The Beatles: “With the Beatles” (1963) – di Fabrizio Medori

Oramai la lunga gavetta è finita, tutto il Regno Unito sa chi sono i Beatles, ogni ragazza ha il suo “scarafaggio” preferito, ogni loro canzone è stata esaminata nei minimi dettagli e George Martin ha ancora pieno potere sula scelta dei brani, sull’arrangiamento e, addirittura sullo stile da adottare per ogni singola canzone. All’epoca il mercato degli Lp era ancora marginale rispetto a quello dei singoli, che vendevano vagonate di copie, e la regola del marketing prevedeva una media di quattro singoli e due 33 giri l’anno, per gli artisti di successo. Nonostante l’esplosione della “Beatlemania” in Inghilterra, il loro manager Brian Epstein costrinse i Beatles a rispettare tutti gli impegni contrattuali presi antecedentemente alla conquista della notorietà, quindi alle serate prese sull’onda dell’entusiasmo si aggiungono quelle prenotate l’anno precedente, magari per compensi non più adeguati alla loro fama. Se a tutti questi impegni sommiamo le apparizioni televisive e le interviste concesse a radio e giornali, il tempo da dedicare alla composizione si riduce in maniera drammatica. Fortunatamente una delle più apprezzabili caratteristiche di Lennon e McCartney è la capacità di scrivere canzoni con una facilità disarmante, i due sono capaci di scrivere quattro o cinque canzoni in un pomeriggio, di getto e, proprio in questo periodo, iniziano addirittura a comporre per gli altri gruppi della scuderia di Epstein o per loro amici. Una canzone contenuta in questo secondo Lp, “With the Beatles” (Parlophone 1963), per esempio, i due l’hanno scritta per Ringo: si intitola I Wanna Be Your Man e sarà utilizzata dai Rolling Stones come lato A del loro secondo singolo. Nessuno, per il momento, ha la benché minima intenzione di cambiare la formula vincente sperimentata nella prima raccolta, cioè l’utilizzo di composizioni originali, mescolate ad una manciata di cover, tratte prevalentemente dal repertorio dei tempi di Amburgo. L’unica novità rilevante è che, per la prima volta, viene dato spazio ad una composizione di George Harrison, Don’t Bother Me, sebbene non sia proprio una potenziale hit travolgente. L’inizio del disco è affidato al coro che, compatto e allegro, introduce It Won’t Be Long, un bel rock chitarristico scritto da John, nel tipico stile del quartetto, fatto di chitarre che si rincorrono e di innocenti esperimenti vocali. Il secondo brano è All I’ve Got To Do, uscita, come la precedente, dalla penna di Lennon nel tentativo di imitare lo stile di Smokey Robinson, uno dei più conosciuti interpreti della Soul Music. Paul McCartney si prende subito il suo spazio sulla ribalta con uno shuffle travolgente, All My Loving, uno dei brani più fortunati della sua lunga carriera, un vero e proprio classico dei Fab Four, perfetto nella sua freschezza, utilizzato ancora oggi per aprire i concerti di “sir Paul”. L’esordio su disco da autore di George Harrison avviene con Don’t Bother Me, probabilmente una concessione dei due leader al talento del “ragazzino”, che qui si destreggia tra lo stile del suo idolo Chet Atkins, che ricorda le sonorità delle colonne sonore dei film western. Little Child, introdotta dall’armonica di John su un ritmo fresco e veloce è, molto probabilmente un riempitivo, composto velocemente per arrivare ad un minutaggio sufficiente e lascia il posto ad uno dei numeri più richiesti da Paul, Till There Was You, cover di un brano contenuto nel musical americano “The Music Man”, brano suadente, cullato da una leggera atmosfera sudamericana e impreziosito da un bell’assolo di chitarra classica, suonata da George. Il primo lato del disco si chiude con Please Mr. Postman, successo del 1961 delle Marvellettes, affidato alla voce graffiante di John, che la eseguiva dal vivo dall’anno precedente. Il secondo lato parte con la spensierata cover di Roll Over Beethoven di Chuck Berry, cantata ancora da John Lennon, all’apice del suo predominio come cantante del gruppo. Paul McCartney è l’autore di Hold Me Tight, uno dei brani meno conosciuti dei Beatles, sebbene sia ricco di piccole trovate armoniche ed abbia un ritmo allegro, su cui l’interpretazione vocale sembra, però, non perfettamente sicura. A seguire un bel brano di Smokey Robinson, You Really Got A Hold On Me, nel quale John paga il suo tributo ad uno dei suoi idoli: i coretti si avvicinano alla perfezione e lo strumento principale, il pianoforte, sostiene bene tutta la stesura del pezzo. A Ringo era stato riservato un piccolo spazio nei concerti, nei quali cantava una canzone ed anche in questo disco gli fu affidata una canzone, I Wanna Be Your Man, che il batterista interpretò con la sua prorompente carica di simpatia. Devil In Her Heart è un brano scovato, probabilmente, negli scaffali del negozio di Epstein. I Beatles se ne innamorarono, registrarono la loro versione, più melodica e meno ritmica dell’originale, e se ne dimenticarono. Not A Second Time è, ancora una volta, il frutto dell’amore di McCartney, ma soprattutto di Lennon, responsabile principale della creazione del brano, per la Black Music, grande fonte di ispirazione in quel periodo. Un noto critico musicale, all’epoca, si lanciò in una ardita analisi del brano, paragonando la progressione armonica a quella di una partitura di Gustav Mahler, nobilitando per la prima volta il lavoro dei Beatles ed inaugurando una moda che, come spesso gli stessi Lennon e McCartney ebbero modo di affermare, ha spesso portato ad interpretazioni cervellotiche della genialità compositiva deri ragazzi di Liverpool. La degna conclusione di un disco moderno, fresco e, in qualche episodio, ruffiano, è Money, scritta dal boss della Motown, Berry Gordy, ed è il tentativo di replicare il successo di Twist And Shout, che terminava il primo Lp. La versione è stratosferica, il botta e risposta tra le voci rasenta la perfezione, ed il risultato finale, come per tutto il disco, fu solo impercettibilmente inferiore al suo predecessore.

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