The Beatles: “Magical Mistery Tour” (1967) – di Flavia Giunta

Il periodo compreso fra il 1966 e il 1967 fu piuttosto controverso per i The Beatles. I fab four”, infatti, erano reduci da un ciclo di martellanti tour in giro per il mondo (in seguito all’uscita del fortunato “Revolver” del 1966), costituiti da concerti per i quali non avevano provato abbastanza le parti e davanti a pubblici urlanti e non sempre entusiastici. Basti ricordare, in particolare, l’intervista durante la quale John Lennon osò paragonare la loro popolarità a quella di Gesù: affermazione che fece imbestialire l’America benpensante e che svuotò gli stadi dei concerti finché non arrivarono le pubbliche scuse del musicista. In questo clima, si alimentò una certa disillusione tra gli “scarafaggi” che arrivarono a dubitare della strada intrapresa. Solo la decisione del manager Brian Epstein (di chiudere con i tour e lasciarli concentrare sulle registrazioni in studio) calmò le acque e fece sì che la Band non si sciogliesse già da allora), unita anche dall’attaccamento al gruppo di Paul McCartney  e alle sue insistenze di passare senza esitazioni ad un nuovo progetto
Fu da un’idea di
McCartney, per l’appunto, che si sviluppò “Magical Mistery Tour”. Nell’aprile del 1967, il polistrumentista era di ritorno da un viaggio negli States durante il quale conobbe la realtà degli hippies della costa occidentale – meno frivoli dei loro simili britannici – e rimase affascinato, in particolare, dai Merry Pranksters e dal pullman fluorescente da loro utilizzato per gli spostamenti. Così McCartney, appassionato di cinema, immaginò il tema di uno spettacolo viaggiante psichedelico per un film e l’idea piacque ad Epstein. Appena quattro giorni dopo la fine dei mixaggi di “Sergeant Pepper”, i Beatles iniziarono le registrazioni per il “Magical Mistery Tour”, che avrebbe fatto da colonna sonora al film. Nel disco confluirono anche lavori precedenti (i due singoli del 1966 Strawberry Fields Forever e Penny Lane, a firma rispettivamente di Lennon e McCartney), frutto di un periodo più florido durante il quale il gruppo lavorava con molto più criterio e attenzione ad ogni singola battuta. Proprio così, perché all’epoca delle registrazioni del “Magical Mistery Tour” il metodo compositivo della band era drasticamente cambiato: piuttosto che rispettare la tabella lavorativa comprendente almeno tre mesi di lavoro in studio, come avevano fatto durante gli anni delle tournée, in questo periodo i Beatles preferirono effettuare delle registrazioni continue “a bassa intensità”. I quattro si ritrovavano in studio anche quando non avevano nulla di pronto da registrare, e componevano le basi sul momento, seguendo un’idea principale avuta da uno di loro e dandole forma. Bisogna considerare, in questo clima di pigrizia e disillusione, anche l’effetto degli stupefacenti sui quattro musicisti: le loro capacità di giudizio e di autocritica ne risultarono offuscate. Le conseguenze di questo atteggiamento risultarono chiare soprattutto nel momento in cui il film vero e proprio fu completato e trasmesso dalla BBC. Nessuno dei fab four” era preparato alle numerose critiche negative che il loro lavoro ricevette. Il primo strafalcione dei pionieri del pop britannico? Può darsi ma, a dispetto della critica, l’abbinamento fra film e disco fece buoni affari, e musicalmente l’album mostra, in mezzo al nonsense psichedelico dell’LSD, degli spunti interessanti. 
