The Beatles: “Revolver” (1966) – di Flavia Giunta

Corre l’anno 1966: gli “Scarafaggi” hanno da poco completato l’album “Rubber soul” e, dopo un ultimo breve tour in Gran Bretagna, si godono il meritato riposo. È in questo periodo che ognuno dei quattro membri del gruppo si dedica alle proprie passioni e accumula materiali ed esperienze per il prossimo album, che verrà registrato negli ormai famosissimi studi di Abbey Road. Gli hobbies dei musicisti sono infatti lo specchio del contributo che ognuno di essi darà a “Revolver” (1966), e che lo renderanno uno dei dischi più influenti dell’epoca, secondo molti, uno dei migliori mai creati dai “Fab Four”.
George Harrison aveva recentemente scoperto una passione per la musica indiana; Paul McCartney si dedicava alla musica classica e in tutto ciò John Lennon, da sempre il più tormentato dei quattro, esplorava il proprio subconscio grazie all’LSD e sotto la “guida” del manuale “The Psychedelic Experience”, scritto da due psicologi di Harvard che si rifacevano al “Libro Tibetano dei Morti”, paragonando la sostanza psichedelica ad un passepartout per le rivelazioni spirituali. Questo substrato di idee, aggiunto al particolare sound creato dagli studios – che in realtà erano molto primitivi rispetto ai coevi studi di registrazione americani, ma che proprio per questo motivo porteranno ad una maggiore inventiva negli effetti acustici – condurrà a quattordici brani, diversi fra loro ma accomunati dal rappresentare una svolta nell’opera dei The Beatles: l’ultima vera vetta artistica prima del lento declino. La scelta del brano di apertura del disco è ricaduta su Taxman, opera di George Harrison (che vedrà ben tre partecipazioni come autore di brani in questo album, caso inedito nella storia precedente del gruppo). Si tratta di un’invettiva contro l’introduzione, da parte del governo laburista, della tassazione massima del reddito. Musicalmente rappresenta il manifesto del “nuovo inizio” intrapreso dalla rock band britannica: energica, quasi arrabbiata, ma con una certa sonorità pseudoindiana dovuta appunto all’interesse di Harrison per quella cultura. Un discorso completamente differente va fatto invece per Eleanor Rigby: Si parla qui di un argomento molto delicato e inusuale per una canzone pop: la morte. Ci ritroviamo davanti ad un brano con un andamento semplice e delicato, scandito dagli archi del ritornello, che si contrappone totalmente alla tristezza delle immagini evocate dal testo (una vecchia zitella che muore sola; un prete che si allontana dalla sua sepoltura dopo aver recitato una predica che nessuno ha ascoltato), le quali costituiranno uno shock per chi si era abituato al candore dei precedenti Beatles.
Questo grado di pessimismo mostra come in realtà, nella loro spontaneità, i quattro musicisti fossero cronisti impietosi del loro tempo: la solitudine, l’incomunicabilità, la decadenza della fede religiosa. Eppure, l’intera canzone venne messa insieme durante una innocua serata fra amici, in cui McCartney portò di pronto solo la strofa iniziale. I’m Only Sleeping rappresenta invece un vivido esempio del contributo di John Lennon al disco. È infatti la trasposizione musicale dell’apatia indotta dalle droghe, evocativa e paradossalmente più movimentata di altre canzoni non incentrate sull’indolenza. Per renderla più efficace sono stati utilizzati vari effetti sonori, fra i quali spicca la chitarra in stile indiano di Harrison registrata e poi montata a ritroso. Sempre a George Harrison dobbiamo uno dei brani più caratteristici di “Revolver”: Love You To, il cui titolo non sembra avere un senso particolare. Ritroviamo qua un emblematico utilizzo della strumentazione dell’Indostan, con un uso sapiente del sitar: dapprima con l’improvvisazione dell’intro, e poi con un riff continuativo che scandisce il resto della canzone, conferendole un sapore e una ridondanza che fanno sì che si fissi nella mente dell’ascoltatore. Alla registrazione parteciparono musicisti del North London Asian Music Circle. Ha un gusto molto alla McCartney, invece, la dolce e incantata Here, There And Everywhere, canzone d’amore che ricorda le hit del periodo Beach Boys fin quasi a sembrare stucchevole… ma sarà sempre una delle preferite dal suo compositore, come dirà lui stesso, seguita solo da Yesterday
