Terry Kath: coraggio e incoscienza – di Capitan Delirio

Terry fa girare le corde della chitarra con la stessa abilità con cui fa girare il caricatore della pistola. O forse è meglio dire: fa girare il caricatore con la stessa abilità con cui suona la chitarra. Ogni pezzo che esegue è un successo, fin da subito. Quando si formano i Chicago con il nome di The Chicago Transit Autority ha soltanto ventuno anni e quando esce il doppio album omonimo nel 1969 ne ha ventitré ed è già considerato uno dei più grandi musicisti al mondo. Il doppio album non scala le classifiche, però è molto apprezzato nei circuiti underground e da molteplici radio locali che ne sanciscono l’affermazione. La proposta musicale dei Chicago Transit Autority è decisamente accattivante, con una potente sezione fiati affidata soprattutto a James Pankow al trombone e Lee Loughnane, una pirotecnica sezione ritmica con Walter Parazaider ai legni e l’eclettico Denny Seraphine alla batteria, sostenuta dal basso elettrico di Peter Cetera; e qui subentra un’altra loro caratteristica peculiare, il bassista e il tastierista Robert Lamm sono intercambiabili dal punto di vista vocale e si alternano nel corso dei brani con quella che dovrebbe essere la voce principale, cioè quella di Terry Kath. Il primo omonimo doppio album è un capolavoro di complessità che evidenzia le capacità autoriali di tutta la band, in grado di affrontare tematiche sociali e impegnate e sfornare un esaltante Rock And Roll ma, soprattutto, pone in risalto l’abilità compositiva di Terry Kath (subito apprezzabile in Introduction, il brano di apertura) che sa combinare Rock, Funk, Progressive, Jazz e Fusion; pone in risalto, inoltre, la sua voce, segnata dal graffio e dalla profondità Soul, e soprattutto il suo carisma di chitarrista esplosivo nel brano Free Form Guitar, una sperimentazione sonora tutta giocata sui volumi e le distorsioni. Quando nel 1970 esce “Chicago”, come il nome definitivo della band, è già un successo planetario. Terry ha soltanto ventiquattro anni e il successo raggiunto ad una età così giovane è sempre difficile da gestire per una personalità sensibile come la sua. Dopo i picchi di adrenalina che lo proiettano in alto, il più in alto possibile, per gestire la depressione compensativa che invece trascina giù, in baratri sempre più asfissianti, si affida all’uso e poi all’abuso di sostanze e alcol. Contemporaneamente sviluppa un certo amore per le armi, le pistole in particolare. Probabilmente è il pericolo ad attirarlo. Il rischio che prevede una certa dose di coraggio e incoscienza. Coraggio e incoscienza che mette nelle sue composizioni, nel suo modo di suonare e nel trascinare la band. Giocare con le pistole è un azzardo, una scommessa elettrizzante, una roulette russa continua che lo tiene in vita. Così come è un azzardo, una scommessa sempre più grande la proposta musicale che negli anni produce un successo sempre crescente. Successi tali da non prevedere neanche di cambiare il titolo degli album, basta una semplice numerazione. Ad un numero più alto si presenta un successo ancora più grande. Così è per “Chicago III” (1971) o per “Chicago V” (1972), per “Chicago VII” (1974) o ancora per “Chicago X” (1976), praticamente uno ogni anno, in studio e soprattutto dal vivo. Sul volto di Terry si vede tutta la sua passione, la voglia e la necessità di sentire il sound e di farlo sentire ai suoi ascoltatori, di trasmettere questo coraggio e questa incoscienza con il cuore oltre ogni ostacolo. Fino al gennaio del 1978, pochi giorni prima del suo trentaduesimo compleanno. Una di quelle feste come ce ne sono tante quando si fa parte dello starsystem; si tiene a casa dell’amico Don Johnson e vi si reca con la moglie. Inutile dire che è una di quelle occasioni in cui per sopperire al senso di inadeguatezza si esagera con l’alcool, per compensare quella maledetta depressione che lo porta giù ha bisogno di forti dosi di sostanze che lui pensa di saper gestire. Il pomeriggio è lungo e manca molto prima che possa scendere la sera, mentre il tasso alcolico è già molto alto come le cicche spente nel posacenere. Per sentirsi vivo deve giocare con una pistola, deve sentire delle scosse vitali, dei brividi galvanizzanti, e la padroneggia come padroneggerebbe la sua chitarra con tutto il coraggio e tutta l’incoscienza che possiede, davanti agli occhi della moglie. Don Johnson gli urla più volte di stare attento. Terry risponde che la pistola è scarica e sta lavorando ad un progetto a cui tiene moltissimo, non ha per niente voglia di morire, ma punta la pistola alla tempia, nell’ennesima roulette russa della sua vita, e preme il grilletto. Un proiettile è rimasto in canna e gli fa saltare le cervella. Questa volta ha vinto l’incoscienza ed è così che lui ha voluto. Se non fosse successo in questa occasione, sarebbe stato così per ogni minuto della sua fortunata e fottuta esistenza: una continua roulette russa con il destino. Inutile dire che dopo la perdita di Terry i Chicago non saranno più gli stessi nonostante continuino ancora la loro attività. Inutile dire che la sua figura negli anni sia stata dimenticata ma, per un’ennesima scommessa con il destino, grazie all’impegno dei suoi estimatori e, soprattutto, della figlia (Michelle Kath Sinclair aveva soltanto due anni quando lui è morto) che ha ricostruito la figura del padre in un documentario (“The Terry Kath Experience” del 2006) adesso il suo talento sta trovando nuova luce per essere finalmente riconosciuto come uno dei più grandi chitarristi del mondo.

Illustrazioni: Roberta Tarquini © tutti i diritti riservati 
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