Magical Mistery Tour, il pezzo di apertura del disco, è il risultato dell’accanimento di sir Paul McCartney nel cercare di destare l’attenzione degli altri tre Beatles, nonostante egli inizialmente avesse pronti soltanto tre accordi e la frase iniziale del testo (“Roll up, roll up for the mistery tour!”). Con l’inserimento delle trombe e degli effetti sonori del traffico stradale, si arriva ad un risultato vivace ma un po’ scomposto, con continui cambi di tempo. Neanche i membri della band ne furono convinti, tanto che per quattro mesi non lavorarono più sulla colonna sonora. The Fool on the Hill è una canzone molto dolce e malinconica, scritta da McCartney ai tempi della registrazione di “Sergeant Pepper”, e caratterizzata da un ritmo regolare al pianoforte e dal flauto dolce che le conferisce un’ulteriore atmosfera sognante e fanciullesca. Il ritornello in salita crea un senso di leggerezza e distanza dai problemi terreni. Flying è un brano strumentale inizialmente intitolato Aerial Tour Instrumental; sorta di blues in do maggiore pigro, condotto dal mellotron (suonato da Lennon) e dai coretti in sottofondo. In Blue Jay Way, torpido e non molto significativo pezzo di George Harrison, si può percepire lo smarrimento dovuto al jet-lag provato dal suo autore. Your Mother Should Know prende il titolo da una frase del film “Sapore di miele” (1961) di Tony Richardson. Questa canzone di McCartney mostra una sorta di recupero della disciplina da parte del gruppo: nettamente distaccato dai trasandati pezzi registrati in precedenza, procede con degli accordi di pianoforte in semiminime e sviluppa una melodia sinuosa, regolare, seppur non ancora perfetta (nella seconda strofa si ha un rallentamento graduale della batteria di Starr, segno forse di un certo affaticamento). “Let’s all get up”, dice McCartney, rivolgendosi soprattutto agli altri della Band. I Am The Walrus risulta totalmente diversa dalle altre dell’incisione e questo potrebbe imputarsi al fatto che sia stata composta dopo la morte improvvisa di Brian Epstein. I quattro ragazzi di Liverpool si resero conto che avrebbero dovuto lavorare più sodo per evitare di perdere il legame che li univa, cementato fino a quel momento dal loro manager e, per farlo, scelsero un pezzo di John Lennon. Quest’ultimo ricevette l’ispirazione dalle note di una sirena della polizia sotto la sua finestra e, da lì, costruì una struttura musicale paragonabile ai disegni di Escher, aiutato anche dall’acido. Eppure non si tratta di un semplice esercizio di nonsense, come può sembrare ad una prima lettura del testo, bensì di un’invettiva contro la società e il perbenismo inglese, contro l’establishment e i vecchi insegnanti che offesero Lennon definendolo “un rompiscatole senza qualità”.
Con 
Hello, Goodbye si torna a una canzoncina allegra e orecchiabile, con un testo molto fanciullesco da filastrocca, che rimase per sette settimane al numero uno della classifica inglese. Questo fatto la dice lunga sulla decadenza delle classifiche dei singoli che si stava verificando all’epoca, prediligendo la “bubblegum music” (musica da masticare), a testi più impegnativi. Baby You’re a Rich Man è un brano dall’impatto quasi sensuale, che rispecchia perfettamente la tendenza dell’epoca a muoversi verso un tempo dilatato, con meno cambiamenti armonici e più forza dei suoni: risultato questo inquadrabile, in un’ottica più ampia, nel passaggio dalle anfetamine dei primi anni sessanta all’LSD, che amplifica le sensazioni e rallenta i pensieri. La canzone risulta leggera ma comunque ben costruita. All You Need Is Love Siamo di fronte ad una delle canzoni più famose del gruppo di Liverpool, che inquadra perfettamente lo spirito dell’anno 1967: prende infatti in giro qualsiasi cosa che richieda fatica e impegno. “It’s easy!”, la frase ricorrente del brano, esprime sia questa atmosfera di meraviglia del periodo, sia l’atteggiamento dei Beatles nei confronti del loro stesso lavoro. Tutti possiamo essere artisti, se lo vogliamo, sembra dirci Lennon: la cosa importante è volerci tutti bene. L’autoparodia e il sarcasmo sono impliciti. Si può dire, in conclusione, che il lavoro finale sia riuscito nel suo scopo di ridicolizzare il consumismo e l’industria dei media, proprio come facevano i contemporanei hippies americani ma in modo meno manifesto e più subdolamente accondiscendente. Ciò che può sembrare insensato è in realtà una voluta satira del tempo, mascherata da baraccone psichedelico, colorato e visibile solo a chi ha occhi per vedere.

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