Arrivati alla sesta traccia, Yellow Submarine, non si può non riconoscere un ritorno allo stile bambinesco dei “Fab Four”; stile che era – e continua ad essere – il più apprezzato dal pubblico, e che ha reso questo piccolo brano uno dei più famosi di tutti i tempi. Scritta da McCartney come una canzone per bambini, la sua registrazione vide l’utilizzo di una serie di carabattole recuperate nello studio: catene, trombette, fischietti, una tinozza di stagno. Il tutto venne utilizzato per creare gli schiamazzi della parte centrale del brano. She Said She Said, altro contributo lennoniano, è invece tutt’altro che spensierata: ricorda l’esperienza di “morte dell’ego” vissuta da Lennon seguendo il tracciato di “The Psychedelic Experience” e, per meglio rappresentare questa fase di disordine spirituale, la canzone è stata costruita con una manifesta asimmetria ritmica. Ciò comunque, insieme all’intensità emotiva, la rende di pregevole esecuzione, grazie anche alla performance di Ringo Starr alle percussioni. Se vogliamo un esempio – oltre a Yellow Submarine – di leggerezza e allegria nel disco, Good Day Sunshine è il brano giusto: cattura esattamente l’atmosfera dei caldi pomeriggi dell’estate del 1966 e, nonostante la sua semplicità, il pezzo è stato molto apprezzato dai critici di musica classica. Passando allo swing di And Your Bird Can Sing si può notare una complessità delle parti di chitarra non ancora incontrata nel disco (paragonabile a While My Guitar Gently Weeps). Il testo, di John Lennon, è una presa in giro alla mente che cerca invano di analizzare la creatività: non per niente, il titolo originario doveva essere You Don’t Get Me. Un’altra creazione di Paul McCartney, peculiare nella commistione fra musica e testo – e per questo simile ad Eleanor Rigby – è For No One: parla della fine di una storia d’amore, da un’ottica stranamente indifferente e imperturbabile. Dal punto di vista musicale, nonostante sia molto breve, il brano è piuttosto completo: ha un andamento sostenuto che però è costellato di pause, come di chi stia riflettendo su come sia potuta finire in questo modo. L’utilizzo del pianoforte e del corno francese sottolinea l’aspetto classico. 
Doctor Robert narra di un medico di New York che ha assuefatto i propri clienti altolocati ai narcotici, mescolando metedrina alle loro vitamine. La sonorità ricca di cambi di tonalità, e la voce di Lennon accompagnata da McCartney che scimmiotta gli slogan pubblicitari (“He’s a man you must believe!”), rendono la canzone una burla che può però rappresentare la ribellione inconscia del cantante nei confronti dei sedicenti psicologi autori del manuale sull’LSD. Terzo e ultimo contributo di George Harrison all’album, I Want To Tell You esprime ancora una volta la difficoltà nella comunicazione dei propri pensieri. Ciò è reso musicalmente da una dissonanza bitonale che però viene risolta verso la fine del brano, con uno speranzoso ritorno al La maggiore. Da questo brano si capisce come Harrison fosse il più riflessivo dei Beatles, nonostante venisse spesso visto come un “fratello minore” e trattato con accondiscendenza: il brano è in effetti stato arrangiato molto velocemente rispetto a quelli ad opera di John o Paul. Il penultimo, scoppiettante brano del disco, Got To Get You Into My Life, vide la partecipazione alle registrazioni di due musicisti del gruppo di Georgie Fame, ai tempi una figura di spicco nel panorama soul-jazz inglese. Il testo, che a Lennon piaceva particolarmente, rispecchia una sorta di urgenza sessuale, anche se dal cantante è stato proposto come un riferimento al fatto che McCartney stesse continuamente rimandando la sua sperimentazione dell’LSD. La chiusura del disco è affidata al pezzo che più di tutti racchiude l’atmosfera generale dell’intera composizione.
Tomorrow Never Knows è la canzone che più esplicitamente di tutte parla della droga; l’effetto finale viene reso in vari modi: primo fra tutti, le registrazioni vocali di Lennon che parafrasa il “Libro Tibetano dei Morti” sono state la base della canzone, che inizialmente doveva intitolarsi The Void, “il vuoto” (chiaro riferimento mistico). Secondariamente, sono stati inseriti degli effetti sonori inediti per l’epoca, i tape-loops: sorta di nastri magnetici incisi e uniti ad anello per dare un segnale ciclico. Ne sono stati utilizzati cinque, fra cui il suono simile al verso di gabbiani – in realtà è la risata di Paul McCartney – che si ripete nel brano. Infine, l’utilizzo del sitar contribuisce a dare il senso di psichedelia e di vertigine spirituale. Il risultato è un mix di casualità e consapevolezza, che rappresenta l’innovazione migliore dell’album. I quattordici brani vennero rilasciati alle emittenti radiofoniche a gruppi di due o di tre, nel corso del mese di luglio del 1966, aumentando il senso dell’attesa del pubblico dei Beatles: attesa che non venne delusa. “Revolver”, con la sua copertina psichedelica, rappresenta una rivoluzione nella musica pop e un ottimo lavoro nel suo insieme, difficilmente eguagliato dai rilasci successivi dei Fantastici Quattro”.

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