Terra Lightfoot: “Live In Concert” (2017) – di La Firma Cangiante

La canadese Terra Lightfoot si è fatta le ossa calcando i palcoscenici di mezzo mondo, prima insieme ai Dinner Belles, poi per conto suo. Accompagnata da musicisti e amici, ha scaldato le serate dei suoi fan in tutto il Canada, nei vicini States e nella più lontana Europa, dando vita a un tour de force che le è valso la Road Gold Certification, un prestigioso riconoscimento che, nella sua terra natale, viene assegnato agli artisti che in meno di un anno riescono a far staccare almeno 25.000 biglietti per i loro concerti. Numeri importanti, quindi, per una cantante lontana dalla mentalità del grande carrozzone e dei big show messi in piedi dalle più famose rock band. Dopo il grande successo del tour a supporto di “Every time my mind ruins wild”, album del 2015, Terra Lightfood decide di immortalare quella che è la sua vera anima, quella live, registrando su disco i due show tenutisi ai LiveLab della McMaster University di Hamilton, a due passi dal lago Ontario. La scaletta dei pezzi proposti ricalca più o meno la tracklist del precedente album da studio; tuttavia, per rendere questa incisione una vera celebrazione, Terra Lightfoot ha deciso di ri-arrangiare i brani e proporli al pubblico con l’ausilio della National Academy Orchestra of Canada, con risultati a dir poco entusiasmanti. Terra imbraccia la sua Gibson, si mette al centro del palco e subito la sua voce e la sua chitarra diventano protagoniste assolute in uno show dove i componenti dell’orchestra, i fiati, gli archi, svolgono una funzione complementare, mai invadente ma sempre avvolgente, capace di arricchire con la discrezione degli arrangiamenti, deliziosi pezzi già perfetti nella loro versione da studio. Sotto la direzione di Boris Brott, la National Academy Orchestra si mette a servizio di Terra Lightfoot divenendo grandissimo valore aggiunto, riuscendo a evitare qualsiasi accenno di pomposità e magniloquenza: così, le splendide canzoni di Terra, semplici, dirette e impregnate di un amore quotidiano, non vengono mai snaturate ma restituite al pubblico con qualche pennellata di colore in più, sfumature su una tela già equilibrata e calda. Si apre con l’atmosfera soffusa e acustica della ballata NFB, la voce calda di Terra ci accompagna in un cinema, in una giornata come tante, oziosa, libera da impegni e riempita d’amore, scaldata dalla realizzazione di un sogno semplice, così come il brano, magnifico nella sua semplicità, scalda il cuore del pubblico. Con All Alone si alza un poco il tasso energetico dello show, in un brano dolente ma vitalissimo emerge la vena più rock blues di Terra Lightfoot, capace di donare una grandissima interpretazione ai brani grazie alle capacità di modulazione di una voce di enorme bellezza, piena e attraente. Si prosegue sulla stessa linea con No Hurry, impreziosita da archi, fiati e ottimi controcanti. Anche ai brani con una spiccata predisposizione malinconica e triste, l’interpretazione di Terra infonde una generosa vitalità, le corde vocali trasmettono tanto amore da chiedersi chi mai abbia avuto la capacità e la fortuna d’ispirarlo e di vederselo dedicato in composizioni così dolci e struggenti.
Lily’s fair è una vivace ballata popolare che ti fa pensare all’Irlanda, triste e allegra al tempo stesso, stemperata dalla successiva e acustica Emerald Eyes, altro arrangiamento d’una dolcezza infinita. I brani di Terra Lightfoot hanno una capacità immaginifica potentissima, riescono a farti vedere i luoghi e a farti provare le emozioni riversate in ogni singolo pezzo, semplicemente seguendo un testo e chiudendo gli occhi. Con l’arrivo di Angus MacDonald dei The Trews su See you in the morning ci viene offerto un bel duetto e prende il sopravvento l’aspetto più roots rock dell’artista in un brano vivace e sostenuto, mentre è il lato più soul di Terra a farla da padrone nella successiva Home to you. Si chiude con Never will, ennesima e benvenuta dichiarazione d’amore. “Live in Concert” è un bellissimo viaggio in compagnia di un’artista dalle grandissime doti compositive e canore, di cui si rimpiange solo la breve durata. Motivo in più per ributtarsi sui due precedenti lavori dell’artista: “Terra Lightfoot” del 2011 e “Every time my mind ruins wild” del 2015, cosa che sto andando a fare proprio ora. 

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