Terra Santa: l’incomprensibile “Status Quo” – di Girolamo Tarwater

Giorni fa – ormai l’anno passato  – per caso (molto per caso: non ero a casa mia e guardavo distrattamente la TV) in uno dei programmi che non temo di definire tra i più inutili (e pretenziosi, va da sé) c’era Gigi Proietti, che ho scoperto tutto d’un colpo senza il nero corvino dei suoi capelli. Eravamo sotto le feste (espressione micidiale che dà il senso di fatale incombenza) e il buon Gigi partecipava a una specie di gioco in cui si facevano gli auguri per l’anno a venire con una parola. Quella scelta da lui (azzeccatissima) era “però”. Un modo per agganciarsi a una frase senza finirla, rilanciando il discorso verso altre pieghe, un gioco a rimpiattino. Se non ricordo male lo preferiva al più perentorio “ma”, un avversativo troppo deciso e poco conciliante. A questo più nazional-popolare “però” vorrei aggiungere una congiunzione che declina l’avversativo in modo ancora – forse – più sfumato. Si tratta di “nondimeno” che apre tutto un mondo stupito di correlazioni. La Treccani ce lo presenta così: “Ha valore avversativo-limitativo, e serve a introdurre una proposizione nella quale si afferma che un determinato fatto non viene impedito da quanto è enunciato precedentemente; può essere anteposta o interposta alla frase a cui appartiene; corrisponde quindi a tuttavia, pure, ciò nonostante, dei quali è meno frequente: non è un’aquila, n. riesce a cavarsela. In corrispondenza con una cong. concessiva (benché, quantunque, ecc.): quantunque io conosca la mia insufficienza, n. ardisco pregarla… (Leopardi)”.
Paradossalmente il tratto avversativo perde il suo valore aggressivo per aprire un campo inatteso, una nuova possibilità concessa, nonostante – appunto – le premesse e il valore limitativo si volge, quindi, nel suo contrario: non chiude ma (ri)apre. Quasi una nobile schermaglia in cui l’obiettivo non sia di sminuire l’avversario, ma di suggerirgli un qualcosa di altro, di più. Quante volte ci troviamo a giocare al ribasso! Ecco, invece – col “nondimeno” – una logica elevante, che suggerisce un esito inatteso, qualcosa che non è di meno, un di più che, seppure diverso, non è estraneo alla premessa. A questa logica graziosa, vagamente demodé (come del resto la “gratia elevans”), ne vorrei abbinare un’altra, apparentemente contraddittoria, la logica dello scompiglio, del sovvertimento, del sottosopra. In questo caso gli elementi del discorso perdono la loro armonia e smettono di essere coordinati. Ciò che ne esce è un senso di smarrimento, di perdita di orientamento. Se il “nondimeno” a suo modo riordina l’esperienza in una direzione precisa, il “sottosopra” manda tutto all’aria, lasciando in giro frammenti disordinati, spiazzando chi si aspetterebbe di trovare un ordine. È la dimensione tragicomica del carnevale che ogni festa si porta via, anche se oggi siamo sempre in festa, sempre in crociera, sempre fuori, sempre a divertirci. Pascal e Kierkegaard vanno ormai bene solo per i Baci Perugina. Ma qualcosa capita sempre che ci manda – e spesso è un colpo basso, inatteso – sottosopra. Sono questi due atteggiamenti interiori, del parlare come del sentire, che mi hanno accompagnando in queste feste natalizie ormai passate e volgenti al Carnevale. Credo sia propria dell’esperienza cristiana (e del pensiero, contemporaneo e marginale, in cui si articola) questa inflessione quasi avverbiale, che volga il discorso dalla sostanza agli accidenti, in cui (nondimeno) questa stessa sostanza non smette di donarsi alla nostra esperienza. Il mistero dell’incarnazione scardina le nostre certezze ma nello stesso tempo apre uno spiraglio (“The time is out of joint: O cursed spite, / That ever I was born to set it right!). Il primo Natale dopo essere stato per la prima volta in Terra Santa dovrebbe essere qualcosa di speciale. E così è. Nondimeno, ciò avviene in un tourbillon di emozioni e pensieri che mi lascia un po’ a soqquadro.
