The Beatles: “A Hard Day’s Night” (1964) – di Fabrizio Medori

È bastato un anno per far capire agli addetti ai lavori che l’esplosione dei Beatles non è un semplice fenomeno commerciale passeggero, ma qualcosa di proporzioni decisamente più ampie, mai registrato prima. Forse l’unico ad aver intuito fin dall’inizio le potenzialità di Lennon e McCartney, dal punto di vista compositivo, è stato il loro produttore, George Martin e, dopo due Long Playing e un po’ di singoli, si decide per il lancio in grande stile. La prassi dell’epoca voleva che la popolarità del “fenomeno” pop venisse sfruttata in ogni modo possibile e immaginabile, i Beatles non fecero eccezione. Anzi, furono i primi ad aprire nuove vie per il merchandising e l’endorsement. Ovviamente il primo “sottoprodotto” fu un film, ma i giovanissimi artisti dimostrarono immediatamente di avere un brillantissimo talento per la recitazione, sfoderando una prestazione che colpì molto anche la critica cinematografica. La cosa più originale dell’operazione “A Hard Day’s Night” (Parlophone 1964) fu però la fiducia concessa dall’etichetta discografica al gruppo: per la prima volta nessuna cover, solo brani originali, e tutti (non era mai successo e non succederà mai più) a firma Lennon – McCartney. Dal punto di vista artistico inizia a delinearsi un preciso e riconoscibile stile musicale, il gruppo ha a disposizione lo studio per qualche ora in più, anche se i pressanti impegni dal vivo rubano loro moltissimo tempo.
Il precedente singolo, I Want To Hold Your Hand, ha compiuto il miracolo di arrivare al primo posto nelle classifiche statunitensi e la beatlemania è definitivamente esplosa in tutto il mondo. Invece che rilassarsi e godersi il meritatissimo successo, i Beatles spingono sull’acceleratore e producono il progetto “A Hard Day’s Night”, accoppiata disco–film che costerà loro un durissimo periodo passato tra concerti, composizione, registrazioni e riprese del film. Il disco si apre con uno degli accordi di chitarra più riconoscibili di tutta la storia del rock, quello del brano che dà il titolo al disco e che parla della gioia di ritornare a casa quando si è molto stanchi. Il titolo deriva da uno dei tipici giochi di parole di Ringo e la parte musicale è un tentativo, perfettamente riuscito, di superare la rigidità dei classici schemi del rock’n’roll. Particolarmente geniale il middle-eight (when i’m home, everything seems to be right…), che dona una ulteriore ventata di freschezza al brano. Si prosegue con il ritmo scanzonato di I Should Have Known Better, dove la chitarra acustica ed i cori sono gli elementi caratterizzanti e… si passa al primo pezzone romantico del disco, If I Fell, nel quale scende la tensione emotiva ma sicuramente si eleva il livello compositivo. Ancora una volta i cori sono il colore dominante della canzone ma tutto va avanti alla perfezione, struttura armonica, testo e parti strumentali.
I’m Happy Just To Dance With You è un fresco e brillante rock che non diventerà mai un classico del gruppo ma che svolge onestamente la sua funzione, cioè portare l’ascoltatore al brano seguente, And I Love Her… e qui l’asticella si alza notevolmente, perché la canzone non è semplicemente uno dei momenti migliori del disco, ma è un caposaldo della produzione dei Beatles. Il suo suono autenticamente naturale, caratterizzato da percussioni e chitarre acustiche è il massimo dell’esotismo, all’epoca, ed il solo di chitarra classica incornicia magnificamente il tutto. Tell me why, pur essendo un riempitivo scritto da Lennon per completare l’album, gode di un testo significativo e di un’orchestrazione attenta e accurata, sicuramente da rivalutare. Il primo lato dell’Lp si conclude con un’esplosione rock’n’roll, Can’t Buy Me Love, altro classico, ma questa volta molto più scatenato: un inatteso feedback nell’intro, chitarre elettriche e, come sempre, cori in evidenza. Il lato B parte con Any Time At All, un rock veloce e brillante cantato in maniera pressoché perfetta da John Lennon.
I’ll Cry Instead non è sicuramente una canzone di punta, ma venne inserita inizialmente nella colonna sonora del film, fino ad essere ridimensionata al livello di semplice riempitivo, sebbene non sia proprio da buttare e con un po’ di “spinta” in più non avrebbe sfigurato nella sezione più importante del repertorio del gruppo. In realtà la qualità dei brani del quartetto è talmente elevata che un brano come il successivo Things We Said Today è stato quasi dimenticato per parecchi anni, sicuramente sottovalutato, e poi recuperato da Paul che, fin dalla fine degli anni 80 gli ha dato uno spazio di rilievo nei suoi concerti, restituendogli lo splendore che merita. Subito dopo troviamo un altro bel rock lennoniano, When I Get Home, a tenere alti il ritmo, la qualità delle composizioni e la capacità di John di sfornare potenziali hit con impressionante facilità. Un’altra scarica di energia arriva con You Can’t Do That, anche questa scritta da Lennon, che gli dà il suo marchio distintivo attraverso la struttura, il suono e un’interpretazione vocale di straordinaria intensità. La conclusiva I’ll Be Back torna ad un’atmosfera più rilassata, al suono acustico e alle meravigliose rifiniture di George Harrison, che qui utilizza, probabilmente, la Gibson J160. Ancora opera di John Lennon, la canzone mostra una struttura più articolata e meno prevedibile rispetto al già elevatissimo standard beatlesiano, attirando in continuazione l’attenzione dell’ascoltatore. Questo disco, perla della prima produzione dei Beatles, viene troppo spesso dimenticato quando si parla dei dischi più importanti della storia del rock, perché unisce genialità, varietà e freschezza. Un’altra pietra miliare.

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