The Chameleons al “Lanificio 25” di Napoli – di Pietro Previti

14 Maggio 2018. Napoli come Manchester. Almeno per un lunedì sera, complice l’atmosfera desolata ed umida di Porta Capuana deturpata da cantieri stradali che nascondono i lineamenti della rinascimentale Chiesa di Santa Caterina a Formiello… e non manca nemmeno una straniante sensazione di tipo post-industrial. Per quanto non si vedano neppure le ciminiere, annoverabili tra le poche testimonianze di archeologia industriale della città, il concerto dei Chameleons si terrà all’interno di un locale cittadino di tendenza, il Lanificio 25, sorto proprio su un’area che già nel XVIII secolo ospitava una fabbrica di lana. Peccato per gli spazi angusti e l’acustica non ottimale della struttura. Ma si sa, per il Rock si deve soffrire. Il concerto organizzato dalla Subculture in accordo con nEw liFe promo rappresenta la punta di diamante di una stagione ricca di appuntamenti, che per il suo act conclusivo avrebbe meritato una sede più confortevole per le oltre 250 persone accorse ad ascoltare la band di Mark Burgess. The Chameleons, band dal nome così dichiaratamente vintage e psych, sono stati una delle formazioni più sottovalutate di inizio anni Ottanta. Il quartetto originario comprendeva il cantante e bassista Mark Burgess, unico componente originario in attività, i chitarristi Reg Smithies e Dave Fielding ed il batterista John Lever, scomparso appena un anno fa. Autori di tre album di buona fattura pop, pur arrivando in ritardo rispetto ad altre band di riferimento (Cure ed Echo & The Bunnymen su tutte), furono maldestramente inseriti nel calderone del Post-Punk e della Dark-Wave, sebbene quella dal taglio più melanconico e romantico. L’improvvisa morte nel 1987 del manager Tony Fletcher causò di fatto lo scioglimento della band, anche per il contestuale disinteresse del pubblico a quel tipo di proposta musicale. In quegli anni, mica il riflusso-calma-piatta di adesso, gli stili si rinnovavano  almeno ogni lustro. Chissà, se avessero tenuto duro, se magari avessero potuto accasarsi presso una label più illuminata, avrebbero potuto conquistare un pubblico più ampio e la loro storia sarebbe stata diversa. Sta il fatto che Mark da allora non ha mai veramente gettato la spugna. Tra progetti personali ed i ChameleonsVox, il bassista ha mantenuto viva l’attenzione dei fans in tutti questi anni, fino ad arrivare alla tournée in corso per festeggiare l’anniversario dell’uscita del primo long-playing  “Script of the Bridge”, avvenuto 35 anni fa. La rinnovata formazione non prevede variazioni di sorta nella strumentazione così come nell’approccio dal vivo rispetto a quella storica. Ai lati di Burgess sono chiamati ad interagire due chitarristi a cui sono rimesse le parti energiche di Smithies (autore, peraltro, dei disegni che compaiono sulle copertine storiche degli album) e quelle più melodiche di Fielding. La stessa scaletta dell’album “Script of the Bridge” (Statik Records, 1983) viene riproposta fedelmente nella sequenza originaria. Non ci sono trucchi, né inganni. L’album offriva 12 brani per quasi un’ora di musica… e tanta ne offriranno i rinnovati Chameleons. Prima dei due lunghi encore che spingeranno parte del pubblico a pogare sotto palco. La danza si apre con Don’t Fall, raffinato pugno nello stomaco negli ascoltatori di allora come negli stipati spettatori presenti. Il lavoro chitarristico sull’innodica Here Today, l’opprimente Monkeyland, la luminosa Second Skin, piena di speranza verso il futuro (“I realize a miracle, is due I dedicate this melody, to you But is this the stuff dreams are made of? If this is the stuff dreams are made of , No wonder I feel like I’m floating on air Everywhere”), l’epicità di Up The Down Escalator contrapposta alla lievità pop di Less than Human. La chiamata alle armi di Pleasure and Pain, puro distillato di Manchester sound, l’eccitante raffinatezza di Thursday’s Child, la pressante As High as You Can Go, brano che ben rappresenta il periodo d’oro in cui venne composto dalla band. A chiudere il lotto l’avvincente A Person Isn’t Safe Anywhere These Days, l’alienazione di Paper Tigers e la nostalgica ed atmosferica View from a Hill… ma non è ancora finita. I Mancuniani rientreranno ancora per qualche brano recuperato dagli album successivi per altri quasi 45 minuti di bis. Si chiude con The Fan And The Bellows, prima traccia dall’omonima compilation del 1986. Grande serata di Rock, quello con la maiuscola per intenderci… ed i generi almeno per una notte lasciamoli da parte. Quando c’è la sostanza non occorrono.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

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