Tre immagini si vanno a comporre quest’anno nella mia mente, anche se sembra più uno scontro che una composizione, come un simbolo i cui pezzi, deflagrati, non smettano non so se testardamente o disperatamente di richiamarsi anelando – fosse pure solo come nostalgia – una sintonia che per quanto infranta porteranno per sempre scritta dentro. Tre immagini in cui passato e presente, bellezza e squallore, storia e metastoria, memoria e speranza si dicono in questo presente, oggi, Anno Domini 2020. Da una parte testimoniano una logica sovversiva che lotta strenuamente per far deflagrare ogni ambizione di discorso ben conchiuso; dall’altra – proprio in questa desolazione – non smettono di instillare una sorpresa, un brivido, un palpito da cui (ebbene sì, non si arrenderà mai) ripartire, di cui vivere. Le tre immagini hanno a che fare con Betlemme, con quanto i Vangeli dicono di questo luogo e della gente che si trovò da quelle parti più di 2000 anni fa, e anche della gente che oggi continua a ritrovarsi nella città di David. Tre immagini, una vecchia, molto vecchia, una attuale, ahimè sempre attuale, una senza tempo. Ma in realtà si potrebbero mischiare e una si troverebbe ad un certo punto a suggerire quello che un’altra sembra dire più chiaramente. La prima immagine è quella degli angeli musivi, stupendi di luce e di forme, quasi in danza, nella navata della Basilica della Natività. Una processione che, in alto tra le finestre, sembra non aver nulla a che fare con le fanfaronate popolane che le nostre processioni sono diventate, una caciara dionisiaca che nulla sembra spartire con l’eleganza di queste figure celesti che sono invece dionisiane, nelle loro gerarchie liturgiche, terrestri e celesti. Perché qui, a Betlemme, cielo e terra si sono incontrati, ma anche scontrati. Questi esseri spirituali elevati fanno parte dell’esercito celeste, sono inseriti nelle supreme gerarchie. È quanto mai curioso, perciò, che questi bellissimi mosaici di epoca crociata (e mettiamoci dentro tutte le possibili implicazioni storiche, culturali, militari, politiche, economiche, teologiche – ma sì mettiamoci pure quelle – e chi più ne ha, più ne metta, pro e contro tutto e il contrario di tutto), siano stati riportati alla luce in occasione di uno dei momenti più drammatici vissuti negli ultimi anni in Basilica.
Si tratta dell’assedio alla Basilica stessa del 2002, quando l’esercito israeliano cercò di stanare un gruppo di militanti palestinesi asserragliati nel luogo dove nacque Gesù, quello che dovrebbe essere un luogo di pace e in cui, invece, i cristiani stessi da secoli non smettono di litigare o di guardarsi in cagnesco, tanto che sono stati i musulmani a doversi fare garanti di quella cosa stranissima e complicata (almeno per uno come me che viene da fuori) che è lo “Status Quo”, estemporanea miscela di equilibri e tensioni. Fatto sta che l’assedio del 2002 lasciò le sue ferite  e cicatrici non solo su chi ne fu coinvolto, ma anche sull’edificio stesso. Del resto, uno degli aspetti che rende così interessanti e affascinanti i santuari è la capacità di assorbire la storia e il vissuto di pellegrini e viaggiatori (e nel caso della Terra Santa, in misura forse ancora più determinante, popoli ed eserciti, con tanto di devastazioni e scempi). E così dai finestroni non entrò solo la luce in quella primavera di fuoco ma pure proiettili che non ferirono solo uomini (palestinesi e non) ma i muri stessi; e fu proprio in questa occasione (visto che a motivo dello “Status Quo” è sempre stato molto complicato intervenire sull’edificio) che qualcosa iniziò a brillare proprio da questi fori, una breccia inattesa verso un passato luminoso di cui si era persa traccia. Da un casino militare, politico, diplomatico (in una realtà già incasinata di suo per la sua storia, sia religiosa che politica) è uscito qualcosa di straordinariamente bello. Ne valeva la pena? Chi lo sa, ma i fatti intanto sono questi.
Quello che doveva essere (e lo è) un esempio straordinario di arte cristiana senza tempo in uno dei luoghi simboli del cristianesimo è impastato di storia e di violenza, come se la luce e l’oro, l’eleganza delle forme, non potessero esistere senza gli intonaci e le carne trapassate dai proiettili; quanto di più spirituale ed elevato sopra la terra (nelle sue perfette volute circolari celesti) e quanto di più ferito, umiliato, sanguinante. Nascosti, quegli angeli hanno vegliato per secoli e hanno atteso, con pazienza, il trauma che li avrebbe resi di nuovo visibili, quegli angeli che nel Vangelo a Betlemme (qui, proprio qui) lodano Dio e cantano la pace in terra. Nel 2002 durante l’assedio il loro canto era non solo nascosto da vecchi intonaci ma pure sommerso dai fischi dei proiettili e dalle grida dei miliziani di opposte fazioni. Non smascherano questi angeli eterni le contraddizioni del nostro mondo, ma non solo dall’alto, attraversandole? Queste immagini, del resto, hanno superato indenni le terribili distruzioni persiane (che si erano riconosciuti nei Magi!) e sono esse stesse un miracolo di sopravvivenza. In questa storia incistata di cicatrici si colloca la mia seconda immagine, ancora più attuale, decisamente hype. “The Scar of Bethlehem” di Banksy è una cicatrice mediatica e ricolloca – per così dire – i buchi dei proiettili della Natività nel muro che proprio dal 2002 gli israeliani hanno cominciato a costruire. L’immagine riesce ad essere insieme laconica e kitsch, con una natività decisamente bruttina, probabilmente made in China, collocata davanti a 5 squallide lastre di cemento, frammento del muro di separazione,  con al centro, in alto, una stella formata dalla deflagrazione di una bomba.
