Teo Ho: “I Gatti Di Lenin” (2017) – di Capitan Delirio

“Sono le undici e settantadue / ma è un’ora che ho inventato”. Così canta Teo Ho (il friulano Matteo Bosco) nel brano 9 Per, e sembra un modo perfetto per descrivere l’atmosfera visionaria e intima del suo album appena uscito, dal titolo: “I Gatti Di Lenin”. Con il coraggio scostante del sognatore incallito Teo Ho, prende chitarra e poesia, e porta l’ascoltatore nel suo mondo vissuto, in cui la realtà delle piccole cose viene filtrata dall’immaginario onirico interiore. Come in una lunga passeggiata notturna in cui le emozioni percepite sul momento, per essere descritte, necessitano stratificazioni di parole che fondono simboli e gesto spontaneo, lemmi ricercati e reminiscenze facili da tirare fuori come assi dalla manica. Teo Ho non cerca neanche una linea melodica per i suoi brani, semplicemente narra un canto per intonare i suoi versi e li registra così, nudi e crudi, chitarra e voce, come se fossero suonati dal vivo per strada, o in una taverna; ricoperti soltanto dalla sua intensità espressiva. La sensazione di muoversi tra i tortuosi percorsi da lui tracciati è piacevole; ci si può perdere, guidati dall’orsa maggiore delle sue ebbre strofe. Si può riflettere, si può sorseggiare una birra leggera appoggiati su un parapetto sporgente sull’ignoto. Si può ammirare la luna riflessa su una pozzanghera di lacrime di gioia e tristezza. Questo è il suo mondo, e questo è il mondo di chi ascolta; si percepisce immediatamente, già dal brano di apertura, Hamlin: “Suona in basso il pifferaio e sbadiglia la mia/montagna, entrano i topi in fila sulle macchine/usate”. Nulla può dare conforto alla solitudine se non lo straniamento stesso: “Sei solo o solo un po’ più strano, non hai paura/degli arabi in preghiera. L’odore d’alcol, sai, / è più forte negli autobus d’inverno”. C’è anche spazio per i frammenti sparsi di un amore rarefatto come sussurra in Incastrati Sui Ponteggi: “E i sogni sudati di un matto, appesi come riso/incollati sul piatto.”. Bisognerebbe ascoltare e leggere tutti i versi di questo giovane musicista che sceglie vecchie soluzioni compositive, care a tante generazioni di cantautori nostrani, per accompagnare, ondeggiando, tra le nuove metafore paradossali delle sue fantasie poetiche. Da non perdere Rimboccare Marciapiedi o La Volpe e L’uva… poi, sul finale del brano Mr. Sands, albeggia un’armonica, portando con sé una bruma di brividi a fior di pelle che si effonde anche alle liriche seguenti, da non veder l’ora che torni la notte e che l’orologio emetta nuovamente il rintocco delle undici e settantadue.

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