The Black Veils: “Blossom” – di Bruno Santini

«L’ultima canzone dell’album è il piccolo tentativo di divinazione. Ho preso la mia palla di vetro e ho provato a vedere il futuro. Spero di essermi sbagliato, perché la visione che è emersa è cupa e pessimistica, sebbene sia abbastanza mascherata.» commentava Ivano Fossati.
La canzone in questione, Ci sarà, è contenuta nell’album “Lindbergh”, uscito giusto venti anni fa.
Con grande anticipo, Fossati prevede una realtà dominata dal mezzo e non dallo scopo, annientata dal fenomeno mediazione e dalla opaca trasparenza che è il “fare perché bisogna essere conosciuti”.
The Black Veils è un progetto musicale intrapreso nel 2014, sulle fondamenta dei Forest of Veils.
Il trio nasce dalla collaborazione tra Grégor Samsa, Filippo Scalzo e Mario “Dada” D’anelli, con il proposito di portare nel panorama italiano le atmosfere mistiche – e quasi surreali – del post-punk e dell’alternative-rock. Non a caso, tra le influenze artistiche della band figurano gli Smiths, i Cure, Nick Cave e i DIIV. La band bolognese, che ha all’attivo un album in studio (“Blossom”, del 10 ottobre 2015) è al lavoro per la realizzazione del secondo e, attualmente, è in tour in tutta Italia.
Ricollegandoci al pensiero prima espresso da Fossati che – tenendo da parte pessimismo e gusto artistico – ha dato un giudizio sullo sperimentare, diamo uno sguardo al progetto Black Veils, a partire dal fatto che non si tratta di un cerchio chiuso  ma di un’azione  – con il dovuto tempo e il dovuto spazio – che si sta espandendo anche all’esterno dei geografici confini italiani. Di sicuro la Band bolognese sta compiendo un percorso tutt’altro che facile. L’espressione artistica dei tre sta avvenendo in un panorama italiano che normalmente rifugge personalità di tal calibro, ben più abituato a sonorità, a testi, a prestazioni di livello differente. Un ambiente privo di autocritica, teso all’oggettiva realtà commerciale, difficilmente scopre talenti… più semplicemente ne importa e sponsorizza quel che fa cassetta. 
In un panorama di questo tipo, è normale farsi due calcoli, iniziare a ragionare con la mentalità comune e non semplicemente con la propria. Discorsi come il “fare musica – o arte – per sè” non possono coesistere con la voglia di diventare oggetto di conoscenza.
La “strategia commerciale”, nel nostro caso, non appare negativa: addirittura può essere compresa e condivisa. I Black Veils nascono dall’esigenza di far musica in un certo modo e secondo un certo stile (opposto a quello della vecchia formazione) ma devono gareggiare contro un ostacolo ben pericoloso che è la mediazione, in particolar modo quella italiana… e che non siano arsi al rogo perché estraggono un singolo, realizzano un video, vendono spillette, cantano in inglese o si pubblicizzano – anche – sui social network. Del resto è la realtà che lo prevede e, per quanto possa essere affascinante, combattere questo status quo vuol dire darsi all’eremitaggio. 
La band cerca di far parte di questa realtà, pur non condividendone – ed è palese – tutti i meccanismi. Il loro esperimento è ormai realtà e ha preso campo negli apprezzamenti e nelle vendite. I Black Veils piacciono e non può essere casuale: a voler trovare il compromesso per cui li si apprezza si dovrebbe scegliere tra le sonorità del basso, la voce graffiante, il gioco di echi e doppie voci, l’utilizzo del sintetizzatore o forse si dovrebbe far ricorso ai bei testi; ma – da sempre – scomporre un fattore vuol dire spogliarlo degli elementi che lo caratterizzano, e non sarebbe giusto. Il progetto ha una sua buona valenza per tutti i fattori che lo qualificano, che siano apprezzati, disprezzati, condivisi o non condivisi. 
Non a caso, time needs silence cantano essi stessi as the throne needs his heir!.

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