The Allman Betts Band: “Down To The River” (2019) – di Claudio Trezzani

Si dice spesso che “buon sangue non mente” e, questa band, è la personificazione della massima. Essere figli di due artisti di tale calibro e talento non deve essere stato facile: soddisfare le aspettative di cognomi così pesanti ha però forgiato il carattere di questi due ragazzi. Devon Allman (figlio di Greg Allman) e Duane Betts (figlio di quel Dickey fida spalla alla chitarra di Duane, fratello del suddetto Gregg e quindi zio di Devon”) non si curano di questo, vanno dritti per la loro strada e rendono assolutamente onore (anche nella scelta del nome) alla band southern rock per antonomasia, ossia la Allman Brothers Band. Non era facile, non era scontato (anzi probabilmente lo era di più aspettarsi un disco pre-confezionato e mediocre) ma i due, assieme ad una band di assoluto talento, che vanta al suo interno il figlio di un altro membro della ABB (Berry Oakley Jr. al basso) e la partecipazione di mostri sacri come Chuck Leavell, sfornano “Down To The River” (BMG 2019), un disco di qualità elevatissima, dal forte sapore southern anni 70, assorbito dagli illustri genitori: un sound che la registrazione in presa live ai Muscle Shoals Studios ha intriso di quell’aura magica che si respira da quelle parti. Un luogo in grado di stregare così tanti artisti che fare un computo equivarrebbe a elencare i più grandi artisti rock della storia. In questi anni, che Devon Allman avesse talento ce ne eravamo accorti, ma ora con questa formazione e questo disco raggiunge probabilmente la definitiva chiusura del cerchio e possiamo dire con certezza che la Band è la depositaria più credibile di quel suono southern rock fatto di chitarre che si intrecciano, di una ritmica unica e un sapore che non assaporavamo da tanti, troppi anni. Risulterò blasfemo ai fan duri e puri, però nemmeno le versioni della Allman Brothers Band con Warren Haynes e Dereck Trucks alle chitarre erano riuscite a creare un suono così vicino a quello originale. Certo, è vero, i due fenomenali genitori erano altra cosa… genio allo stato puro in grado di inventare questo suono dal nulla, ma l’eredità, se la strada sarà questa, è in mani sicure e meritevoli. Il primo brano, All Night, ci immerge subito in un rock molto sporco che ha nel lavoro delle chitarre il suo punto di forza: non c’è voglia di stupire o di essere per forza originali, ma tanto tantissimo talento; e poi c’è la magia che l’acqua del fiume Tennessee porta in abbondanza. L’incipit del secondo brano, Shinin’, è quanto di più vicino al sound delle chitarre dei loro padri: non è una copia carbone, ha carattere e l’ispirazione è cristallina. La title track è la ragione per cui certe canzoni possono nascere solo qui e in questi studi di registrazione: qui acquistano quella magia impalpabile e inspiegabile a parole; la voce poi è davvero convincente quasi soul. Le vette del lavoro sono però le due canzoni più lunghe, con quel sapore di jam session tanto caro alla ABB che qui torna e ci riporta indietro nel tempo: Autumn Breeze è un gioiello di scrittura southern, atmosfera rarefatta, chitarre e assoli incastrati alla perfezione. Canta Betts ma la voce non è da meno della principale e il brano, nonostante i quasi 9 minuti non annoia… e il finale di assoli che si intrecciano fa rimpiangere i bei tempi che furono fra il Fillmore East e il West. Arriva poi Long Gone (oltre 6 minuti) che chiude il disco: una splendida ballata del Sud, con chitarre, tastiere e due voci ad accompagnarci in un viaggio virtuale fra due famiglie che hanno fatto la storia della musica. Citazione per la dedica al grande Tom Petty, con una versione da applausi di Southern Accents: scelta azzeccata e coraggiosa. Da non trascurare la bellissima Melodies and Memories, che sconfina nel country rock e, grazie alla slide, ritorna nelle campagne della Georgia, e Good Ol’ Days, altra ballata nostalgica, sospesa tra slide-guitar e atmosfere del passato. C’erano parecchi rischi, parecchi dubbi: essere figli d’arte (e che arte) e non deludere non è mai facile, ma Duane Betts e Devon Allman riescono nell’impresa e ci regalano uno dei dischi southern rock più belli degli ultimi anni: il fatto che questo faccia pensare al passato lo riteniamo uno dei pregi migliori… Anche perchè il passato è di quelli da leggenda.

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