scritto per Magazzini Inesistenti. Non vi sorprende vero? No, sono sicuro di no e scommetto che molti altri recensori nell’approcciare a questo lavoro hanno sentito una sorta di disagio o meglio, paura. La paura di non essere lucidi. La paura di essere melensi. La paura di sottolineare i punti deboli di un disco cantato da una voce che non c’è più, la voce di Dolores O’Riordan. Certo, perché recensire l’ultimo album dei Cranberries, In the end” (BMG Rights Management Limited) uscito il 26 aprile scorso appare difficile per questi e altri motivi ma, in sintesi, il succo è proprio questo: la commozione e la nostalgia saranno d’intralcio all’obbiettività necessaria a un’analisi seria? Come spesso mi accade di fronte a interrogativi simili scelgo di isolarmi, ascoltare il disco senza leggere altre recensioni e perché no, perdermi in qualche ricordo. Preferisco andare dritto per la mia strada e se ci scappa qualche lacrima clandestina… pazienza. La musica è sempre un fatto personale e non posso certo ignorare quel bambino di nove anni chiuso nella sua mansarda. Era il 1993  e i Cranberries avevano pubblicato quel capolavoro di No need to Argue”. Non posso ignorare un padre e il suo  sguardo entusiasta nel porgere al figlio quel disco, sorridendo come a diresenti qua che robetta, è ora che cresci. La voce di Dolores aprì nell’immaginario di quel bambino, un mondo. Poi, con il tempo, si allontanò da questa Band per esplorare lidi più maleducati, graffianti, acidi e luridi. Finché quel bambino sensibile e giocoso è diventato in qualche strano modo il me stesso barbuto che batte i tasti su questa tastiera. Perfetto, fantasmi personali (in parte) liberati, con calma adesso, un passo dopo l’altro… Primo elemento fondamentale. Questo sarà l’ultimo lavoro dei Cranberries e questo album esiste perché uno degli ultimi gesti di Dolores è stato quello di spedire al resto del gruppo (Noel Hogan, Mike Hogan e Fergal Lawler) le demo contenenti la sua voce. Secondo elemento: La copertina, così iconica e potente… efficace ma soprattutto commovente, vede l’innocenza di quattro bambini armati di strumenti tra i colori pastello in primo piano e il color ruggine sullo sfondo, entrambe scelte cromatiche in linea con l’immaginario agro pop della Band. L’immagine suggestiva, l’immagine che colpisce allo stomaco e lucida gli occhi, è vedere la mano alzata della bambina sorridente in segno di saluto. Ora veniamo al disco e lo dico subito: è bello. Non è un “bello” di circostanza… se vogliamo dirla tutta gli ultimi album dei Cranberries non sono stati tutti riusciti in pieno, discografia altalenante la loro, dischi a volte riusciti a metà. Quest’ultimo lavoro invece, sorprende per il suo essere compatto e sicuro, senza sbavature, ogni canzone sembra immersa in quella magia malinconica e aggraziata che ha contraddistinto le loro opere migliori. Alcuni testi e gli stessi titoli, con il senno di poi, appaiono profetici come la traccia d’apertura: All over now, graffiante e magnetica nella sua semplicità, con un giro di chitarra dal sapore rétro e un ritornello da pelle d’oca. La meno canonica dell’album è Catch Me if you can, si apre nell’intimità di un pianoforte su cui si adagia la voce vellutata di Dolores, per poi dare spazio agli archi e al resto della Band, in quella che diventa una ballata robusta e struggente. Le suggestioni delle canzoni passate tornano spesso a influenzare il suono… ascoltando Crazy Hurt viene infatti spontaneo affiancarla a Promises (primo singolo estratto dal quarto album, “Bury the Hatchet” del 1999). L’album è pieno di questi rimandi ma non sono fastidiosi anzi, l’effetto è quello celebrativo e non si ha mai l’impressione che i Cranberries copino se stessi, piuttosto sembrano volersi elevare in un capitolo finale consapevole e doloroso, denso di una qualità maturata negli anni e pieno di ritornelli che stregano, incantano e si appiccicano all’anima. L’ultimo brano è quello che da il nome all’album, In the end… e qua mi fermo, perché uno scrittore sa quando fermarsi. Non voglio far venire il diabete a nessuno per un eccesso di melassa. Le emozioni sono personali e ognuno le vive in modo diverso, mi limiterò a dire che se avete amato ma anche solo seguito a fasi alterne i Cranberries, l’ascolto di quest’ultima canzone vi scaverà con un cucchiaio – con buone probabilità – la sfera emotiva e qualche diga interiore, inevitabilmente, crollerà.

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