“Thanks God for the Groundhogs” – di Magar

Londra 1962. Bastano il luogo e l’anno per circoscrivere un momento incredibile per la storia del rock: il 12 luglio, al Marquee Club di Oxford Street fanno il loro esordio i Rolling Stones; mentre l’11 settembre, in una sala d’incisione della Emi, i Beatles registrano il loro primo 45 giri: Love me do. La capitale britannica è un ribollire di cose nuove, l’arte, la moda e la cultura in generale vengono rinnovate con una progressione che si rivelerà inarrestabile, in grado di sovvertire i canoni classici ai quali tutti erano strenuamente aggrappati. Anche gli Stati uniti subiranno in qualche modo questa sorta di rivoluzione, che con il nome di British Invasion darà luogo a mutamenti epocali, venendo di fatto trasportati in una nuova era. Nel tempio della musica beat tuttavia accade anche dell’altro: il British Blues si muove con estrema sollecitudine, e se Alexis Korner è già un nome conosciuto, assistiamo parallelamente al fiorire di una grande quantità di gruppi che da illustri sconosciuti evolveranno in un vero e proprio movimento di importanza globale. Tra questi ci sono anche The Dollar Bills, band formata dai fratelli Pete e John Cruickshank, nativi di Calcutta e desiderosi di dare sfogo alle loro pulsioni giovanili, scaricando rabbia e frustrazione in un suono nel quale iniziano a riconoscersi. L’arrivo di Tony McPhee, chitarrista di indubbio valore, ne compatta il sound, indirizzandolo decisamente verso quel Blues Rock che sta prepotentemente cercando di emergere contrapponendosi con il suo carattere ruvido e sporco alle più semplici melodie beat. Cambiano il nome, assumendo quello di Groundhogs, mutuato dal classico brano Groundhogs Blues di John lee Hooker, diventando una delle tante Band on the Road, senza incisioni alle spalle ma in grado di reggere il palco assieme ai nomi illustri che risplendono nella sommersa galassia Blues. Vanno in tour con Hooker nel 1964, poi con Little Walter, Jimmy Reed, Champion Jack Dupree, grandi artisti che arrivano nella terra di Albione esportando l’anima del Blues. Se da una parte dell’oceano i giovani americani entrano in contatto con il beat inglese, dall’altra quelli inglesi familiarizzano con la Musica del diavolo, che trova terreno fertile al pari delle fangose lande del delta del Mississippi. Bisognerà però attendere il 1968 per vedere la Band in sala d’incisione. Le cose sono cambiate, il beat si è evoluto in qualcosa sempre più sperimentale, e l’era psichedelica sta per lasciare il posto a ideologie musicali totalmente diverse, destinate a sfociare da una parte nel progressive, e dall’altra nell’hard rock.
I Groundhogs, che attraverso vari cambi di formazione, hanno trovato un assetto più o meno stabile, dando alle stampe il loro primo Album, “Scratching the Surface” che vede Tony McPhee alla chitarra, Steve Rye all’armonica, Peter Cruickshank al basso e Ken Pustelnik alla batteria. Registrato presso i celeberrimi Marquee Studios di Londra, esce per la Liberty Records. Il disco è un solido lavoro di British Blues classico, in grado di fertilizzare il già ricco terreno inglese che, di lì a poco, vedrà germogliare realtà come i Led Zeppelin. Già dal successivo lavoro però, il gruppo abbandona la strada principale, scegliendo una deriva che porta dritta verso quei territori Hard che caratterizzeranno gli anni successivi; con l’emblematico titolo di “Blues Obituary”, McPhee e Soci lasciano intendere di voler abbandonare il classico suono Blues, dando spazio a nuove sonorità che sentono più vicine. La strada è quella giusta ovviamente, e il seguente “Thank Christ for the Bomb”, del 1970, è il manifesto programmatico del nuovo suono della Band, stabilizzatasi ormai nella classica formazione Power Trio. Uscito solo un mese prima dell’esplosivo “In Rock” dei Deep Purple, l’album ottiene un lusinghiero successo di critica e di pubblico, raggiungendo la nona posizione nella classifica inglese, proiettando la Band nell’olimpo dei grandi. L’espressività dei Groundhogs raggiunge l’apogeo con “Split”, del 1971, che arriva fino alla posizione numero 5 della classifica, regalando al gruppo una notorietà forse non del tutto attesa. Mick Jagger li vuole in tour con gli Stones, e il gruppo entra in contatto con la parte più complessa del Rock, quella che dai piccoli club porta direttamente alle grandi arene con migliaia di fans ma che, contemporaneamente, esige il rispetto delle sue rigide regole. La Band sembra comunque in grado di reggere il colpo, e il successivo “Who Will Save The World?” del 1972, è ancora un disco in grado di entrare in classifica raggiungendo la posizione numero 8. I musicisti però sono già alla ricerca di altro, convinti di poter dare nuova linfa alla loro musica scegliendo di avvicinarsi a tematiche prog che in realtà non si addicono loro.
I Seguenti “Hogwash” del 1972 e “Solid” del 1973  ne decretano il declino, rapido quanto la scalata al vertice; e neppure i successivi tentativi di McPhee di riformare il gruppo e di rinverdirne i fasti sono baciati dal successo: il nome Groundhogs finisce in quella terra di mezzo che solo i nostalgici e i cercatori d’oro sono soliti frequentare. Eppure anche loro hanno brillato intensamente, costituendo uno dei mattoni mediante i quali il solido muro del rock è arrivato fino a noi. Tutto sommato, se ancora non vi siete imbattuti in questa Band, provate a cercarla nei sopracitati territori, non rimarrete delusi.

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