The Bone Machine: i vicoli dell’oltremondo – di Lorenzo Scala

Sud del Lazio. Diciannove anni di attività, sei album  e una quantità enorme di epsplit, senza contare le partecipazioni a varie raccolte e alla stampa nel 2014 di “The Bone Machine: fotostorie”, ovvero tre fotoromanzi infernali accompagnati da una raccolta con trentuno brani suonati tra il 1999 e il 2012. Stiamo parlando dei The Bone Machine, una strana creatura a tre teste e sei braccia: Jack Cortese, chitarra e voce, Big Daddy Rott, contrabbasso e Black Macigno alla batteria. Un gruppo, una garanzia, sia per l’approccio grezzo, la voglia di farsi strada (ormai diventata un’ autostrada) a suon di concerti, birra, sudore ed esorcismi demoniaci senza stare a cercare scorciatoie strane, sia per il genere proposto: un rock and roll partorito dal fratello cattivo di Belzebù, un genere che non conosce resa perché nelle sue impalcature scarne germoglia una vena creativa inesauribile. Nel loro sito ufficiale si presentano così: “(…immaginate Tom Waits eccitato e ululante che nuota nudo nel fango, Elvis in decomposizione che scorreggia cantando ”heartbreak hotel”, Fred Buscagliene posseduto dallo spirito di “Jack lo squartatore”, il diavolo in persona che ubriaco rutta e suona una chitarra dalle corde arrugginite (…)”. Se avete già qualche loro disco o se li avete visti in concerto vi siete fatti un’idea, se non li conoscete converrete comunque con me: immaginare Fred Buscaglione posseduto dallo spirito di Jack lo squartatore è già uno spasso che vale il prezzo del biglietto. Poi se questo biglietto lo consegnate all’entrata di questa valle demoniaca e vi godete lo spettacolo, ancora meglio. Tra i molti dischi abbiamo pensato di concentrarci sul loro album “Sottoterra” (2010, Billys Bones rec.)… voi direte, perché proprio quello? Noi vi rispondiamo che i loro dischi sono tutti validi, ma questo si è alzato con le sue gambette di plastica e ci si è gettato in grembo. L’atmosfera è quella fumosa di un pub all’inferno, dove c’è spazio per la festa, il gioco d’azzardo, le grandi bevute ma soprattutto per ascoltare le storie dei dannati,  i loro sfoghi, le invettive e le urla di chi vuole difendere la propria identità. Una sorta di dimensione tra mondo reale e onirico che si può raggiungere con l’aiuto di qualche bicchiere, una macabra fantasia innata e le amicizie giuste. Non solo feste e provocazioni quindi, ma soprattutto le storie, come una sorta di Antologia di Spoon River semplificata, deformata in salsa sarcastica, inzuppata d’alcol, dove nonostante elementi tragici, i protagonisti si sono divertiti molto di più rispetto a quelli di Edgar Lee Master. Incontriamo Jimmy Scavafosse che, nonostante questo nome primaverile fa il beccamorto una figura che balla tra il grottesco e il disperato, tra il nevrotico e l’irriverente: io lavoro al camposanto scavo buche per i morti, consolo vedove allegre e inconsolabili consorti, io bevo birra scura e quando il sole picchia forte, dormo al fresco in una fossa e sogno all’ombra della morte”. Continuiamo a percorrere i vicoli dell’oltremondo, e troviamo questo tizio che sguazza nell’autolesionismo, non tanto perché non trova una cura, ma perché la cura il mondo non gliela vuole proprio dare, stiamo parlando di Sarò andato già via, in cui il protagonista fa un pronostico plausibile del suo futuro imminente: “Avevo sogni e progetti. Avevo mille poesie. Avevo dolci illusioni che erano solo mie…avevo la forza del sogno nel cuore. Avevo dolci parole per parlare d’amore, oggi sto qui a bere le miei sconfitte, con l’odio nei pugni e negli occhi la notte, non è una bugia, domani al mattino sarò andato già via”. Tra becchini e disillusi spiccano serenate col cuore in mano, nel senso che i protagonisti sembrano strapparselo dal petto e con fare invasato su suoni elettrici, urlare parole d’amore… perché l’amore (spoiler: arriva citazione colta) non è solo “cuore, sole e (appunto) amore”. Parliamo delle scheggia impazzita Voglio solo te, in cui si sottolinea con garbo e delicatezza, il fatto che l’amore non ha età: “come il gattaccio vuole la sua gattina, il gallo vecchio vuol la giovane gallina, io voglio solo te bambina”… ma anche della romantica Febbre d’amore:“Ehi pupa fa pure di me tutto ciò che vuoi, dei tuoi roventi baci sono drogato ormai, alle tue calde labbra non dirò mai di no fino alle gole dell’inferno io ti seguirò”. Le canzoni sono quindici, brevi, scarne, compatte, nevrotiche e gioiose, ma di una gioia ricercata più che trovata, una gioia cupa e vitale. Solo in un disco di rock and roll si possono trovare ritmi scanzonati che parlano di morte… e pazzia. L’album si chiude con Sono pazzo. La storia di uno a cui il medico dice: “sei pazzo” e lui risponde: “si ma non voglio né fede né medicine”. Detta così è una cosa, con le loro parole, che sembrano omaggiare un certo Freak Antoni, un’altra: “Il putrido Elvis dal regno dei morti, mi dà una chitarra da suoni strazianti, né pillole rancide o marce preghiere, io sono un demente lasciatemi urlare!” Questa band è irriverente senza scadere nei cliché, grottesca senza essere demenziale, porta avanti una certa poetica da strada, anzi, da bancone. Ci riescono  da quasi vent’anni, alla grande.

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