“Thapsos”: penisola Magnisi – di Flavia Giunta

Non si finisce mai di conoscere la propria terra. Per quanto si tratti, nel mio caso, di un’isola – la Sicilia – e pertanto di uno spazio finito, la diversità di paesaggi e territori si snoda in così tante maniere che non basterebbe una vita a percorrerla ed apprezzarla nella sua interezza. Ci sono molti modi per conoscere luoghi mai visti prima: informazione, guide turistiche, fotografie, la curiosità o semplicemente il caso. Un caso, come quello che mi ha condotta alla penisola Magnisi, in prossimità dell’abitato di Priolo Gargallo (SR); se fosse stato altrimenti, probabilmente non avrei mai conosciuto quest’area e la sua bucolica bellezza. L’autostrada Catania – Siracusa è una sottile striscia che incide una ferita nelle ampie pianure alluvionali del Simeto e della zona di Lentini, prima, e nelle cave fluviali sottostanti i monti Climiti, più avanti. Guardando fuori dal finestrino del Land Rover, il paesaggio si presenta come una dicotomia fra uomo e natura: un contrasto fra la vegetazione rigogliosa (a destra) e le industrie (a sinistra); campi da cui si ergono altissimi tralicci, che però le cicogne hanno saputo sfruttare come posatoi su cui nidificare. La Natura, la madre di tutti noi, con discrezione torna ad occupare il poco spazio che le abbiamo lasciato nella nostra folle espansione. L’odore penetrante proveniente dallo stabilimento petrolchimico di Priolo-Augusta cozza con l’immagine che si crea nella mia mente, alle parole del mio professore alla guida della vettura: “Milioni di anni fa, qui scorrevano enormi fiumi” dice, indicando le gole fluviali che si aprono alla nostra vista. Insieme a lui e alla dottoressa sua assistente ho percorso questo tragitto numerose volte, ma c’è sempre qualche particolare nuovo da notare. La nostra meta è una delle due aree in cui effettuo i monitoraggi che stanno alla base della ricerca che costituirà la mia tesi di laurea magistrale, di ambito naturalistico: è questo il caso fortuito che menzionavo prima. Frequentando un luogo sconosciuto si impara a carpirne i segreti e ad apprezzarne le sfumature, fino a vedere ciò che un osservatore superficiale non noterebbe mai. Siamo quasi arrivati: oltrepassato il centro abitato, alla nostra destra si estende il recinto che separa le Saline di Priolo e i loro fenicotteri dalla strada. Poi, l’istmo: un sottile tombolo di terra che fa sì che Magnisi resti una penisola e non un’isola. Il braccio di mare visibile ha un colore blu zaffiro indescrivibile, ma le ciminiere sullo sfondo del golfo a occidente acuiscono il contrasto, rendendo il paesaggio quasi post-apocalittico. Percorso l’istmo, la nostra destinazione ci accoglie e ci dimostra che non dobbiamo mai fidarci della prima impressione. Dico questo perché, al primo sguardo, si ricava un’idea di abbandono e decadimento che sotto certi aspetti corrisponde al vero; cumuli di cenere di pirite da un lato della stradella, la vecchia fabbrica di bromo della “ES.PE.SI.” dal lato opposto. Poco più in là, oltre una recinzione ben chiusa, dei tetti di lamiera immersi nella vegetazione alta e selvaggia. Non si direbbe mai che, sotto quei capannoni tristi e inaccessibili, giacciano i resti archeologici di un’importante civiltà protostorica. Il significato della parola “Thapsos” indica un “approdo sicuro”, ed è quello che effettuarono gli antichi Greci quando approdarono in Sicilia proprio in questa zona, sfruttando la peculiare morfologia della penisola che ha un andamento parallelo alla costa e si sviluppa da nord a sud per circa un chilometro, creando due golfi grazie al sottile istmo che la unisce alla terraferma. Ma la landa che trovarono non era stata sempre disabitata: la cosiddetta “civiltà di Thapsos”, risalente alla prima età del bronzo, ci ha lasciato una necropoli e una consistente produzione di ceramica decorata, conservata nei musei. E’ tutto ciò che rimane di un periodo florido; adesso il sito archeologico è chiuso al pubblico e la vegetazione incolta nasconde tutto alla vista. Quelli della cultura di Thapsos sono stati solo i primi dei tanti interventi dell’uomo sulla piccola ma tormentata penisola: bunker della Seconda Guerra Mondiale, una torretta di controllo, un capannone per il fieno, la fabbrica, queste e altre costruzioni sparse si sono