The Beach Boys: “Surfin’ Safari” (1962) – di Lorenzo Scala

Il lavoro. I soldi. Lo studio. Il caldo. Una fottuta pandemia. Matteo è un edonista, anarchico individualista. Qualcuno una volta ha detto: “il cuore di un anarchico sanguina sempre” ma per Matteo un cuore sanguinante non dovrebbe escludere la possibilità di provare piacere. La vita è una farsa, grottesca e tragica, l’utopia un faro per avanzare piccoli passi incerti nella sabbia del progresso etico, le catene invece sono l’accessorio che unisce le classi lavoratrici, a volte sono catene nate da menti beffarde perché sono leggere e blande, ci si abitua a indossarle, altre volte invece semplicemente spietate, strette e pesanti. In quest’ottica il piacere può essere considerato da qualche malizioso intellettuale, come una sorta di oppio, l’altro lato della medaglia per chi non riconosce nessuna mistica autorità ma preferisce piuttosto il piacere terreno. Qualcuno potrebbe dire: se provi piacere allontani la rivoluzione perché ti illudi che questa società ti permetta un godimento in realtà effimero.
Per Matteo questa è una stronzata, siamo fatti di carne e muscoli e di un cuore che pompa. Siamo fatti per godere e ognuno è responsabile di strappare con le unghie un poco di felicità dal tessuto del presente. Negli ultimi anni però Matteo è scivolato, senza neanche rendersene conto, tra le increspature del dovere, del dover fare, dimostrare, resistere. Si è sempre considerato una persona equilibrata, divisa tra lavoro, cultura, lotta e ideali libertari. Senza dimenticare il piacere, ovviamente, il collante a tenere unito il suo universo confinante con le costellazioni dei sensi. Eppure in qualche modo era successo, il piacere nell’ultimo anno si era come cristallizzato, inabissato nell’angolo oscuro dello scantinato cerebrale. Mentre guidava verso casa dopo il suo turno di otto ore, Matteo con freddo automatismo attivò la freccia e curvò la sua Ford Focus verso l’imbocco dell’autostrada. Nel momento in cui abbassò il finestrino per prendere il biglietto del casello, realizzò che non sarebbe tornato a casa. Nel suo bancomat poco più di trecento euro, un pacchetto di Camel stropicciato nel portaoggetti dietro il cambio e una bustina d’erba nel cruscotto. Occhiali da sole sul naso.
Il mondo poteva ficcarsi due dita in bocca e vomitare fiumi d’apocalisse sottoforma di virus ma per il momento non voleva pensarci. Un’euforia magnetica cominciò a sollevargli i peli delle braccia mentre l’auto raggiungeva i centotrenta, l’asfalto a scorrere sotto le ruote come un tappeto di velluto grigio. Non cercava avventura, divertimento o situazione estreme. Cercava un flusso da seguire, l’assenza di una bussola, il funerale della progettualità. Voleva perdersi e si rese conto che lo smarrimento merita sempre un’adeguata colonna sonora. “Voglio annegare dentro un disco dei Beach Boys, voglio sgretolarmi tra i cori, cavalcare l’esaurimento nervoso su una fottuta tavola da surf”.
Aprì il cruscotto, prese “Surfin’ Safari
(Capitol Records 1962), il loro incredibile album d’esordio, dodici canzoni fulminee racchiuse in venticinque minuti e lo lasciò scivolare dentro il lettore. Luce, asfalto e musica, la voce di Mike Love nella luce tiepida di un tramonto prossimo venturo, un cielo alcova d’incognite e apparentemente immemore del lockdown e del capitalismo. Il cuore di Matteo non ha mai smesso di sanguinare. Ma ora, mentre sanguina, ride. I soldi finiranno e il sogno si ripiegherà come l’ultima pagina di un libro, il sistema artificiale della produzione riprenderà a oliare gli ingranaggi. Ma ora Matteo sa solo dare gas e surfare sui momenti presenti.

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