The Beatles: “Rubber Soul” (1965) – di Flavia Giunta

Siamo di fronte a un disco che qualsiasi amatore del quartetto di Liverpool certamente sfoggia fra i ripiani di un porta cd, o dentro un baule pieno di vinili impolverati, o anche solo nella cartella “Musica” del proprio computer. Di sicuro, anche a chi non è un fan di lunga data dei Beatles, la copertina tendente al verde scuro e un po’ psichedelica (grazie all’effetto distorto ottenuto inizialmente in modo casuale, ma poi lasciato com’era, dal fotografo Robert Freeman) con i loro quattro faccioni ricorderà qualcosa. Questo perché si tratta di un album che segnò un punto di svolta nella produzione musicale dell’epoca. “Rubber Soul” venne partorito a cavallo degli anni 60, ma anche a cavallo della carriera dei “Fab Four”, e si potrebbe considerare il perno attorno a cui ruotano le due grandi tendenze compositive del gruppo: da un lato, gli album precedenti con le loro sonorità beat fresche e giovanili; dall’altro, i successivi “Revolver”, “Sgt. Pepper” e via dicendo, segnati invece da un rock più maturo e da una più collaudata sperimentazione, dovuta in buona parte all’esperienza dell’LSD. Non a caso, “Rubber Soul” sarà il primo disco in cui verrà registrato il sitar di George Harrison (vedi Norwegian Wood), elemento che diventerà poi ricorrente. Possiamo ritenere questo lavoro una sorta di consapevole cambiamento direzionale nella produzione beatlesiana: più coeso dei dischi precedenti, meno maturo dei seguenti, un’opera di transizione non priva di influssi folk (era il periodo di spicco di Bob Dylan e dei Byrds). Il tutto ha contribuito ad assemblare quattordici tracce gradevoli e riuscite, di cui alcune vengono considerate dei veri e propri classici della band inglese e del periodo. Il segreto di questo successo, a parte la produzione e gli arrangiamenti più studiati, si può ricercare nell’impegno profuso dai musicisti nella scrittura dei testi: John Lennon e Paul McCartney erano infatti consapevoli che, a lungo andare, le giocose canzonette d’amore avrebbero potuto annoiare il pubblico. Pubblico tra l’altro sempre più esigente, da quando si era profilata la concorrenza di gruppi come gli Who e i Rolling Stones con i loro esplosivi inni generazionali, oltre al già citato Dylan. Per cui, come fare a rinnovare i contenuti delle proprie canzoni, restando però coerenti con il proprio stile? I Beatles optarono per le “canzoni-commedia”, che raccontavano ognuna una piccola storia, utilizzando una narrazione il meno possibile scontata e stucchevole. E’ proprio una di queste “canzoni-commedia” ad aprire il disco: l’allegra e irriverente Drive My Car, il cui testo si riferisce a una donna di facili costumi e aspirante star. Il titolo è una locuzione che, nell’ambiente del blues, indica il sesso; l’idea venne a John, per variare dal tema già inflazionato dei “Golden Rings” da offrire alla donna, come si sarebbe inizialmente dovuto intitolare il brano. Musicalmente, il pezzo ha un andamento molto rock, supportato da un simpatico assolo di chitarra iniziale, dalla voce di McCartney e da un riff che Harrison prese in prestito da Respect di Otis Redding. Segue un’altra canzone con la stessa impostazione narrativa: Norwegian Wood (This Bird Has Flown), ormai notissima nel mondo del folk, con la sua alternanza fra la spensierata melodia in mi maggiore e l’intermezzo in mi minore (da attribuire rispettivamente a Lennon e a McCartney). La “storiella” parla di un’avventura extraconiugale, e molto probabilmente presenta spunti di vita vissuta dello stesso Lennon. La terza traccia, You Won’t See Me, è una delle canzoni scaturite dalla delusione di McCartney verso la propria ex fidanzata Jane Asher. Nato da un’estenuante sessione di registrazione durata tutta la notte, il brano prende spunto da un successo del momento, It’s the Same Old Song dei Four Tops, ma non brilla per originalità. Anche la scelta di collocare, subito dopo nel disco, Nowhere Man non fu particolarmente felice, poiché la struttura melodica dei due brani aveva in comune la ripetizione del motivetto “ooh-la-la” che sarebbe potuto risultare irritante. Nonostante questo, Nowhere Man presenta spunti interessanti per quanto riguarda il testo, per la prima volta senza tematiche amorose: in contrasto con l’apparente allegria della melodia – che si risolve comunque in una malinconica discendenza – Lennon lo infarcisce