The Boomtown Rats: “The fine art of Surfacing” (1979) – Di Bruno Santini

“The fine art of Surfacing” (1979) è il terzo album in studio della band britannica The Boomtown Rats. Pubblicato dalla Columbia Records (in U.S.A., mentre in Irlanda e UK da case discografiche differenti per differenti versioni), l’album esce un anno dopo il successo di “A Tonic for a Troops”, che guadagna il platino. Un tale impatto commerciale non si ripropone per la band di Bob Geldof che, con il suo terzo album, non va oltre il disco d’argento britannico (con il singolo, I don’t like Mondays, leader delle classifiche per quattro settimane). “The fine art of Surfacing”, però, propone una rivouzione musicale da parte della band che sfocia, definitivamente, nella new wave. O meglio, volendoci affidare al giudizio che Charles Shaar Murray dava sui Boomtown Rats, in un rock fortemente influenzato dal punk, senza che quest’ultimo fosse reso in modo propriamente detto. Lo si nota già da un primissimo ascolto: l’utilizzo strumentale è pesantemente potenziato e acquisisce spessore, tanto da creare melodie veloci (è il caso di Nice N’ Neat), frenetiche (Nothing Happened Today) o ben cadenzate (è il caso, invece, di Sleep). Punta di diamante dell’intero album è però I don’t like Mondays, brano più famoso della band britannica, che si presenta con il ritmo quasi fiabesco e piacevole del piano dominante e con il reiterato ritornello (“Tell me why? / I don’t like Mondays”).
In un’atmosfera così infantile e quasi sussurrata, però, il racconto di una furia omicida: una ragazza di 16 anni che spara, uccide e non se ne pente ma che, anzi, vuole imperterrita continuare a farlo (“I want to shoot, the whole day down”). Storia, tra l’altro, reale. La ragazza di cui si parla è la criminale statunitense Brenda Ann Spencer, protagonista del primo massacro scolastico dell’era moderna. Da sempre appassionata alle armi e alla violenza, con il fucile regalatole dal padre uccise due persone e ferì otto bambini che stavano entrando a scuola. La vicenda, che ebbe forse eccessivo riscontro mediatico al tempo, ispirò Bob Geldof che sfruttò la risposta (“Nothing’s happening today. I don’t like Mondays”
) della ragazza quando le fu chiesto perché avesse fatto ciò. Non solo questo: il brano agisce anche da grande spartiacque. Come la punta di un monte che viene percorso prima in salita e poi – attraverso un altro versante – con una comoda discesa; dopo la prima traccia del lato B la tendenza dell’album cambia al fine di diventare, come si è già detto, vero punk rock.
Le melodie si intensificano, gli strumenti sono sempre più protagonisti e le tracce hanno una durata media di tre minuti e mezzo. Tempo in cui, senza alcuna pausa, si concentra tutta l’espressione musicale della band che sembra, con quest’album, arrivare all’apice della propria carriera. L’originale disco del 1979, che non gode delle 4 bonus track del 2005, si chiude ufficialmente con When the night comes. I 40 secondi finali sono affidati ad una ghost track, che si presenta con il titolo di Episode #3 e che vede, dopo una repentina introduzione iniziale, una risata sempre più violenta e angosciante che accompagna l’ascoltatore fino alla fine. Una risata che quasi echeggia come uno swansong; in effetti, dopo “The fine art of Surfacing”, il registro dei Boomtown Rats cambia, per affidarsi ad un alternative rock che non fa più né mercatosuccesso. Tralasciando anche l’aspetto economico, è evidente come le grandi potenzialità musicali siano state espresse nel secondo e nel terzo album della Band. In altre parole, se la carriera dei britannici fosse finita con questo disco, si sarebbe parlato di una band senza declino, che si è saputa ben fermare nel momento più alto della sua carriera. Così non è stato, e nei successivi tre album qualcosa di positivo è pur stato offerto, ma non al livello dell’inarrivabile e fine “The fine art of Surfacing”.

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