The Beach Boys: “Pet Sounds” (1966) – di Fabrizio Medori

La musica leggera stava cambiando, le giovani star del rock’n’roll avevano subito una rapida e profonda maturazione e il pubblico era pronto per farsi stupire da nuovi suoni e nuove armonie. Lo strumento più importante nella realizzazione di un disco non era più la chitarra, ma lo studio e tutte le sue apparecchiature; la persona più importante non era più il cantante ma il produttore, colui che dirigeva le registrazioni in sala. Ovviamente non tutti potevano, da subito, percorrere queste nuove strade, perché il noleggio dello studio di registrazione incideva pesantemente sul budget riservato alla realizzazione del disco e solo pochi gruppi potevano permettersi un investimento cospicuo. Come si può facilmente immaginare in testa agli “sperimentatori” c’erano i Beatles sul versante inglese e i Beach Boys sulla sponda americana dell’oceano. Il gruppo di Liverpool aveva trovato in George Martin il produttore ideale, quello che, fino a quel punto, era riuscito a seguirne (o a condurne) l’evoluzione, da “Twist and Shout” a “Tomorrow Never Knows”, passando in poco più di tre anni dalla rapida ed efficace registrazione “live in studio” alla costruzione di brani che superavano tutte le tecniche discografiche precedenti avvicinandosi alla complessità di un’opera lirica, con i suoni dei compositori sperimentali contemporanei. La grande abilità di tutto il team di “Revolver” consisteva nell’utilizzare tutte le novità tecnologiche senza perdere neanche per un attimo la freschezza tipica del pop. I Beach Boys più che ad un produttore si affidavano al genio di Brian Wilson che da cantante e bassista del gruppo si era progressivamente trasformato nella vera e propria mente compositiva e realizzativa del gruppo californiano. Colpito al cuore dal risultato sonoro del disco dei Beatles, Brian l’aveva recepito come una sfida personale e aveva iniziato a progettare la “sua” risposta, “Pet Sounds”. Gli altri “Boys”, seppure tra molte paure, assecondarono il genio di famiglia (Carl e Dennis erano fratelli di Brian, Al Jardine il cugino e Mike Love era un amico d’infanzia) nella realizzazione del lavoro. In realtà i quattro soci non erano molto contenti di essere costantemente sostituiti da strumentisti professionisti in studio e temevano che un progetto così ambizioso potesse togliere la spontaneità e la spensieratezza che li aveva resi celebri in tutto il mondo. “Pet Sounds”, invece, divenne immediatamente il punto di riferimento sonoro per la sua epoca, un long seller senza tempo e prima fonte di ispirazione per “Sergeant Pepper” dei Beatles. Paul McCartney si accorse subito della grande importanza che Brian Wilson aveva dato al basso elettrico (che viene spesso usato in chiave melodica) ma nonostante il grosso successo di critica il disco non ebbe il successo dei suoi predecessori. Non fu certamente un fiasco, ma forse il suo ideatore si aspettava qualcosa di più e quando i Beatles gli risposero con “Sergeant Pepper” la sua psiche ebbe un fortissimo trauma e non fu capace di portare a termine “Smile” che, nelle sue intenzioni avrebbe dovuto continuare la sfida. Il progetto, oltre ai Beach Boys, che all’epoca comprendevano anche Bruce Johnston, reclutato per sostituire Brian negli spettacoli dal vivo, fu eseguito da un numero incredibile di musicisti, oltre sessanta, che suonarono, diretti da Wilson, in un numero relativamente breve di sessioni di registrazione. A parte i due strumentali, Let’s Go Away For A While e Pet Sounds, tutte le canzoni hanno versi scritti da Tony Asher su precise indicazioni di Brian Wilson e con qualche piccolo intervento di Mike Love. Tutte le musiche sono di Brian Wilson, fatta eccezione per il tradizionale Sloop John B. Tutto il disco è immerso in un’atmosfera sognante, i suoni non sono mai aggressivi e l’ascoltatore è lentamente inghiottito in un vortice di continue invenzioni armoniche e timbriche, guidato da melodie mai banali eppure sempre avvincenti, sin dal primo ascolto. Ad ogni ascolto successivo è emozionante scoprire sempre nuovi passaggi: l’attenzione si sposta continuamente tra i vari strati di una tessitura sonora ricca di suggestioni e di sempre gradevoli sorprese. Per chi volesse a tutti i costi cercare un brano di spicco consiglierei l’iniziale Wouldn’t It Be Nice e God Only Knows, piccolo riassunto delle potenzialità artistiche della musica pop.

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