Banksy con le immagini ci sa proprio fare: pochi elementi incisivi congegnati ad arte. Uno stile essenziale che va al sodo per una denuncia che rischia, con l’andar del tempo, di essere più social che sociale. Che differenza tra questo squallore (che nondimeno ha la sua eleganza; la stella porta quasi la firma del suo fattore, col suo biancoscuro tetrapuntato) e i mosaici della Basilica della Natività. Eppure entrambe le opere d’arte hanno a che fare con gli stessi snodi drammatici di una umanità sempre in guerra, che sempre distrugge eppure qualcosa riesce sempre a salvare. Un buco di arma da fuoco è trasfigurato o meglio traslato in stella cometa, un buco di luce che porta i Magi a Betlemme, in un susseguirsi senza fine di eterogenesi dei fini. La terza immagine, un po’ più laterale, è quella dei beduini che ho visto nella salita da Gerico a Gerusalemme. Si tratta di accampamenti  molto rudimentali che contrastano quasi fastidiosamente con le mura degli iperfortificati insediamenti israeliani che continuano a spuntare un po’ dovunque in quelle stesse lande inospitali, di rocce e sassi. Sono pastori che richiamano per le loro condizioni le nostre campagne più retrograde di cinquanta e passa anni fa, senza luce né fogne, con una vita essenziale e di simbiosi con gli animali. Alcuni li abbiamo incontrati per strada nelle vesti di poco aggraziati commercianti. Sarà poco politically correct  ma l’impressione che danno è quella di rudi ignoranti e puzzolenti, ma (e questo è un aspetto che sfugge a ogni nostra logica evolutiva e progressista) fieri di esserlo, anzi tenaci. Loro hanno scelto di restare nel loro ambiente, per noi ostile e inospitale, ma che per loro è vitale, il “loro” ambiente, quello che, probabilmente, un pezzo alla volta gli verrà sottratto, anche se non è da essere troppo sicuri dell’esito. Anche qui una storia di violenza e violazione che si impone muta, su una scacchiera in cui le pedine avanzano senza trovare resistenza. Le regole del gioco, del resto, le fanno i più forti.
Quest’anno leggendo la pagina lucana della nascita di Gesù quando si parla dei pastori non ho potuto non pensare a loro. Ultimi, indocili, ignoranti e poveri, sporchi, senza una città vera e propria, nomadi: vanno cocciutamente per la direzione opposta a quella che il nostro mondo sempre più urbanizzato ha preso. Nondimeno sono loro i primi destinatari del vangelo angelico. Come possono stare insieme gli angeli splendenti e luminosi e questa gente così terra terra? Ma non solo. Una delle cose più sorprendenti del racconto di Luca è che, dopo essere andati a Betlemme (quando gli angeli se ne sono tornati in cielo, in excelsis), i pastori sono elevati addirittura alla dignità di angeli. Le due cose, infatti, che gli angeli fanno nella loro apparizione notturna (e sono un esercito) sono lodare Dio e rendere a lui gloria. Queste, alla fine, sono le cose a cui sono abilitati i pastori: se ne vanno, anche loro, lodando e glorificando Dio. Gli esseri più alti della gerarchia del creato e quelli più in basso delle gerarchie umane si scambiano il posto, quello che prima fanno i primi, ora solo gli ultimi a poterlo fare. Quasi inavvertitamente il mondo è messo sottosopra. Questo riesce a mettere in scena il Natale. Questa inesauribile capacità iconica che sgorga dal mistero dell’incarnazione è uno stimolo a trovare nel nostro presente qualche frammento, qualche cicatrice, qualche spiraglio di una storia che non si lascia mai ingabbiare completamente. Ci racconta di qualcosa o qualcuno e nello stesso tempo va oltre. Mischia immagini facendole proprie e/o imparando da esse qualcosa del mistero che le abita e le trapassa.

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