di lamentele derivanti dalla sua situazione attuale. Depresso per il dover indossare una maschera da mostrare all’opinione pubblica, allontanatosi emotivamente dalla prima moglie Cynthia, trova rifugio, com’è ovvio, nelle droghe. “He’s a real Nowhere Man, sitting in his Nowhere Land, making all his Nowhere Plans for nobody”. Diverso l’andamento dell’incisiva Think For Yourself, di Harrison, che si rivolge a una donna abbandonata dal partner per il suo essere bugiarda. Qui abbiamo una doppia linea di basso, uno registrato normalmente e l’altro distorto aggiunto successivamente. La successiva The Word, collaborazione Lennon/McCartney, rappresenta una sorta di inno hippie all’amore universale (“the word” non è altro che “love”), frutto del periodo “marijuana” che il gruppo stava vivendo. E’ costituita da un blues in re minore, e rappresenta uno dei primi tentativi di sperimentazione del gruppo, che andranno poi a culminare nel seguente periodo “psichedelico” della loro produzione. Una melodia più nota del disco è invece quella della dolce Michelle, altra “canzone-commedia” a mano di McCartney, per la quale i Beatles presero in prestito un paio di frasi in francese da una loro amica insegnante di professione, Janet Vaughan. Il risultato è un pezzo raffinato ma al contempo ironico, che non divenne un singolo solo perché a bocciare l’idea fu un invidioso John Lennon (il quale aveva comunque contribuito al brano con la sezione mediana di terzine in cui viene ripetuta la frase “I love you, I love you, I love you…”). E’ Ringo Starr a prendersi la sua piccola ribalta in What Goes On, in cui il batterista è anche cantante solista. Brano riempitivo dalle atmosfere un po’ country, per il quale venne ripescato un motivetto composto agli esordi del gruppo. La nona traccia, Girl, che fu anche quella registrata per ultima, è tipicamente lennoniana: una ballata dolce, malinconica eppure non priva di ironia – vedi il risucchio della presa di fiato nel ritornello, o gli allusivi coretti salmodianti “tit-tit-tit-tit”; dal testo apparentemente innocuo ma ricco di significati reconditi. La fantomatica ragazza di cui si parla nel pezzo, il sogno ricorrente di John, venne poi rintracciata da quest’ultimo in Yoko Ono. Meno fortunata era la vita amorosa di McCartney in quel momento; ecco infatti al decimo posto I’m Looking Through You, un’altra traccia composta da quest’ultimo e scaturita dal suo biasimo verso Jane Asher che lo aveva lasciato. Ad essa segue la struggente In My Life che, con il suo testo, rappresenta il principale contributo alla profondità dell’album. Essa ripercorre infatti il passato di Lennon a Liverpool, i luoghi e le persone della sua infanzia, e la dolcezza nostalgica della melodia (alla cui creazione collaborò Paul) ben si intona a queste tematiche. La canzone vide anche la partecipazione del produttore George Martin al piano elettrico. Si torna ad atmosfere meno impegnative con Wait, originariamente scritta per l’album precedente, “Help!”, ma poi lasciata fuori e ripescata per l’occasione: pezzo grintoso e caratterizzato da una strana alternanza di strofa in minore e ritornello in maggiore. Probabilmente questa scelta non del tutto convincente di John e Paul era stata dettata dalla ricerca di una nuova direzione musicale; anche il testo, più ricercato di quelli del disco precedente, con i suoi luoghi comuni, non era ancora ai livelli dei testi successivi. Harrison si sbizzarrisce con If I Needed Someone, dedicata alla sua ragazza, in cui si possono notare gli influssi della musica classica indiana nel disegno della chitarra ma che risulta ridondante a causa del senso di continua ascesa della melodia. A chiudere il disco, non proprio in bellezza, abbiamo la quasi fastidiosa Run For Your Life, che venne di seguito ripudiata dallo stesso John Lennon per i vistosi riferimenti sessisti: “I’d rather see you dead, girl, than to be with another man”; frase tra l’altro presa in prestito da Baby, Let’s Play House di Elvis Presley. In conclusione si può stabilire che, con i suoi alti e bassi, ma soprattutto alti, “Rubber Soul” rappresenta un ascolto imprescindibile per chi volesse conoscere la musica dei “Fab Four” e il sound dei sixties in generale, volto di un periodo multiforme e movimentato la cui cultura segnò inesorabilmente tutto ciò che venne dopo. Per fortuna. 

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