The Church: “Starfish” (1988) – di Gabriele Peritore

Mentre scintillavamo come stelle, al culmine dell’illusione, involontariamente ci stavamo perdendo. Mentre ci consumavamo al massimo dello splendore sfavillante ci stavamo smarrendo. Inebriati dal luccichio delle paillettes degli anni ottanta non ci rendevano conto che stavamo per essere inghiottiti nel buco nero degli anni a seguire. Non sapevamo davvero quello che stavamo cercando, pieni di energie, con la voglia di saltare sul mondo, di spaccare tutto e ogni cosa proibita o meno sembrava a portata di mano. Edonismo narcisista e individualista, arrivismo esasperato, rampante, sostituivano l’idea dell’amore libero e la dilatazione dell’anima per una maggiore consapevolezza di sé, il collettivismo e la lotta al potere. I soldi sembravano girare facilmente e quei soldi anche se insanguinati ci facevano raggiungere le nostre comodità, i nostri squallidi, falsi, miti. Quello di cui avevamo realmente bisogno, da sempre e per sempre, erano le sostanze che ci facessero perdere la cognizione di quello che avevamo perso, e di quello che stavamo perdendo ancora. Che ci facessero perdere la cognizione della nostra identità. Alcool o droghe per sopperire a tutto questo. Le sostanze pericolose venivano nascoste negli anfratti bui, nei cessi delle stazioni notturne o nelle periferie senza controllo. I treni arrivavano e partivano per nuove destinazioni. Si poteva cambiare pelle ogni giorno come un viscido e potente rettile… e ogni volta era un successo. Ogni nuova alba era un successo. Dopo la notte vissuta a inseguire la via lattea senza sapere davvero dove andare. I punti cardinali scossi e rimescolati nell’incavo delle nostre mani come fossero dadi impazziti di un gioco divino e infantile. La somma dei numeri era sempre inferiore a quella scommessa... e comunque facevamo scommesse sempre più grandi. Potevamo sintonizzarci con tutte le correnti più intense e scorrere, scorrere via incontrollati. C’erano ancora angoli del pianeta che scintillavamo per noi, che ci riservavano qualche scintilla personale. In fondo al mare come una stella marina o dentro un vulcano, o nella galassia più lontana. Il massimo del piacere. Sì, avremmo potuto rinascere, vivere una nuova stagione ma abbiamo preferito perderci, perderci inesorabilmente nel grembo che ci ospitava, fosse un amore passeggero, o una sbronza, o un viaggio fortunato. Nessun dio, nessun valore, nessuno futuro. Solo altre piccole, Improbabili, sempre più rare, scintille personali. Sognavo seguendo le crepe dei muri della mia stanza, con i sogni che sprizzavano incontenibili da quelle crepe. Per tanto tempo le suadenti pareti sonore di “Starfish” (1988) sono state il mio rifugio. Avrei potuto, avrei dovuto innamorarmi. Ma erano troppe le scale da fare e il sogno aumentava per ogni rampa che superavo. Quando sono arrivato sulla cima, il piacere era bello, bellissimo ma meno del sogno. Non avevo ancora trovato la mia scintilla personale. Quella maledetta tendenza a sognare mi ha fottuto la vita ma era comunque la cosa più bella che mi potesse capitare. Forse era quella, sì era quella la mia scintilla personale. Ritrovandomi come sempre col culo sull’asfalto e magie nelle tasche.  

The Church nel 1988.
Steve Kilbey: Basso, voce solista.
Peter Koppes
: Chitarra, voce solista in A New Season.
Marty Willson-Piper: Chitarra, voce solista in Spark.
Richard Ploog
: Batteria, percussioni.

Tracklist: 1. Destination. 2. Under the Milky Way. 3. Blood Money.
4. Lost. 5. North, South, East and West. 6. Spark. 7. Antenna.
8. Reptile. 9. A New Season. 10. Hotel Womb.

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