susseguite e sovrapposte nel corso delle epoche. Ma, allo stesso tempo, la colonizzazione della zona non ha mai superato un certo limite; l’uomo è sempre stato come l’ospite indesiderato di un territorio diverso dai circostanti, in cui il tempo sembra essersi fermato. Questa piattaforma di terra alta diciotto metri e ampia circa un chilometro quadrato appare distaccata dalla nostra dimensione. Me ne rendo conto appena la vettura termina la sua salita lungo la stradella, si ferma vicino al capannone e io, il professore e la sua assistente scendiamo: che cos’è a darmi la sensazione di trovarmi dentro una bolla di vetro? Lo capisco dopo un po’: sono i sensi ad essere ottenebrati. Lo sguardo si perde lungo la distesa gialla e piana delle graminacee, a perdita d’occhio; il calore del sole a picco crea quel gioco di illusioni ottiche all’orizzonte che solo chi ha camminato in un campo del Sud in estate conosce. Le mucche che pascolano in lontananza sono puntini colorati che vibrano. Nessun odore dallo stabilimento poco distante riesce a raggiungerci, grazie al vento; alle nostre narici arrivano l’essenza pungente delle piante aromatiche e quella terrosa degli animali al pascolo, amalgamate sullo sfondo salino dell’odore del mare. Ma soprattutto i suoni contribuiscono all’atmosfera da confini della realtà: nessuna traccia del traffico, nessun rumore sintetico di motori o aeroplani; solo onde, e il canto delle decine di specie di uccelli che vivono o passano da qui. Il richiamo flautato delle numerose cappellacce; lo scoppiettio allegro della calandra che controlla il suo territorio volando in alto prima di piombare per terra; i passeri, le gazze, qualche gabbiano in lontananza. E’ in questa aria ovattata che intraprendiamo il lavoro che ci attende. Tra un’attività e l’altra, la curiosità mi porta con lo sguardo verso il basso, a distinguere le piante che fanno da tappeto ai nostri passi nonché i loro minuscoli abitanti. Tutta la zona è caratterizzata da vegetazione bassissima; pochi sono i perastri che si ergono a far da posatoio agli uccelli. Per il resto, cespugli profumati e tanti fiori. Qua una Silene; qua una piccola distesa rossa e viola di Sedum; il timo con il suo aroma inconfondibile. Gli insetti volatori si affaccendano tra una corolla e l’altra, mentre i camminatori brulicano tra i sassi fuggendo dal nostro calpestio. Le pietre biancastre e coperte di licheni sono fitte di acari rossi; il ronzio continuo delle api accompagna le nostre passeggiate fra l’erba alta e le mosche ci si appiccicano addosso nelle ore più calde. Altri piccoli gioielli che il suolo regala sono le tantissime conchiglie, non solo sulla costa ma anche nell’entroterra; me ne riempio le tasche, che divengono più pesanti man mano che il giorno procede. In cielo, poche nuvole di passaggio sospinte da un vento pigro. E’ quando il sole si appresta a tramontare che la penisola Magnisi acquista i suoi colori più belli. L’oro dell’erba secca sembra farsi più intenso, contrapponendosi al bronzo del terreno farinoso; il mare è ancora più blu, e le onde che si infrangono sugli scogli hanno un candore pari a quello della neve, quasi fuori luogo in un ambiente così caldo. Più il sole cala dietro il promontorio, più la vita che anima la penisola inizia a farsi sommessa e discreta. Gli insetti non ronzano più, gli uccelli si ritirano nei loro nidi e noi ci affrettiamo a concludere il lavoro prima che faccia buio. Allo stesso tempo, accade qualcosa di impercettibile: un altro tipo di fauna comincia a risvegliarsi dal suo torpore; piccole creature che escono solo di notte e i cui rifugi resteranno per sempre segreti. Uccelli crepuscolari iniziano a far sentire il proprio canto mentre i loro parenti di altre specie vanno a dormire. Ma questa è una storia che non potrò raccontare, perché il nostro compito per oggi è stato portato a termine: carichiamo gli strumenti di lavoro sul Land Rover e andiamo via, lasciando il luogo intatto e imperturbato, come se non ci fosse mai andato nessun essere umano e le costruzioni fossero un bizzarro scherzo della Natura; la penisola continuerà la propria esistenza pacifica, sussurrata e incurante nell’attesa della nostra prossima visita.

Foto e articolo di Flavia Giunta© RIPRODUZIONE RISERVATA

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